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Balcani occidentali

Bosnia-Erzegovina a rischio scissione

18 Lug 2011 - Gabriella Tesoro - Gabriella Tesoro

Da circa due mesi la Bosnia-Erzegovina sta attraversando una grave crisi istituzionale che potrebbe portare a una divisione del paese. L’Alto rappresentante Onu, l’austriaco Valentin Inzko, dal 2006 continua a perdere credibilità; il presidente della Repubblica Srpska, Milorad Dodik, al contrario, sta aumentando la sua influenza nei confronti della comunità internazionale. Il meccanismo creato a Dayton, infine, ha manifestato per l’ennesima volta tutti i suoi limiti di fronte ai diversi tentativi di dar vita al governo centrale in seguito alle elezioni dell’ottobre 2010.

No al primo ministro
Da oltre nove mesi la Bosnia-Erzegovina è senza un governo. Per sciogliere l’empasse la presidenza tripartita (la presidenza centrale del paese, composta da tre capi di Stato, un serbo, un croato e un bosgnacco, che governano a rotazione di ogni otto mesi) il 14 giugno ha incaricato Slavo Kukić, croato bosniaco, di formare un nuovo governo. Tuttavia Kukić non è riuscito ad ottenere la fiducia alla Camera dei rappresentanti, poiché i partiti di maggioranza serba e croata il 29 giugno hanno votato contro la sua elezione, che è stata definitivamente affossata con il voto del 14 luglio.

In base alla rigida rotazione etnica che contraddistingue qualunque nomina politica in Bosnia-Erzegovina, la presidenza del Consiglio dei ministri spetterebbe a un croato bosniaco, ma Kukić era stato proposto dal Partito socialdemocratico (Sdp), votato per lo più da bosgnacchi. Da qui nasce l’ostruzionismo, nonché l’alleanza dei serbo-croati che non riconoscono Kukić come vero rappresentante dell’etnia croata. In particolare, i maggiori partiti serbi, il Partito democratico serbo (Sds) e l’Alleanza degli indipendenti socialdemocratici (Snds), sostengono che il candidato premier debba provenire dai maggiori partiti croati: o dall’Unione democratica croata di Bosnia-Erzegovina (Hdz) oppure dall’Unione democratica croata 1990 (Hdz 1990).

“Terza entità”
La strana alleanza tra i partiti serbi e quelli croati è nata in primavera, quando Hdz e Hdz 1990, estromessi dalla piattaforma governativa della Federazione croato-musulmana, impedirono la formazione dell’esecutivo. L’Alto rappresentante Onu, utilizzando le sue competenze esecutive (c.d. poteri di Bonn), stabilì per decreto la formazione del nuovo governo, gettando così un’ombra sulla legittimità dell’attuale amministrazione della Federazione croato-musulmana. Hdz e Hdz 1990 per tutta risposta, raggiunsero un’intesa con l’Snds, il partito di Milorad Dodik.

Il leader serbo bosniaco punta a sfruttare l’insoddisfazione dei croati, etnia minoritaria nella Federazione, per mettere a punto il piano che porta avanti da quando, nel 2006, entrò in politica: indebolire lo Stato centrale a favore di una maggiore autonomia delle due entità costituenti la Bosnia-Erzegovina. Processo che rischia però di condurre a una divisione del paese.

Esiste dunque il pericolo concreto che si costituisca una nuova entità a maggioranza croata avallata e sostenuta dallo stesso Milorad Dodik. Questa rinata “Repubblica di Harceg-Bosna” renderebbe ancora più complessa la situazione bosniaca, portando a tre i sistemi politici (se non quattro considerando anche il distretto di Brčko) che convivono all’interno di un unico Stato.

Milorad Dodik è inoltre riuscito a catalizzare l’attenzione dell’Unione europea in seguito all’annuncio di un referendum (previsto per giugno, ma poi annullato) sul riconoscimento dell’autorità della Corte e della Procura di Stato, i due soli organi giudiziari centrali del paese. Ne è nato un duro braccio di ferro con l’Alto rappresentante Inzko, il quale ha minacciato di rimuovere Dodik e tutti i rappresentanti serbi del governo federale. Il referendum è stato annullato dopo la missione a Banja Luka dell’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Ue, Catherine Ashton, che, in cambio, ha offerto a Dodik rassicurazioni su una riforma della giustizia bosniaca, considerata dai serbi di Bosnia prevenuta nei loro confronti.

Rischio scissione
Questi episodi mettono in luce quattro punti fondamentali. Il primo riguarda la evidente paralisi delle istituzioni centrali della Bosnia-Erzegovina. A causa del rifiuto dei serbi e dei croati di partecipare alla designazione del primo ministro, il paese rischia di rimanere senza un governo almeno fino a settembre. Oltre alla rigida spartizione delle cariche politiche su base etnica, stabilita a Dayton, sta prendendo piede anche la spartizione su base partitica, la quale rende, di fatto, impossibile qualunque nomina politica.

In secondo luogo, emerge la costante dipendenza della Bosnia-Erzegovina dalle organizzazioni internazionali e la persistente difficoltà del paese a camminare con le proprie gambe. Il referendum avrebbe infatti potuto essere bloccato dalla Camera dei Popoli, ma i rappresentanti bosgnacchi non hanno utilizzato il veto, forse convinti che la soluzione del problema sarebbe arrivata dall’esterno, come infatti è poi avvenuto.

In terzo luogo, Milorad Dodik sta aumentando la propria influenza nei confronti della diplomazia internazionale. Il presidente della Repubblica Srpska non fa mistero delle sue intenzioni di secessione dalla Bosnia-Erzegovina e la costante azione di indebolimento delle fondamenta dello Stato centrale può innescare un pericoloso effetto domino verso la dissoluzione del paese. I croati, d’altro canto, non hanno interesse nel fermare il leader serbo perché puntano anche loro al distacco.

Nonostante le numerose azioni di pressione a Washington e a Bruxelles, una serie di uffici di rappresentanza esteri e varie conferenze internazionali, nessun paese straniero riconoscerebbe la Repubblica Srpska come Stato indipendente. Se dovesse dichiararne unilateralmente l’indipendenza, Milorad Dodik si ritroverebbe pericolosamente isolato. Per questo, almeno fino ad ora, le sue minacce risultano abbastanza velleitarie.

Infine, il vero sconfitto della vicenda risulta essere l’Alto rappresentante Onu, Valentin Inzko. Cercando aiuto presso altre istituzioni, egli ha messo in evidenza la sua scarsa autorevolezza. Inzko, inoltre, ha annunciato a metà giugno che rinuncerà ai “poteri di Bonn”, definendoli inadeguati a una democrazia moderna. Ma la mancanza di capacità coercitiva rischia di facilitare l’obiettivo ultimo dei serbi e dei croati, cioè la divisione del paese. L’annullamento dei poteri di Bonn potrebbe dunque avere conseguenze negative.

Sono due, dunque, le priorità che Sarajevo dovrebbe affrontare nei prossimi mesi: rivedere gli accordi di Washington, che regolano la Federazione croato-musulmana, ormai giunta al limite dell’implosione; chiudere quanto prima l’Ufficio dell’Alto rappresentante, oramai inefficace. Infine, prima o poi, la Bosnia-Erzegovina dovrà fare i conti con se stessa e aggiornare il complesso sistema istituzionale che Dayton ha creato.

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