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Dopo l’attentato a Saleh

Yemen verso il punto di non ritorno

15 Giu 2011 - Umberto Profazio - Umberto Profazio

L’esplosione nel complesso presidenziale di Sana’a che all’inizio di giugno ha ferito gravemente il presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh, sta precipitando il paese nel caos. La tensione tra le diverse fazioni al potere aveva da tempo superato i livelli di guardia, e i numerosi nodi che attanagliano il paese sono venuti al pettine tutti insieme.

I fragili equilibri che negli ultimi anni hanno tenuto in piedi la Repubblica yemenita rischiano di perdersi completamente lasciando il posto a faide tribali non troppo diverse da quelle che caratterizzano la vicina Somalia.

Passaggio di poteri
Dopo l’esplosione, nella quale sono morte quattro guardie del corpo, il presidente Saleh è stato trasferito in Arabia Saudita per cure immediate: gli ultimi bollettini medici hanno riscontrato ustioni gravi sul 40% del corpo ed un polmone perforato. Condizioni critiche che non consentono di qui a breve il rientro in patria e la ripresa dell’attività politica.

Nel frattempo i poteri presidenziali sono stati trasferiti al vicepresidente Abd-Rabbu Mansour Hadi. La notizia dell’attentato ha immediatamente fatto il giro del mondo e provocato manifestazioni di giubilo tra i cittadini yemeniti che chiedevano la fine del regime. Al di là dell’attentato, la probabile caduta di Saleh è da imputare a diversi fattori politici.

Rivalità tribali
Alcune fonti hanno avanzato l’ipotesi che l’esplosione all’interno della moschea Nahdain sia stata causata da colpi di mortaio, ma altri sostengono possa trattarsi di un ordigno. La prima ipotesi chiamerebbe in causa lo scontro tribale che si sta verificando tra le differenti fazioni yemenite. La frammentazione tribale dello Yemen è molto elevata, e non è un caso che questo fattore sia molto importante ai fini della corretta comprensione delle dinamiche politiche e sociali del paese.

Tra fine maggio e gli inizi di giugno le milizie degli Hashid, una delle confederazioni tribali più potenti del paese, si sono scontrate con l’esercito, occupando alcuni edifici nella capitale Sana’a ed intensificando gli attacchi contro le sedi governative.

Tali milizie fanno capo allo sceicco Sadiq al-Ahmar della tribù degli al-Ahmar, che dal 18 marzo scorso aveva rinunciato a sostenere il regime al potere. In quel giorno si era, infatti, verificato un episodio chiave: la violenta repressione della Guardia Repubblicana che ha aperto il fuoco contro i manifestanti all’Università di Sana’a, causando un massacro.

La confederazione degli Hashid ha deciso quindi di aderire alla coalizione di opposizione denominata Joint Meeting Parties (Jmp). Un duro colpo per il Congresso generale del popolo (il partito al governo), per Saleh e per la sua tribù dei Sanhan.

Il presidente yemenita ha deciso di reagire colpendo la tribù degli Ahmar nel distretto della capitale yemenita di Hasaba, dando il via ad un confronto militare il cui epilogo sarebbe stato l’esplosione nel complesso presidenziale.

La seconda ipotesi individua invece la causa dell’esplosione in un ordigno predisposto da chi ha accesso al palazzo presidenziale. Un attentato vero e proprio contro il presidente in carica per ucciderlo o, quanto meno, costringerlo a lasciare il paese. In questo caso la responsabilità dell’evento sarebbe riconducibile al ristretto circolo di persone che gravita intorno al presidente, composto di parenti stretti, amici e fedelissimi del regime.

Come, ad esempio, Ahmed Ali Abdullah Saleh, figlio del presidente e capo della Guardia Repubblicana. O come il generale della prima divisione corazzata Ali Mohsen al-Ahmar, cugino di Saleh. Proprio il generale al-Ahmar aveva abbandonato il regime subito dopo la feroce repressione del 18 marzo, schierandosi con gli oppositori e esacerbando ulteriormente la sua rivalità con Saleh.

I due sono legati sia nella buona che nella cattiva sorte da un patto che secondo fonti interne alla tribù dei Sanhan fu siglato per permettere l’ascesa di Saleh al potere nel 1978 nell’allora Yemen del Nord. In base a quell’accordo, il generale al-Ahmar sarebbe stato l’immediato successore di Saleh. Ma l’ipotesi che, dopo 33 anni dall’accordo, il successore di Saleh possa essere il figlio Ahmed potrebbe essere stata la classica goccia che fa traboccare il vaso.

Attività terroristica
In questo momento, dunque, in Yemen c’è un vuoto di potere che preoccupa gli Stati Uniti e l’Occidente. La fuga di Saleh ha coinciso con l’inizio di un’offensiva islamista in tutto il paese e, in particolare, nella provincia di Abyen. Un’organizzazione sconosciuta, i “sostenitori della sharia”, ha scatenato un attacco contro la città di Zinjibar, respinto dall’esercito dopo due settimane di scontri e 140 vittime.

Nonostante non vi siano legami evidenti tra tale gruppo e l’Al Quaeda in the Arabian Peninsula (Aqap), od altre organizzazioni qaediste, è evidente che le difficoltà di governo in Yemen favoriscono la proliferazione del terrorismo.

Anche per questo gli Stati Uniti stanno continuando ad utilizzare i droni ed altri aerei da combattimento per colpire presunti militanti di Al Qaeda. Le numerose vittime civili e gli scarsi risultati ottenuti, dovrebbero però indurre Washington e gli alleati occidentali a investire di più sul processo di transizione di potere a Sana’ come chiave fondamentale per contrastare il terrorismo.

Un aspetto importante, infine, riguarda la primavera araba: la fuga di Saleh non è dovuta alle proteste della popolazione, ma ad intrighi di palazzo e rivalità tribali. Le proteste dei giovani della primavera yemenita non sono più al centro del dibattito, oppure vengono strumentalizzate da personaggi riciclati e spesso compromessi con il vecchio regime, al fine di accedere alle stanze del potere.

Sono tuttavia queste proteste ad aver acceso la miccia della rivolta. Chiunque succeda a Saleh dovrà dunque, prima o poi, trovare il modo di soddisfare le crescenti richieste di libertà e diritti del popolo yemenita.

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