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Dopo il voto in Portogallo

Europei in fuga dai governi

11 Giu 2011 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Contiamoli sulle dita di una mano: Spagna, Grecia, Slovenia, Malta e Cipro. Fanno cinque – e neppure tutti di prima grandezza -; e lì ci fermiamo. La pattuglia già sparuta degli Stati dell’Ue governati da coalizioni di centro-sinistra s’è costantemente assottigliata, dall’inizio dell’anno: fuori uno, senza colpo ferire, a ogni elezione. Dopo l’Irlanda e la Finlandia, il Portogallo: le politiche 2011 nell’Unione europea segnano un’ecatombe di governi; e sono tutti governi di centro sinistra.

Tanto che, ormai, nell’Ue, le formazioni al potere non di centro-destra, e talora con pesanti accenti xenofobi e anti-Islam, sono una specie in via d’estinzione. E là dove sopravvivono, poi, come in Spagna e in Grecia, se si votasse oggi, rischierebbero di scomparire. Fortuna che in Spagna si vota fra un anno (e allora, magari, le cose non andranno come alle municipali di maggio) e che per la Grecia c’è ancora tempo, salvo collassi del paese e recessioni verso la dracma, che speriamo appartengano solo all’inverosimile giornalistico.

Svolta a destra
I risultati portoghesi sono stati senza sfumature, come lo erano già stati quelli irlandesi e finlandesi: il Partito socialista, che guidava il governo dai primi anni duemila, s’è fermato al 28,1%, mentre il centrodestra ha superato, per la prima volta dalla fine del ‘salazarismo’, il 50% dei voti e dei seggi, con Psd al 38,6% e Cds all’11,7%.

Pagano dazio, al voto, i governi dei paesi dell’euro forte, come la Finlandia, e quelli dei paesi dell’euro debole, come Irlanda e, appunto, Portogallo. Pagano dazio, cioè, i governi che subiscono le ricette del sacrificio e del ‘giro di vite’ loro imposte dai partner europei e dalle istanze tecniche sovra-nazionali, la Bce e l’Fmi. E pagano pure dazio i governi che stanno dalla parte di chi detta legge, ma che accettano di partecipare allo sforzo di salvataggio dei paesi più malmessi. Vuoi vedere che, nell’Europa della paura, la solidarietà sia diventata un atteggiamento da punire, che la si eserciti fra Stati o verso i disperati in fuga dalla povertà e dalla violenza.

Nell’Europa che fatica a uscire dalla crisi del 2008 e che non riesce a blindare la sua moneta, che pure è forte sui mercati dei cambi, dalle insidie della speculazione, i governi sono tutti, o quasi, ammalati di ‘cortoterminismo’: inseguono le pulsioni delle opinioni pubbliche, invece che pensare, senza miopie, a realizzare i propri programmi, e finiscono con il patire le scelte ancora più ‘cortoterministe’ dei loro cittadini.

Dalle urne, escono solo no: ai sacrifici, alla solidarietà, all’integrazione e alla generosità, anche se, a ben guardare, i soldi dati a Grecia, Irlanda, Portogallo mica sono donati, ma solo prestati e a tassi non di favore. L’unico sì è quello alla paura, che induce a chiudere la porta e a barricarsi in casa. Discorsi che valgono per l’immigrazione e nel sociale, oltre che nell’economia e nella finanza.

Senza precedenti
Il Partito popolare europeo (Ppe), che unisce i partiti dei 27 d’ispirazione cristiana, gongola, dopo il voto in Portogallo – sia il Psd che il Cds sono suoi membri. Così, quando, il 23 giugno, i suoi leader si riuniranno a Bruxelles, per il vertice di partito che tradizionalmente precede il Consiglio europeo (23 e 24 giugno), ci saranno i capi di Stato o di governo di ben 17 Paesi Ue: non era mai successo nella storia dell’Unione – gli altri sono 5 conservatori e 5, come abbiamo già contato, di centro-sinistra: mosche bianche, ormai.

Il presidente del Ppe, Wilfried Martens, ex premier belga, spiega così l’avanzata senza precedenti: in Portogallo, come altrove, dice, “ci siamo guadagnati la fiducia dei cittadini per portare avanti le difficili, ma necessarie riforme economiche e strutturali”. Per Martens, i voti centristi rafforzano “la stabilità politica” e danno slancio “alla crescita e alla creazione di posti di lavoro”.

L’onda del rifiuto
Ma se il domino dei governi nell’Ue dovesse continuare, il pendolo potrebbe ora rovesciarsi. Anzi, magari, un segnale d’inversione di tendenza sta già partendo dall’Italia, con le amministrative e, adesso, i referendum. I prossimi grossi birilli saranno l’anno prossimo le presidenziali francesi e, poi, le politiche tedesche (oltre che le spagnole e, magari, le italiane, se ci fosse un’accelerazione rispetto alle scadenze previste).

Sarkozy e la Merkel, due ‘pezzi grossi’ dello schieramento europeo centrista e conservatore, rischiano, anche a giudicare dalle recenti municipali francesi e regionali tedesche – e lo stesso varrebbe per Berlusconi. Perché, in realtà, l’impressione è quella che i voti 2011 siano di sanzione ai governi, quali che siano, più che scelte politiche coerenti e costanti con barra al centro.

Ma, attenzione! Se a guidare il pendolo della politica è la paura, le oscillazioni possono andare fuori controllo: potrebbero persino spingersi più in là di dove sono già giunte e arrivare, così, in Francia al Fronte Nazionale di Martine Le Pen – l’onda del rifiuto non la porterà di sicuro all’Eliseo, ma potrebbe portarla al ballottaggio, come già riuscì a suo padre nel 2002; oppure, possono uscire dall’asse destra-sinistra e deviare in Germania verso i Verdi, che, più dei socialdemocratici, sono stati nelle ultime consultazioni regionali i veri beneficiari dell’arretramento cristiano-democratico.

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