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La nomina del nuovo direttore

Il Fmi tra spinte al cambiamento e vecchi equilibri

5 Giu 2011 - Mario Sarcinelli - Mario Sarcinelli

Chi sarà il nuovo direttore del Fondo monetario internazionale (Fmi)? La risposta appare sui principali giornali del mondo intero, come sugli sterminati siti della blogosfera: Madame Christine Lagarde, ministro delle finanze francese. Se le previsioni sono esatte, sarà la prima donna designata alla più prestigiosa poltrona del Fmi. Anche se ai più il risultato appare scontato, secondo le ferree leggi della diplomazia non scritta, vale la pena di ripercorrere il processo che porterà a scegliere la nuova guida del Fondo.

Scandali o complotti
Il 18 maggio Dominique Strauss-Kahn si è dimesso in seguito all’arresto per un reato di natura sessuale; nella lettera diretta al Consiglio di amministrazione del Fmi egli ha negato “con la fermezza più grande possibile tutte le accuse che sono state mosse contro di lui”. Sebbene noto come tombeur de femmes e reo confesso di un errore di giudizio “nell’iniziare […] una relazione […] con una talentuosa economista ed esperta professionista” del Fmi, i suoi dinieghi ed anche una certa spettacolarità riservata in America a un personaggio di caratura internazionale e potenziale candidato per la corsa alla presidenza della Repubblica francese, hanno fatto gridare al complotto in Francia.

A sua difesa si sono levati Bernard-Henri Levy, Jean Daniel e Jack Lang. Si può capire che l’antica sensibilità puritana prenda talvolta il sopravvento nel giudicare i comportamenti di europei dediti alla caccia del gentil sesso, ma sembra francamente azzardato, come argomenta Roger Cohen sul New York Times del 30 maggio, che una società più libera, cioè quella americana, è meno incline alle teorie del complotto, mentre laddove è più forte la cultura della dipendenza, come in Europa, maggiore è la tendenza a vedere mani nascoste al lavoro. Scandali sessuali e politici non sono mancati anche negli Stati Uniti, con mani e donne nascoste.

Tacito accordo
Con le dimissioni di Strauss-Kahn, che si sono fatte attendere per qualche giorno, si è aperta la procedura per la nomina del successore. Il 20 maggio i direttori esecutivi riuniti in consiglio (Executive Board) hanno stabilito una ragionevole serie di requisiti. La candidatura può essere avanzata da un direttore esecutivo o, novità degna di nota, da un Governatore del Fondo dal 23 maggio sino al 10 giugno. Successivamente un processo di selezione porterà a individuare non più di tre candidati scelti dal Board con voto ponderato, se non si raggiunge un consenso. I selezionati incontreranno i direttori esecutivi in consiglio; la scelta avverrà preferibilmente per consenso, eventualmente con voto ponderato entro il 30 giugno.

Questa è certamente la forma che verrà scrupolosamente rispettata, ma la sostanza è che la nomina del candidato/a è negoziata nei vari vertici che si sono avuti e che ancora si avranno in questo mese. Il risultato, a mio avviso, non è in dubbio: l’Europa, attraverso Sarkozy, Merkel, Cameron, Medvedev, Berlusconi, ecc. si è pronunciata in favore della Lagarde.

È vero che il mondo è un po’ più vasto dell’Europa, ma a favore del Vecchio Continente milita l’antico accordo di spartizione con gli Stati Uniti in base al quale al primo spetta la massima poltrona del Fmi, ai secondi la presidenza della Banca mondiale e la posizione di numero due (first deputy managing director) nel Fondo, carica attualmente ricoperta da John Lipsky, locum tenens in attesa di andare in pensione.

Gli Stati Uniti, per quanto possano essere favorevoli ad allargare le candidature ad altri continenti, vedrebbero compromesso l’attuale equilibrio e dovrebbero con grande probabilità abbandonare la posizione che oggi occupano nel Fmi agli europei se un asiatico o un latinoamericano ascendesse alla massima carica.

Ipoteca francese
Al riguardo, vorrei ricordare un episodio. Agli inizi degli anni 2000, nella Banca mondiale venne costituito un gruppo di lavoro, presieduto dal direttore esecutivo italiano, per giungere a una forma di designazione del presidente più rispettosa dei diritti dei partecipanti al capitale e delle competenze richieste ai candidati. I lavori si conclusero con la proposta di istituire un Comitato di selezione dei potenziali candidati. La sostanziale opposizione degli Stati Uniti, al di là dei riconoscimenti formali per il lavoro svolto, fece abbandonare ogni velleità di democratizzazione del processo.

Ovviamente, le critiche ad accordi che risalgono al dopoguerra e che riflettevano i rapporti di forza del tempo si sono acuite, e la voce delle economie emerse e di quelle emergenti si fa sempre più forte. Sulla stampa sono apparse le candidature di Kemal Derviş, già ministro per gli Affari economici della Turchia, di Trevor Manuel, capo della Commissione per la pianificazione nazionale del Sud Africa, di Tharman Shanmugaratnam, ministro delle Finanze di Singapore, di Montek Singh Ahluwalia, vice presidente della Commissione di pianificazione dell’India, di Agustin Carstens, governatore della Banca centrale del Messico.

Altri europei i cui nomi sono stati citati come possibili candidati sono Axel Weber, già presidente della Bundesbank, e Marek Belka, presidente della Banca nazionale di Polonia. Ammesso che non sia ancora venuto il momento per indiani o cinesi, vi sono possibilità per un candidato europeo che non sia la Lagarde?

Les jeux sont faits…
Nel Fmi la Francia ha dominato a lungo la scena: nei 65 anni di esistenza, il Fondo ha avuto alla sua testa quattro francesi per 36 anni, due svedesi per 12, un olandese per 5, un belga ancora per 5, un tedesco per 4, uno spagnolo per 3. Soprattutto a noi italiani, questo quasi monopolio francese non può farci piacere, ma bisogna pur riconoscere la superiore capacità diplomatica e negoziale di Parigi.

Ovviamente, chi non è contento della scelta sta cercando di minare la posizione della Lagarde agitando lo spettro dei generosi danni riconosciuti all’uomo d’affari francese Bernard Tapie. Al termine di un arbitraggio richiesto dalla Lagarde tra il 2007 e il 2008, Tapie si vide versare a titolo di risarcimento 240 milioni, in relazione a vicende risalenti agli anni ’90. Lagarde potrebbe ora finire sotto inchiesta perché invece di adire alla magistratura ordinaria – come ha recentemente fatto notare anche la Corte dei Conti francese – preferì la strada dell’arbitraggio, finendo così per favorire indirettamente Tapie.

V’è anche chi, come Sebastian Mallaby sul Washington Post del 1° giugno, si è detto contrario alla Lagarde, sostenendo che il Fmi sta perdendo legittimità, perché non lascia spazio ai paesi dalle economie più dinamiche, e indipendenza, perché ha finanziato programmi di salvataggio di Grecia e Irlanda che, a suo dire, non avranno successo. Èveramente strano che si attribuiscano al Fmi responsabilità che appartengono ai suoi azionisti, in particolare al maggiore tra essi, che non si è ancora pronunciato.

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