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Dopo la vittoria di Pisapia

Milano e il mondo

2 Giu 2011 - Livio Caputo - Livio Caputo

La clamorosa svolta a sinistra di Milano dopo diciotto anni di amministrazioni di centro-destra non ha certo colto impreparato il suo establishment finanziario e culturale, che in buona parte aveva fatto il tifo per Pisapia, e di sicuro non nuocerà alla sua reputazione di città italiana più cosmopolita, più accogliente nei confronti degli stranieri e – particolare non trascurabile – dove si conoscono meglio le lingue.

Sinistra al potere
I milanesi che hanno sostenuto il nuovo sindaco fanno anzi notare che la città, in fondo, non ha fatto che adeguarsi a una tendenza largamente diffusa in Europa: le grandi metropoli, anche se sono centri di affari, di cultura e di convegni, sono in buona parte amministrate dalla sinistra: tra le capitali, lo sono Parigi, Berlino e lo è stata per lunghi anni Londra, con il famoso Ken Livingstone (Ken il rosso) in confronto al quale Pisapia è un moderato; tra le altre città del continente che in qualche modo possono essere paragonate a Milano, lo sono Francoforte, Amburgo e lo era, fino a pochi giorni fa (e per 32 anni!) Barcellona.

Nessuno perciò ha timore che lo storico ruolo internazionale della città e la sua influenza continentale possa essere in qualche modo compromessa dal cambio della guardia.

Qualche dato sarà utile per comprendere l’impatto che i rapporti internazionali hanno sul capoluogo lombardo. Milano vanta, dopo New York, il maggior numero di consolati al mondo: non c’è Paese che conta che non vi sia presente, se non con una rappresentanza diplomatica tradizionale, almeno con un ufficio commerciale o con un console onorario.

Milano è anche la città italiana che conta il maggior numero di gemellaggi “pesanti”, avendo stabilito un collegamento stabile, e non soltanto simbolico, con le principali città “non capitali” della principali nazioni del mondo: si tratta di una rete che comprende Shanghai e Francoforte, San Paolo del Brasile e San Pietroburgo, Osaka e Lione, Tel Aviv e Guadalajara, Barcellona e Chicago e che si traduce in frequenti visite d’affari, scambi culturali e collaborazioni di vario tipo.

Cultura e affari
Milano ospita, da sempre, scuole straniere di altissimo livello – americana, tedesca, francese, svizzera – che vengono frequentate anche da molti italiani non solo per l’apertura mentale che danno, ma anche perché rappresentano una via d’accesso privilegiata a importanti università straniere e, in ultima analisi, a una carriera all’estero. Milano si è rivelata, nonostante i malumori leghisti (e non solo), la città più capace di far fronte alla grande ondata migratoria, tanto che il 12 per cento dei suoi abitanti sono di origine extracomunitaria, e al ritmo attuale di crescita dovrebbe, secondo uno studio dell’Università Bocconi, avere tra vent’anni 600.000 cittadini stranieri a fronte di 800.000 italiani.

Milano, infine, è di gran lunga la città preferita come base per le industrie e le banche straniere che vogliono operare nel nostro Paese, non solo perché è quella dotata dei migliori servizi e si trova al centro dell’Italia più ricca, ma anche perché è – con meraviglia di molti milanesi portati all’autoflagellazione – considerata la più vivibile dai dirigenti interessati. Per il ruolo internazionale della città, infatti, non contano solo la Scala, il design, la moda e il Cenacolo, ma anche il fatto di essere la capitale italiana dell’editoria, della finanza e della ricerca medica, e sede dell’unica Borsa valori nazionale.

Il punto più dolente (smog a parte) è stato, per un certo periodo, quello dei collegamenti internazionali, nonostante la disponibilità di ben tre aeroporti: Malpensa, Linate e Orio al Serio (che dista da piazza del Duomo appena 50 chilometri e, in quanto base di Ryanair per l’Italia settentrionale, è una componente importante del sistema).

Malpensa era considerata mal collegata alla città, Linate comodissima, ma con limitate capacità dovute alla presenza di una sola pista. Quando poi l’Alitalia, in un ultimo disperato tentativo di evitare il fallimento, ha abbandonato quasi del tutto Malpensa, si è gridato alla catastrofe. Invece, grazie a un’intelligente politica di apertura a 360 gradi, il cosiddetto “aeroporto della brughiera” è stato rilanciato al punto che, appena tre anni dopo la grande crisi, vanta oggi più collegamenti di prima, è raggiungibile da Milano in meno di mezz’ora di treno e dispone anche di un collegamento autostradale con Torino.

L’occasione dell’Expo
Letizia Moratti, con tutti i suoi difetti, ha senz’altro dato nel suo quinquennio una ulteriore spinta alla internazionalizzazione della città.È in quest’ottica che si è battuta allo spasimo per ottenere l’organizzazione dell’Expo 2015. La vittoria sulla concorrente Smirne fu accolta a Milano come una grande vittoria, come un ideale trampolino di lancio per un grande futuro nel Terzo millennio.

Il guaio è che, poco tempo dopo l’assegnazione, è scoppiata la grande crisi economica mondiale e quella che sembrava una benedizione è diventata, sotto molti rispetti, un problema. Buona parte dei tre anni trascorsi dalla storica serata parigina sono stati spesi a reperire fondi, risolvere il problema dei terreni, comporre diatribe tra Comune, Regione ed enti privati. Il grandioso piano originario che convinse il Bureau e che avrebbe inciso profondamente sul profilo della città ha dovuto essere pesantemente ridimensionato.

Ora, finalmente, siamo sulla buona strada, ma bisognerà correre molto per rispettare la tabella di marcia e – sotto questo rispetto – il risultato elettorale non aiuta. Per quanto sconfitta alle urne, Letizia Moratti rimane infatti commissario straordinario per l’Expo (di nomina governativa), con tanto di ufficio a Palazzo Marino: se questa anomala coabitazione con il nuovo sindaco fosse mantenuta, sorgerebbero senza dubbio altri conflitti, anche perché gli interessi economici in gioco sono molto forti.

In origine, quando il mondo era in pieno boom, si era previsto che in sei mesi l’Expo avrebbe attirato a Milano la bellezza di 29 milioni di visitatori, di cui quasi la metà provenienti dall’estero. Ora queste cifre sono state ridimensionate, con ovvie ricadute sugli investimenti. È probabile che la nuova amministrazione voglia apportare ulteriori modifiche al progetto, per metterlo più in sintonia con i suoi orientamenti. Ci sarà un’altra fase di discussioni. Tuttavia l’orgoglio internazionalista della città, una componente essenziale del suo modo di pensare meneghino, finirà con il prevalere su tutto e non solo l’Expo 2015 si farà, ma si farà bene.

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