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Governo dell’economia

L’euro alla prova della crisi greca

21 Giu 2011 - Oliviero Pesce - Oliviero Pesce

La crisi del debito di alcuni paesi periferici dell’Europa ha fatto gridare ancora una volta alla crisi dell’euro. Crisi dovuta al fatto che la medicina che i paesi deboli devono prendere per rimediare ai propri debiti non farebbe che peggiorare il problema: Grecia, Portogallo e Irlanda (della quale, per i suoi legami con il Regno Unito, si tende a tacere, puntando il dito sull’Europa meridionale) si sarebbero messi “nei pasticci” perché, per anni, hanno speso di più di quanto non abbiano incassato dal fisco.

Onori e oneri
Si dimentica però che per anni, avendo investito molto indebitandosi (e l’Irlanda comportandosi da paradiso fiscale), sono stati considerati paesi virtuosi e modelli da studiare. Ora, però, l’accumulo del debito ha fatto temere agli investitori che tali paesi non siano in grado di rimborsarlo, e i tagli alla spesa proposti dai governi, o imposti dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dall’Unione europea (Ue), stanno facendo aumentare gli spread rispetto ai paesi virtuosi e. di conseguenza, l’onere degli interessi passivi.

L’analisi della crisi è ineccepibile; chiunque spenda a lungo somme eccedenti le entrate crea “timori” nei propri creditori, quando ci siano sintomi di incapacità ad adempiere alle proprie obbligazioni.

Poi però, con un plateale salto logico, si attribuiscono le difficoltà dei paesi in crisi alla moneta unica, sostenendo che ridurre costi e salari all’interno di una unione monetaria non sarebbe praticabile e avrebbe effetti perversi sull’onere del debito.

Certo, al di fuori di un’unione monetaria si può sempre svalutare individualmente (come fanno gli Stati Uniti e come a lungo ha fatto l’unione monetaria nel suo complesso rispetto ad alcune valute rifugio, come il franco svizzero, e sta facendo oggi anche rispetto a dollaro e sterlina), ma ciò non fa che scaricare la perdita sui creditori, esattamente come un’inadempienza esplicita, totale o parziale, del paese insolvente.

Ad essere errato è l’assunto secondo cui far parte di una unione monetaria imponga automaticamente degli oneri agli altri partecipanti per la cattiva gestione della finanza di alcuni di essi, mentre la responsabilità per la situazione ricade prevalentemente su chi la situazione ha creato. L’assunto, assai comodo per chi abbia concesso prestiti eccessivi a uno o più paesi indebitati dell’eurozona (Portogallo, Grecia, Irlanda), come hanno fatto sia le banche inglesi sia quelle francesi e tedesche, implica il tentativo di attribuire la responsabilità dei problemi al segno monetario (l’euro) piuttosto che alla governance del debito; attribuibile – questa, non solo ai cattivi debitori, ma anche ai loro specularmente cattivi creditori, nonché a disattenti regolatori.

Rafforzamento dell’euro
È il far parte di una unione politica, se mai, a innescare tali oneri; la Gran Bretagna, ad esempio, lamenta di essere chiamata a sopportare (in modesta misura) l’onere del pacchetto di salvataggio portoghese, ma i paesi dell’euro sarebbero chiamati a fare altrettanto – sia direttamente sia tramite il Fmi – se in crisi fosse la Gran Bretagna; che di difficoltà economiche oggi ne ha a sufficienza. Questo tipo di analisi però permette agli euroscettici di parlare di “imbroglio dell’eurozona” e di vantare la saggezza della decisione britannica di restare fuori dall’euro.

Le conseguenze politiche delle incertezze europee sono evidenti e aumentano i casi che dimostrano, oggi, il disamore per la moneta unica e ancor più per l’Unione.

Ma è opportuno distinguere, senza confondere problema monetario e problema debitorio. Anche perché spesso gli “al lupo al lupo” hanno tutta l’aria di servire ad allontanare l’attenzione dai gravi problemi di altri paesi rispetto a quelli presi di volta in volta di mira.

Non si fa infatti che parlare di crisi dell’euro, ma l’euro per mesi si è rafforzato, e non poco, nei confronti sia del dollaro sia della sterlina. Si sostiene che non sarebbe opportuno avere un tasso d’interesse unico per tutti i paesi dell’euro; ma si dimentica che ciò è altrettanto vero per gli Stati Uniti, (ad esempio, tra California, Stato di New York o Louisiana), e che i differenziali di rischio portano, tenuto conto degli spread, ad avere tassi d’interesse diversi da paese a paese anche nell’Unione, così come avviene, all’interno dei singoli paesi, tra impresa e impresa, settore e settore.

Nostalgia immotivata
Il vero problema, per l’euro, pare la memoria delle valute singole, che fanno ancora auspicare, ad alcuni nostalgici, ritorni al passato che nessuno più ipotizzerebbe per il dollaro (se fallisce la Orange County nessuno pensa che la California possa crearsi una propria moneta); ma la tentazione esiste per il Marco e la Lira. Ma davvero era meglio portarsi in tasca venti valute per andare in giro per l’Europa? Ma davvero non siamo più ricchi e integrati che prima dell’euro? Ma davvero si può ancora pensare che l’euro non sia una vera moneta, ma il ricordo di un paniere monetario? Sembra diffusa la nostalgia per differenziali di inflazione, svalutazioni competitive e crisi dei cambi, ed è sgradita la disciplina che nessuno ha saputo, né voluto, imporre ex ante. Prima si fanno affari, e poi si cerca di attribuirne l’onere alla parte più debole.

L’ipotesi, sbandierata persino da un rappresentante della Grecia nell’Unione, che il paese possa risolvere i propri problemi abbandonando l’euro e ritornando alla dracma, dimostra solo che si parla spesso senza troppa consapevolezza. Il debito greco infatti è denominato in euro e sarebbe impossibile convertirlo in dracme senza il consenso dei creditori; tanto più al tasso di cambio, ormai irrilevante, del momento dell’adesione alla moneta unica.

Persino se la Grecia potesse farlo, per poi battere moneta in grande quantità per “adempiere” alle proprie obbligazioni in maniera (apparentemente) indolore, non potrebbe che vivere una crisi analoga a quella del marco tedesco degli anni Venti del secolo scorso. Tornerebbe utile – ottant’anni dopo – l’analisi di Costantino Bresciani Turroni (Le vicende del marco tedesco, Milano, 1931, ampliato, in inglese, nel 1937 col titolo The Economics of Inflation: A Study of Currency Depreciation in Post-War Germany, 1914-1923).

Bisogna ricordare, infine, che il debito di una grande banca, americana, britannica, tedesca, è un multiplo di quello portoghese, di quello greco; e mentre è opportuno imporre regole a tali paesi, ne andrebbero imposte di assai più stringenti ai loro creditori, senza lasciare troppi compiti politici, in Europa alla sola Banca centrale europea (Bce) a livello aggregato, e ai singoli paesi interessati in ordine sparso.

Più Europa e maggiore capacità di analisi obiettiva parrebbero la terapia da adottare con urgenza. Se esiste un vero rischio di destabilizzazione dell’intera area dell’euro, a causa della crisi di paesi che rappresentano meno del 5% dell’economia europea, i paesi maggiori devono farsi promotori èiù attivamente di una politica comune; evitando che i singoli Stati si possano indebitare in misura eccessiva, assorbendo l’eccesso di liquidità (e le esportazioni) dei paesi che si pretendono virtuosi e avvalendosi della complicità delle banche finanziatrici.

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