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Medioriente

Giordania in movimento

16 Giu 2011 - Alice Marziali - Alice Marziali

Nonostante l’apparente stabilità che sembra contrassegnare la monarchia hascemita rispetto ai paesi vicini, anche la Giordania non è immune da un’ondata di proteste che stanno mettendo il regno di fronte a importanti dilemmi.

La Giordania è stato il primo paese arabo dopo la Tunisia a essere oggetto di contestazioni di piazza per l’attuazione di riforme politiche e sociali, iniziate con il cosiddetto “Giorno della rabbia”, il 14 gennaio. La manifestazione in questione è stata organizzata da un piccolo movimento, la Sinistra Sociale, che si colloca al di fuori dello spettro dei partiti di opposizione “ufficiale”. Le proteste, che si sono succedute regolarmente ogni venerdì fino alla fine di marzo, hanno visto anche l’adesione degli islamisti legati alla Fratellanza musulmana locale, la cui ala politica è rappresentata dall’Islamic Action Front (Iaf), il principale partito di opposizione; ciò ha contribuito ad aumentare la partecipazione, che però non ha mai superato le poche migliaia di persone.

Il movimento per le riforme continua tuttora a esercitare una pressione costante: non mette in discussione la monarchia hascemita, ma l’ha costretta a prendere alcuni provvedimenti.

Nuovo governo
Dopo le prime settimane di proteste, il cui obiettivo erano le dimissioni del governo Rifai, i manifestanti hanno avanzato richieste di riforme più ampie e sostanziali. Il gabinetto Rifai è stato effettivamente sostituito, a inizio febbraio, dall’attuale governo Bakhit. Con l’evoluzione del contesto regionale, tuttavia, è risultato sempre più difficile ignorare il corto circuito creato dalla totale assenza di responsabilità politica dei governi, arbitrariamente nominati dal re e indipendenti dal parlamento, dotato di pochissimi poteri.

La Camera bassa, per quanto espressione di periodiche elezioni che in genere sono proceduralmente regolari, è il risultato di una legge elettorale emendata “provvisoriamente” nel 1993 e basata sul sistema elettorale definito “un uomo un voto, che determina una sovra-rappresentazione delle aree rurali (tendenzialmente tribali e lealiste) a scapito di quelle urbane, più densamente popolate e a maggioranza palestinese.

Le proteste si sono dunque focalizzate sulla necessità di riforme concrete, a partire da una nuova legge elettorale. Sono anche state avanzate richieste di limitazione dei poteri del sovrano, attualmente in grado di controllare direttamente esecutivo, legislativo e giudiziario. Il regime ha adottato una tattica attendista, evitando il confronto con la piazza e istituendo un Comitato di dialogo nazionale che raccoglie i rappresentanti di alcuni partiti e movimenti di opposizione.

Spaccatura
Allo stesso tempo, il regime ha fatto leva sulla divisione storica tra transgiordani e palestinesi per indebolire i movimenti, anche attraverso l’uso strumentale di gruppi che non esitano a ricorrere alla violenza, presentandosi come sostenitori della monarchia. Sono questi gruppi che hanno provocato gli scontri che durante il sit-in del 24 marzo scorso hanno portato alla morte di due persone. Questa frattura ha indebolito il movimento, che d’altra parte non si è appiattito sulla retorica pro-palestinese e anti-israeliana, che tradizionalmente ha egemonizzato la piazza giordana, tranne che in occasione delle manifestazioni al confine israeliano in commemorazione della Nakba il 14 maggio scorso, durante le quali i manifestanti sono stati attaccati dalle autorità.

Le proteste sono state cavalcate anche da un gruppo legato alle tribù transgiordane che rivendicano la riacquisizione della loro posizione privilegiata di compagine fondamentale per la stabilità della monarchia. Questi gruppi si sentono spodestati dai palestinesi che, a loro avviso, sono stati favoriti dalla regina Rania (nata in Kuwait, ma di origine palestinese) e dal suo entourage. Dunque lo spettro della frattura-madre del polifonico regno hascemita si è insinuato nel movimento giordano, contribuendo fin da subito a condizionarne gli effetti e a ridimensionarne la portata. La monarchia rimane l’unica istituzione depositaria di un’unità nazionale altrimenti difficile da preservare in una società in cui i discendenti dei palestinesi sono quasi i due terzi della popolazione.

Nell’ultimo periodo è stata riproposta anche un’altra paura tradizionalmente sfruttata dai regimi arabi moderati per scoraggiare la piazza e indebolire il movimento, ovvero la minaccia salafita. Nell’ultimo mese rappresentanti degli estremisti di Hizb al Tahrir e i salafiti jihadisti sembrano aver tolto la scena nell’ultimo mese ai movimenti riformisti.

Verso il Golfo
Il movimento di protesta giordano è debole perché ostaggio delle divisioni che caratterizzano la società. La reazione dei partiti di opposizione “ufficiale” alle proteste che stanno infiammando la vicina Siria ne ha messo a nudo molte contraddizioni: essi hanno finora dato un timido supporto ai manifestanti siriani. In Giordania sia gli islamisti sia i palestinesi fanno fatica a rinunciare a un’inveterata retorica pro-Assad in quanto paladino anti-israeliano.

Anche se l’istituzione monarchica di per sé è considerata ancora necessaria, la pressione è sempre più focalizzata sulla lotta alla corruzione, modus vivendi di un regime che ha costruito la propria sicurezza e stabilità su una fitta rete clientelare, basata sulla rendita di posizione. Il regno hascemita, infatti, pur non possedendo importanti risorse energetiche gode di un ingente flusso di fondi provenienti soprattutto dagli Stati Uniti grazie all’appartenenza della monarchia al blocco dei regimi conservatori moderati e pro-occidentali. Ciò rende la Giordania a tutti gli effetti un semi rentier-State, la cui natura è legata a doppio filo alla sopravvivenza del regime.

Ma il quadro regionale è in movimento, e così anche la monarchia giordana si sta avvicinando alle monarchie arabe e ai regimi conservatori sunniti che gravitano nell’orbita saudita, in antitesi ai processi di cambiamento in corso nella regione.

Nuovi equilibri
Il riavvicinamento diplomatico con il Qatar, tradizionalmente in rotta di collisione con la monarchia, il sostegno al Bahrein e da ultimo, ma ancora più significativo, il possibile ingresso della Giordania nel Consiglio di Cooperazione del Golfo, rafforzano questa tendenza. La precaria situazione economica impone al regno di cercare attivamente l’aiuto dei paesi del Golfo. In particolare, Amman non può più contare, come in passato, sull’Egitto – da cui è dipendente per l’80% del fabbisogno di gas – per il proprio approvvigionamento energetico, a causa dei sabotaggi che sono stati attuati contro i gasdotti del Sinai e all’incerto esito della transizione cairota.

Pur con una spesa pubblica fuori controllo e un debito galoppante, il regime ha evitato di aumentare i prezzi dei combustibili per non esacerbare la piazza, ma ha disperatamente bisogno di un aiuto esterno. È comprensibile quindi che punti sul Golfo. La svolta verso il blocco conservatore e tendenzialmente anti-rivoluzionario che ricalcherebbe la guerra fredda araba degli anni ’50, sembra d’altronde confermare che il regime non ha intenzione di avviare un genuino processo di riforme e di attuare reali aperture politiche.

Per sventare questo tentativo di accantonare il cambiamento, è stato recentemente formato un Fronte nazionale per le riforme,che unisce i principali partiti di opposizione ufficiale e non, tra cui gli islamisti, i palestinesi, i comunisti e la sinistra sociale, guidato dall’autorevole ex primo ministro Ahmed Obeydat. È un segnale che la società giordana non è disposta a rinunciare facilmente all’attuazione di riforme politiche sostanziali.

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