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Dopo la vittoria di Erdoğan

Turchia tra incertezza e ambizione

16 Giu 2011 - Sebastiano Sali - Sebastiano Sali

Con le elezioni politiche del 12 giugno la Turchia, colosso da 76 milioni di abitanti e astro nascente della politica estera mondiale, ha consegnato nelle mani del partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) il terzo mandato consecutivo di governo. I risultati erano pressoché scontati. Ma il successo elettorale dell’uscente primo ministro Erdoğan è, in realtà, una vittoria a metà. Se non, addirittura, una mezza sconfitta.

Magro bottino
Nonostante l’incremento dei voti rispetto al 2007 (49,8% contro 46,6%), Erdoğan ha perso infatti ben quindici parlamentari a causa della ineguale distribuzione territoriale del suo elettorato. In questo modo il partito di governo è sceso sotto la soglia dei 330 deputati, necessaria all’approvazione di riforme costituzionali, che in precedenza aveva consentito di metter mano alla legge fondamentale, ricercando poi la conferma popolare tramite il referendum piuttosto che per via parlamentare con le opposizioni.

Il risultato elettorale diventa ancora più amaro se si pensa che Erdoğan aspirava alla soglia di 367 deputati, sufficiente a riformare la costituzione evitando anche il referendum, per approvare la riforma presidenziale e presentarsi candidato alle elezioni presidenziali del 2014.

Quali saranno invece i riflessi del risultato elettorale sulla linea di politica estera del nuovo governo? Cosa è lecito aspettarsi dal “nuovo” governo? L’Akp sin dal primo mandato nel 2002, ha investito molto sulle relazioni esterne.

Leader globale
Il mandato 2002/2007 è stato caratterizzato da un significativo raffreddamento dei rapporti tra Turchia ed alcuni tradizionali alleati come Stati Uniti ed Israele. Maggiore autonomia decisionale ed una convinta apertura nei confronti del mondo arabo e dell’Iran hanno causato frizioni con gli alleati occidentali. Erdoğan ed il suo fidato ministro degli esteri Amhet Davutoglu hanno parlato del proprio paese come nuovo leader globale oltre che regionale, paladino di valori di pace, fratellanza e giustizia. Ma è tutto oro quel che luccica?

Diversamente dalla visione edulcorata suggerita dalle più alte sfere di governo, molti analisti si chiedono invece se la politica estera della Turchia non si stia dimostrando fragile ed impreparata di fronte all’inatteso corso delle proteste che stanno sconvolgendo il mondo arabo.

Dopo il tentennamento sulla partecipazione all’intervento militare in Libia, ora Ankara si trova sotto pressione per l’atteggiamento verso il leader siriano Bashar al-Assad. Anche se bisogna ammettere che pochi sono stati i paesi che hanno reagito prontamente alle evoluzione della primavera araba; ma è altrettanto vero che alcuni, dopo le indecisioni iniziali, hanno assunto una posizione più definita e coerente di altri.

Nodo Siria
La Turchia ha invece tenuto, fin dall’inizio, una posizione ambigua, che tutelasse i suoi interessi siriani senza inimicarsi troppo il popolo in protesta. Erdoğan, forte del suo rapporto personale con al-Assad, ha imbastito una mediazione in prima persona, recandosi a Damasco per indurre al-Assad a più miti e democratici consigli. Questa mossa non ha dissuaso, tuttavia, il regime siriano dal proseguire le repressioni, che anzi si sono inasprite al punto che le vittime civili sono diventate 1100 in dieci settimane di scontri. A questa escalation di violenza non è però seguita una presa di distanza da parte della Turchia, che anche per questo è stata criticata da più parti.

Avendo fatto della Siria il perno della sua politica di graduale reinserimento nel mondo arabo a partire dal 1998, Ankara sembra avere maggiori opportunità di poter svolgere un ruolo di mediazione con Damasco per far cessare le violenze. Non soltanto in forza degli ottimi rapporti tra i due leader e delle eccellenti relazioni bilaterali; la Turchia può anche contare sulla comune partecipazione con la Siria a molti organismi internazionali, tra cui spicca l’Organizzazione dei Paesi islamici, il cui segretario generale è proprio il turco Ekmeleddin, finora lasciato in disparte e che invece potrebbe svolgere un utile ruolo di mediazione.

È nell’interesse turco, quindi, promuovere un dialogo più attivo con la Siria: ne va della credibilità di Ankara, oltre che della pacificazione di un paese da quasi tre mesi senza tregua. Ma gli attuali temporeggiamenti stanno alimentando dubbi sulle capacità della Turchia di svolgere un effettivo ruolo di mediazione.

Nuova strategia
Quale potrebbe essere, quindi, la linea del governo turco? Ankara potrebbe continuare nel solco tracciato nel precedente mandato: spiccata autonomia, unilateralità d’azione e collaborazione con gli alleati occidentali, puntando innanzi tutto sulle proprie forze. Sfida affascinante, che sta già però mostrando i primi problemi con i casi di Libia e Siria, come in precedenza, erano emersi con Armenia e Cipro.

In un secondo scenario, invece, Erdoğan, ormai appagato dell’ampio consenso guadagnato in patria e tra le popolazione arabe, potrebbe adottare una strategia più ambiziosa e porsi alla guida della coalizione internazionale per riportare la pace negli stremati paesi di Medio Oriente e Nord Africa ora in rivolta. Questa strategia potrebbe partire proprio dalla Siria, dove la Turchia può giocarsi le carte migliori. Ankara avrebbe così l’occasione di ricomporre i dissidi con gli occidentali e allo stesso tempo di rinforzare in casa e presso le popolazioni arabe il suo status di nuovo, ma credibile, attore globale.

Per fare questo, però, Erdoğan dovrebbe trasformarsi da feroce animale politico, unico nella storia turca capace di vincere tre elezioni, incrementando ogni volta la percentuale di preferenze, in un più pacato ma autorevole statista.

Segnali di un cambiamento in questo senso potrebbero arrivare da una retorica meno passionale e, a volte, incendiaria, da un rilancio dei rapporti con Israele (anche solo evitare una Mavi Marmara 2 sarebbe da considerare un successo) e da uno scossone nelle stagnanti trattative con l’Unione europea (anche su pochi dossier). In questo quadro il presidente della Repubblica turca Abdullah Gül potrebbe essere il jolly nel mazzo di carte dell’Akp per vincere quella che sembra essere la nuova vera sfida del prossimo mandato.

Se è vero quindi che le recenti elezioni in Turchia non hanno riservato molte sorprese, è lecito invece attendersi nel medio periodo effetti inattesi ed imprevedibili non solo nel campo della politica estera, ma anche in quello interno. Come dire, insomma, che il meglio deve ancora arrivare.

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