IAI
Ruolo dell’Italia

Politica estera tra discontinuità e regressione

16 Giu 2011 - Antonio Puri Purini - Antonio Puri Purini

L’Italia ha impiegato decenni per acquisire una posizione autorevole nella comunità internazionale. Malgrado pesanti debolezze per l’instabilità politica interna, l’Italia faceva parte della pattuglia di punta (espressa dalla partecipazione al G7) della comunità internazionale e occupava una posizione di spicco in Europa.

I governi tenevano la rotta con equilibrio: Europa, Usa, Onu, Mediterraneo, distensione Est-Ovest erano la stella polare. Agivano anche con coraggio quando, agli inizi degli anni ottanta, l’Italia accettò il dispiegamento sul proprio territorio dei missili Cruise per contrastare la minaccia degli SS20 sovietici. In sostanza, fino al 2001, l’Italia ha seguito una linea di coerenza, continuità, concretezza. Ha svolto un ruolo d’avanguardia in Europa. Sapeva che, in caso contrario, sarebbe scivolata verso la marginalizzazione e l’irrilevanza.

Distacco dalla tradizione
Successivamente, la politica estera ha preso la strada della discontinuità e della regressione. Perché si è arrivati a questo? Dopo le elezioni politiche del 2001, la nuova maggioranza ha voluto marcare una discontinuità rispetto al passato. Nella forma non è avvenuto nulla, nella sostanza parecchio: in Europa, accantonamento dell’equilibrio fra collaborazione intergovernativa e sovranazionalità a vantaggio della prima; in Medio Oriente, rinuncia all’equilibrio fra Israele e mondo arabo a favore d’Israele.

Fu l’inizio di una sequenza di errori – simboleggiati dal fallimento (inclusa la mancata approvazione del Trattato costituzionale) della presidenza italiana dell’Unione Europea nella seconda metà del 2003 e dall’asse Aznar, Berlusconi, Blair durante il conflitto in Iraq – tutti evitabili. Tuttora non si capisce il motivo di questo radicale mutamento rispetto al passato. Alla base vi erano inesperienza, indifferenza, presunzione, fastidio per le regole europee.

L’errore fondamentale, che si è trascinato dietro molti altri, è stato la rinuncia alla tradizionale visione europea dell’Italia: l’Unione Europea ha cominciato ad essere irrisa dai membri dello stesso governo, l’euro attaccato al momento della sua introduzione, il ruolo di sintesi, esercitato dall’Italia fra l’asse franco-tedesco, da un lato, e gli Stati medio-piccoli, dall’altro, è stato abbandonato. Lo schieramento incondizionato a fianco d’Israele ha impedito all’Italia di svolgere una politica mediterranea.

Durante gli otto anni della presidenza Bush, i rapporti con gli Stati Uniti sono entrati in un’inedita fase d’esaltazione e subordinazione, poi ridimensionata da Barack Obama. Il legame con la Russia, gestito con assiduità e successo dai passati governi, ha acquisito un’impronta personale e fuori da uno schema ragionevole di politica estera. Altrettanto va detto per quello con la Libia. Due presidenti della Repubblica, Ciampi e Napolitano, in spirito di collaborazione istituzionale, hanno incoraggiato il governo a neutralizzare atteggiamenti scomposti e svolgere un ruolo propositivo nell’integrazione europea.

Prezzo elevato
Il distacco da una collaudata tradizione ha avuto un prezzo elevato. Ha facilitato il passaggio dalla discontinuità alla regressione. Negli ultimi mesi, gli orientamenti e propositi dell’Italia sono cambiati da un giorno all’altro. L’indebolimento della politica estera è diventato visibile in aree vitali per l’Italia: lo attestano la spregiudicatezza verso l’Europa sull’immigrazione, (se l’agenzia europea Frontex è debole la responsabilità è anche nostra), il litigio italo-francese (evitabile qualora avesse prevalso buon senso da entrambe le parti), la mancanza di un dialogo con la Germania, le contraddizioni giornaliere sull’impegno militare in Libia, l’ossessione per l’arrivo dei rifugiati a Lampedusa.

È assurdo che un paese proiettato sul Mediterraneo sia privo di una politica in quest’area vitale perché un partito di governo, la Lega Nord, subordina l’interesse nazionale ai propri calcoli elettorali. La cecità arriva al punto d’invocare l’interruzione delle ostilità in Libia, magari prima della rimozione del colonnello Gheddafi, come solo modo per bloccare l’arrivo dei profughi in fuga dal conflitto o proporre ridicoli blocchi navali. Politica estera e politica interna sono sempre state strettamente intrecciate, ma una dipendenza così vistosa dalla politica interna non era ancora avvenuta.

Il crinale su cui agisce la politica estera del paese si è assottigliato. Palazzo Chigi non fornisce un indirizzo. La Farnesina è disorientata. Rimane la supplenza esercitata dal Quirinale sull’Europa, verso gli Stati Uniti, in Medio Oriente (riconoscimento dello Stato palestinese). Oggi, come all’epoca di Ciampi, interpreta gli interessi profondi del Paese e assicura la continuità dell’azione internazionale dell’Italia.

Isolamento
La disinvoltura di comportamenti porta a una presa di distanza, soprattutto da parte europea e americana, da un paese con cui bisogna andare d’accordo, ma che viene associato alla inaffidabilità. Ne consegue che l’Italia rimane un interlocutore obbligato, ma non ricercato. D’altra parte, la politica estera non agisce nel vuoto: ha bisogno della dignità delle istituzioni e della politica.

Non ci si può dunque aspettare nulla quando il Parlamento diventa un luogo volgare dominato dal mercanteggiamento di deputati, quando un partito di governo irride all’unità nazionale, quando la Costituzione è costantemente vilipesa, quando l’obbligo del risanamento finanziario sollecitato da Bruxelles è irresponsabilmente minimizzato (rinvio del pareggio di bilancio al 2016) da settori influenti della maggioranza, quando l’economia ristagna. All’estero, queste consuetudini, senza precedenti altrove, suscitano fastidio.

È inevitabile che la politica estera sia vittima di questo modo d’agire e che ne soffrano i campi dove l’Italia si fa valere (ad esempio in Afghanistan). Alla lunga il disimpegno dell’Europa ha fatto sentire i propri effetti ovunque: eravamo degli europeisti seri e convinti; siamo diventati degli europeisti annoiati e distratti.

È casuale se un paese dalla collaudata tradizione europeista collezioni solo insuccessi (brevetto europeo, diffusione dell’italiano nelle istituzioni comunitarie, made in Italy, servizio diplomatico europeo) e sia sparito, con l’eccezione dello sforzo per stabilizzare l’euro, dal dibattito intereuropeo?

L’Europa non ha aspettato l’Italia: è guidata da un asse franco-tedesco, non saldo come prima, ma ancora efficace. Un paese fondatore dell’Unione europea ha perso ogni capacità propositiva in materia d’avanzamento dell’unità europea. Questa è l’amara verità e bisognerà pur trovare un rimedio.