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Penisola araba

L’incerto equilibrio dell’Arabia Saudita

8 Giu 2011 - Elena Maestri - Elena Maestri

In un paese in bilico tra post-tradizionalismo e modernizzazione come l’Arabia Saudita, colpisce la consolidata stima di cui gode l’anziano sovrano Abdullah, Custode delle due Sacre Moschee, anche perché in stridente contrasto con l’ondata di rivolte e proteste che ha scosso e continua ad agitare altri paesi arabi. Tunisia, Libia, Egitto, Siria, Yemen, Bahrein hanno sperimentato violente rivolte dall’inizio del 2011, ma con alle spalle esperienze storiche, culturali e sociali molto diverse.

Il fatto che, nel corso dell’ultimo secolo, la famiglia Al Saud, sia sempre riuscita a raggiungere un accordo per la successione non ha indotto Abdullah a sottovalutare la forte competizione esistente oggi nella famiglia per il trono. Nel 2007 egli ha dunque proceduto all’istituzionalizzazione delle successione tramite la nomina di una Commissione della Bay‘ah (Contratto), tesa a salvaguardare gli interessi e l’unità dello Stato.

Ritorno del re
L’ampio e sincero sostegno espresso dalla stragrande maggioranza dei sauditi al loro re ormai quasi ottantasettenne, rientrato in patria lo scorso marzo dopo un lungo periodo di cure mediche all’estero, non dipende soltanto dall’annuncio di una serie di programmi sociali nel corso del suo discorso televisivo dello scorso 18 marzo, o dei decreti promulgati poco dopo.

Tali aperture sono state viste come uno sforzo per disinnescare tensioni derivanti dalla crescente disoccupazione giovanile, da sperequazioni e corruzione, problemi analoghi a quelli che in altri paesi, come l’Egitto e la Tunisia, hanno portato a ondate di protesta e poi radicali cambiamenti.

Al di là delle reali problematiche sociali vissute anche dalla popolazione saudita, negli scorsi decenni una parte della ricchezza petrolifera del paese è stata utilizzata anche per promuovere lo sviluppo socio-economico interno. Dalla metà degli anni ’70 ad oggi i piani di sviluppo, gli sforzi di diversificazione economica e l’industrializzazione non basata sul petrolio hanno lasciato intravedere una precisa volontà politica di allontanamento dal modello del rentier State. Consistenti investimenti nell’istruzione e nella sanità hanno aperto la strada ad una certa modernizzazione, sia pure con limiti importanti.

Modernità e tradizione
Le sfide dell’era globale hanno imposto anche al Regno saudita una serie di cambiamenti strutturali, nuove strategie di crescita culturale, sociale ed economica, la cui importanza è costantemente ribadita da un’élite intellettuale musulmano-liberale e riformista, che ha trovato in Abdullah un riferimento sensibile e attento.

La “Dichiarazione nazionale per la riforma” sottoscritta da un gruppo di intellettuali sauditi riformisti lo scorso febbraio 2011 è espressione di una delle forze in campo e si delinea come un’articolata proposta di riforma politica, finora rimasta però disattesa, in una realtà in cui non basta la buona volontà di un sovrano. Le incognite restano, impongono gradualità, ma rischiano anche di intrappolare cambiamenti e riforme, che non sembrano poter prescindere da un ruolo più costruttivo della società saudita nel suo complesso.

Già da alcuni anni, del resto, l’istruzione superiore è considerata una colonna portante della modernizzazione del paese: nel giro dell’ultimo decennio il numero delle università saudite è aumentato da 7 a 27, la King Abdullah University for Science and Technology (Kaust), inaugurata nel 2009 nella Provincia occidentale, è la prima università mista del paese e nel 2007 è stato aperto il primo istituto di formazione professionale femminile, in seno alla Technical and Vocational Training Corporation.

Paradigma islamico-tribale
Il recente discorso del Custode delle due Sacre Moschee, titolo molto più utilizzato di re, va dunque letto alla luce di una realtà in cui tradizione e modernità si intrecciano costantemente. Gli investimenti annunciati per l’occasione ammontano ad un totale di circa 36 miliardi di dollari, per cercare di rispondere al malcontento manifestatosi negli ultimi tempi per l’aumento del costo della vita e la scarsità di abitazioni disponibili.

Le misure adottate evidenziano un rinnovato impegno sociale dello Stato, in linea con il paradigma statuale islamico-tribale, nel quale i sussidi sono una fonte di legittimazione e rafforzamento dell’autorità.

In questo quadro, tuttavia, spiccano due provvedimenti decisamente innovativi: la creazione di una “Commissione nazionale contro la corruzione” facente capo direttamente al sovrano, in risposta alle sempre più frequenti denunce di una cattiva gestione del denaro pubblico e di corruzione nell’amministrazione; e l’istituzione di una “Accademia saudita per il Fiqh”, concepita per promuovere la discussione di questioni di giurisprudenza islamica sotto la supervisione dei “Grandi Ulema”.

L’obiettivo di riunire studiosi di Fiqh (diritto islamico) e di Shari‘ah (Legge islamica), dando loro la possibilità di presentare tesi scientifiche, discuterle ed esprimere un’opinione sulle stesse, lascia intravedere un orientamento teso a sfidare il dogmatismo in ambito giuridico.

Al di là delle più recenti iniziative,la popolarità di Re Abdullah risale alla sua ascesa al trono, nel 2005. La sua integrità e la chiara consapevolezza che un’evoluzione in Arabia Saudita non possa prescindere dalla costruzione di una solida base sociale e istituzionale favorevole ai cambiamenti, anche attraverso la promozione di un serio dialogo nazionale che coinvolga tutte le parti – priorità ben espressa dall’istituzione del King Abdulaziz Center for National Dialogue (Kacnd) – lo fanno percepire dai più come la persona ideale per guidare un processo di riforme strutturali, che possa portare ad un vero sviluppo del paese.

Abdullah, pur sempre facendo i conti con l’avanzare dell’età, deve dimostrare di saper trovare un equilibrio tra le forze riformiste-liberali, che premono anche per le riforme politiche, e quelle religiose-tradizionaliste. Queste ultime non rappresentano una minoranza di conservatori nostalgici, ma una salda realtà con cui l’Arabia Saudita, nel corso della sua storia ha sempre dovuto confrontarsi, senza rinunciare ad evolvere.

L’alleanza tra religione e potere politico-militare, così come si era delineata sin dal primo Stato saudita nel XVIII secolo, rimane uno dei fondamenti del Regno, insieme al potere economico-finanziario delle famiglie mercantili.

La responsabilità della classe imprenditoriale appare oggi fondamentale per portare avanti una riforma del mercato del lavoro che non può comunque prescindere dalla condivisione e dal contributo delle varie forze sociali del paese, oltre che da una consapevole regia politica. In questo senso, la “primavera” di Re Abdullah può rappresentare un importante trampolino di lancio per una nuova generazione aperta alle riforme e all’ulteriore modernizzazione.

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