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Energia e ambiente

Corsa a ostacoli per l’Artico

7 Giu 2011 - Daniele Verga - Daniele Verga

L’Artico è un’area di opportunità e di sfide riguardanti la protezione dell’ambiente, la salvaguardia e lo sviluppo sostenibile delle popolazioni locali, lo sfruttamento delle ingenti risorse ittiche e minerarie (si stima che l’Artico possa contenere il 25% delle riserve mondiali di idrocarburi tuttora inesplorate), le nuove rotte di navigazione, la ricerca scientifica, la sicurezza e la governance.

Anche se fra gli scienziati non si registra una posizione univoca sull’irreversibilità del processo di riduzione dei ghiacci nell’Artico, sia i paesi dell’area che la comunità internazionale dedicano crescente interesse alla regione, i cui mutamenti climatici potrebbero avere ripercussioni in tutto il pianeta.

La possibile apertura di rotte di navigazione nei prossimi decenni, ad esempio, potrà consentire alla regione di sviluppare, almeno per alcuni periodi dell’anno, un livello di attività economico-commerciali su scala mai conosciuta finora e di ridisegnare il sistema dei collegamenti marittimi e dei commerci tra Europa e Asia (si stima che la rotta marittima tra Tokyo e Amburgo attraverso l’Artico abbrevierebbe i tempi di navigazione di quindici giorni).

Una prospettiva di ridefinizione delle relazioni internazionali e degli assetti geopolitici ed economici dei paesi europei e dell’area mediterranea paragonabile a quella successiva alla scoperta dell’America (la stessa importanza strategica del Canale di Suez ne potrebbe risentire).

L’Artico è nostro!
Il Consiglio artico (Ca) è il foro intergovernativo – privilegiato e pressoché esclusivo a parere dei suoi membri – di discussione e di esame delle tematiche artiche, istituito con la Dichiarazione di Ottawa del 1996 da Danimarca (incluse Groenlandia e Isole Faroe), Finlandia, Svezia e dall’“inner circle” dei paesi circumpolari Canada, Islanda, Norvegia, Federazione russa e Stati Uniti, con la partecipazione anche di sei Permanent Participants, cioè i rappresentanti delle principali organizzazioni delle popolazioni indigene locali.

La riunione ministeriale del Ca, svoltasi a Nuuk (Groenlandia) il 12 maggio scorso e che ha concluso il biennio di presidenza danese e aperto quello svedese, ha confermato la posizione restrittiva dei paesi artici, ed in particolare di quelli dell’ “inner circle”, sulla trattazione e gestione delle tematiche artiche. Ne è uscito così riaffermato l’approccio ‘l’Artico è nostro’, come dimostrano le innovative raccomandazioni relative al ruolo ed ai criteri di ammissione degli osservatori al Consiglio artico approvati dal vertice.

Il ruolo degli osservatori sembra infatti destinato a rimanere marginale anche in futuro sia nel Ca che nelle attività dei sei gruppi di lavoro concentrati su vari temi: programmi di monitoraggio e valutazione; contaminanti (in particolare ‘black carbon’, metano, ozono troposferico e mercurio); conservazione di flora e fauna; prevenzione, preparazione e risposta alle emergenze; protezione dell’ambiente marino; sviluppo sostenibile. Al tempo stesso gli osservatori (attualmente Francia, Germania, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Spagna) dovranno sottoporsi ogni quattro anni ad una verifica per la conferma del loro status.

Gli aspiranti allo status di osservatori (attualmente Italia, Cina, Corea del Sud, Giappone e Commissione europea sono considerati come osservatori ad hoc) dovranno espressamente riconoscere il ruolo del Ca; i diritti sovrani, le prerogative e la giurisdizione dei paesi artici sull’Artico; il sistema giuridico che regola l’Artico basato essenzialmente sulla Convenzione Onu sul diritto del mare (punto sul quale divergono le posizioni di vari paesi, in particolare europei) e dimostrare la loro attenzione verso le sensibilità delle popolazioni indigene e la capacità di contribuire anche finanziariamente alle attività del Ca. Una volta ammessi dovranno anch’essi sottoporsi con periodicità quadriennale alla conferma del loro status.

La concezione esclusivistica della gestione dei problemi dell’Artico attraversa anche due specifici punti della Dichiarazione di Nuuk; a) la decisione di rafforzare strutturalmente e finanziariamente il segretariato del Ca con sede permanente a Tromso (Norvegia) per aumentarne l’operatività e l’efficienza; b) l’annuncio del primo accordo legalmente vincolante concluso tra i paesi artici sotto l’egida del Ca per la cooperazione in materia di “search and rescue” (Sar) marittima ed aeronautica che, seppure per finalità operative, finisce implicitamente per ripartire la regione artica fra i paesi costieri.

Si tratta senza dubbio di un’intesa importante, anche alla luce degli effetti catastrofici che eventuali incidenti nella navigazione marittima o aerea nella regione avrebbero per il sistema ambientale non solo artico. Tuttavia l’accordo potrebbe dare adito a nuove controversie sulla governance nell’Artico, in particolare nella prospettiva dell’utilizzo delle ingenti risorse energetiche.

Presenza dell’Italia
La Dichiarazione di Nuuk registra altresì gli sviluppi nelle attività del Ca e dei gruppi di lavoro nei settori della dimensione umana (le popolazioni indigene chiedono maggiore attenzione ai loro problemi e alla tutela dei loro diritti); dei cambiamenti climatici e della protezione ambientale (vengono raccomandate misure per la riduzione di emissioni di ‘black carbon’ e degli altri contaminanti e della presenza di mercurio); dell’ambiente marino artico (si raccomanda l’elaborazione di “best practises” per la prevenzione dell’inquinamento da petrolio e la sollecita finalizzazione nell’ambito dell’Organizzazione marittima internazionale (Imo) di un codice obbligatorio polare per le navi in transito); scienza e monitoraggio (viene riconosciuta l’importanza del “Sustaining Arctic Observing Networks”- Saon e dei seguiti dell’“International Polar Year”- Ipy).

L’Italia vanta una lunga e consolidata presenza nell’Artico, non soltanto di carattere scientifico, ma anche imprenditoriale. Essa risale alle esplorazioni della fine del XIX secolo del Duca degli Abruzzi ed alle spedizioni al Polo Nord di Umberto Nobile, nel 1926 e 1928, rispettivamente con i dirigibili Norge e Italia. E ad Umberto Nobile è intitolata la stazione scientifica del Centro nazionale per le ricerche (Cnr) operante dal 1996 a Ny Alesund (Isole Svalbard).

E sempre a Ny Alesund è stata inaugurata dal ministro degli Esteri Frattini il 30 aprile 2009, all’indomani della Ministeriale del CA a Tromso, la nuova struttura del Cnr – la “Amundsen and Nobile Climate Change Tower” – per lo studio dei mutamenti climatici e dello scioglimento dei ghiacci. Appaiono quindi legittime le attese dell’Italia di essere finalmente ammesso come osservatore nel Ca, alla riunione ministeriale che si terrà in Svezia nel 2013.

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