IAI
Ruolo dell’Italia

Il valore strategico delle missioni all’estero

23 Giu 2011 - Vincenzo Camporini - Vincenzo Camporini

È davvero stupefacente come in un paese come il nostro, che si trova da sempre sulla linea di confine tra i piccoli e i grandi, tra quelli che contano e quelli che subiscono e che, dunque, ha sempre bisogno di dimostrare la propria rilevanza, compaia ogni tanto una piccola minoranza chiassosa che reclama il “tutti a casa”.

Richiesta di solito supportata da argomentazioni prive di solido fondamento, ma rivelatrici di un egoismo di fondo, secondo il principio “a me non interessa che cosa succede nel condominio a fianco del mio: io mi chiudo in casa, e che il mondo vada per la sua strada”.

Motivi di fondo
Però anche queste voci hanno una loro utilità, perché ci costringono a riflettere sulle motivazioni vere della nostra politica estera e, in ultima analisi, sui costi e sui benefici correlati, che a volte sono quantificabili, altre valutabili solo qualitativamente.Perché dobbiamo essere presenti, dunque? Solo per dimostrare che ci siamo? Anche, ma certo non basta.

Il punto fondamentale è che in questo mondo sempre più complicato ed interconnesso i comportamenti di ciascun elemento, o aggregato di elementi, si ripercuotono prima o poi, e con sempre maggiore rapidità, su tutti gli altri elementi del sistema.

Per fare un esempio a noi vicino, anche la Svizzera, che si è sempre tenuta ai margini delle vicende internazionali, in una forma esasperata di neutralità/isolazionismo, ha subito pesanti conseguenze dalle crisi balcaniche degli anni ’90, con una vera e propria invasione di profughi e migranti, al punto che ormai il 15% dei residenti non sono svizzeri; ne è conseguito un nuovo, diverso atteggiamento di Berna che, pur dovendo superare ostacoli giuridici interni di vasta portata, ha cominciato a dare un apprezzabile contributo di assetti anche pregiati, come elicotteri, alle missioni nell’area.

Elenchiamo sinteticamente tre motivi per cui l’Italia fa bene ad impegnarsi nella gestione delle crisi internazionali:

Primo, per avere voce in capitolo sulla modalità di gestione da parte di chi è intervenuto (alleanza o ‘coalizione dei volenterosi’). Ovviamente poi occorrerà avere la volontà e la capacità di far sentire la propria voce, anche arrivando a battere i pugni sul tavolo, come quando siamo riusciti ad imporre l’utilizzo degli strumenti della Nato per la crisi libica, che qualcuno voleva invece gestire nazionalmente.

In secondo luogo, per creare opportunità alle attività imprenditoriali di interesse nazionale: un’economia di trasformazione come quella dell’Italia necessita di materie prime e di mercati e si tratta di relazioni a somma positiva, in quanto i benefici ricadono su tutti i partner, fornitori e clienti. Qui è il sistema paese che deve agire, in modo proattivo e coordinato. Al riguardo è esemplare l’iniziativa del ministro per lo Sviluppo economico, che si sta impegnando direttamente per stabilire e rafforzare rapporti commerciali e imprenditoriali con la realtà afghana.

E ancora, non è certo un caso se la rinascente aeronautica afghana, dopo oltre ottanta anni torna a volare con ali italiane, i G-222 che Alenia ha rimodernato su commessa del Pentagono.

Infine, per contribuire alla stabilità in aree la cui turbolenza rischia di avere effetti negativi sulla stessa qualità della vita nel nostro paese: non è con le barriere che si fermano le migrazioni e i traffici illeciti, ma con la costruzione di società responsabili in un quadro di regole condivise e con concrete prospettive di sviluppo e le conseguenti opportunità occupazionali.

Priorità più chiare
Certo, bisogna definire priorità e saper scegliere dove e come impegnarsi: francamente si fa fatica a capire le motivazioni che spinsero l’Italia a mandare un contingente a Timor Est, al di là di un buonismo solidale, che potrà piacere a certi ambienti, ma che trova poco spazio in un quadro dove le risorse sono scarse e devono essere impegnate con la massima oculatezza.

Ma ciò che accade nel Mediterraneo, in tutto il Mediterraneo, piaccia o no, ci riguarda molto da vicino: Libano, Balcani occidentali, Nord Africa sono aree le cui turbolenze hanno immediati e diretti riflessi sulla vita delle nostre città e non possiamo sperare – e tanto meno chiedere – che sia qualcun altro a farsi carico di problemi che ci riguardano, magari con metodi che non condividiamo.

Il nostro Bel Paese è da sempre al punto di faglia di crisi che hanno radici secolari, se non millenarie, e i terremoti che ne nascono ci toccano da vicino. Le responsabilità nazionali sono destinate a crescere, non a diminuire, stanti le crescenti difficoltà dei nostri alleati e una chiara tendenza statunitense a rifocalizzare la propria attenzione su altre regioni del globo.

Dobbiamo essere pronti a sostenere i costi che sono connessi a questi sviluppi, costi umani e finanziari, che peraltro sono di un modesto ordine di grandezza: se per risanare le finanze italiane servono cifre dell’ordine di 50-100 miliardi di euro, non è cancellando le missioni militari all’estero, che nel 2010 sono costate poco più di un miliardo, che potremo riuscirci. Si tratta di un investimento a medio termine, con rendimenti difficilmente quantificabili nel dettaglio, ma della cui mancanza ci renderemmo immediatamente e dolorosamente conto ove si assumesse un atteggiamento rinunciatario. Ma allora sarebbe troppo tardi e non ci sarebbe possibilità di recupero.

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