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Penisola arabica

Yemen appeso a un filo

5 Mag 2011 - Umberto Profazio - Umberto Profazio

A fine aprile il Presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh ha rifiutato di firmare un accordo che avrebbe dovuto portare all’immediato avvicendamento ai vertici del paese. Dopo alcuni mesi di braccio di ferro tra Saleh, al potere da 32 anni, e l’opposizione, il Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc) aveva proposto un accordo per evitare che la situazione precipitasse nel caos. Secondo i termini descritti da Abdul Latif al-Zayyani, segretario generale del Gcc, il presidente yemenita avrebbe avuto 30 giorni di tempo per cedere il potere in cambio dell’assoluta immunità.

In base alle clausole dell’accordo, Saleh avrebbe dovuto nominare un primo ministro proveniente dalle fila dell’opposizione, che avrebbe guidato la transizione fino a nuove elezioni presidenziali, da tenersi entro i successivi sessanta giorni. Lo stesso al-Zayyani si era recato a Sana’a, capitale dello Yemen, il 30 aprile per discutere i dettagli dell’accordo. Ma il presidente, che in un primo momento sembrava aver accettato di uscire di scena, ci ha ripensato: al-Zayyani si è quindi dovuto accontentare di incontrare solo i suoi collaboratori, che a sorpresa gli hanno espresso le riserve di Saleh sull’accordo.

A ben vedere, l’accordo proposto dal Gcc è molto favorevole ai vertici del regime, sia per la garanzia dell’immunità offerta al presidente, sia per il tempo che gli viene concesso per rassegnare le dimissioni: trenta giorni sono un periodo abbastanza lungo, e possono permettere alla Guardia repubblicana leale al presidente in carica di sedare agevolmente le ribellioni diffuse ormai in tutto il paese.

Crescente attivismo del Gcc
La proposta di accordo di transizione del Gcc arriva in un momento in cui molti regimi mediorientali sono al centro di crescenti proteste. Le rivolte della primavera araba si stanno diffondendo anche nel Golfo Persico, aggiungendo un nuovo fronte di contrapposizione nella montante rivalità tra sunniti e sciiti in generale, ma più in particolare tra Arabia Saudita e Iran.

Il Consiglio di Cooperazione del Golfo, creato nel 1981, raggruppa le sei monarchie sunnite del Golfo Persico: Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrain, Oman ed Emirati Arabi Uniti (Eau). La diffidenza dei cinque Stati più piccoli nei confronti dell’Arabia Saudita, ne ha indebolito la coesione interna e la capacità d’azione. In effetti, il Gcc si è a lungo incentrato sulla cooperazione economica. Negli ultimi anni, però, con il graduale aumento dell’influenza regionale dell’Iran, la comune percezione della minaccia sciita ha spinto gli Stati del Gcc a potenziare anche la dimensione militare dell’organizzazione. Gli Stati Uniti hanno incoraggiato questa evoluzione: il generale David Petraeus, nel suo ultimo mese alla testa del Comando centrale statunitense prima di passare alla direzione della Cia, si è pronunciato pubblicamente a favore della creazione di una forza militare integrata fra i sei paesi membri del Consiglio.

Il crescente attivismo del Gcc è venuto alla ribalta il mese scorso, quando le forze di sicurezza dell’Arabia Saudita e degli Eau sono entrate in Bahrain per reprimere la ribellione sciita. L’intervento, che è stato avallato dal Gcc, ha sedato la rivolta, consentendo alla monarchia sunnita degli al-Khalifa di rimanere al potere. Con l’accordo di transizione presentato in Yemen, il Consiglio si è proposto come mediatore in un’area in cui non avrebbe di certo una propria competenza: lo Yemen infatti, non fa parte del Gcc, nonostante abbia più volte manifestato la volontà di entrarvi. Non è una monarchia e non si affaccia sul Golfo Persico. Confina però con l’Arabia Saudita e l’Oman, e la sua instabilità preoccupa notevolmente gli Stati vicini. Che hanno deciso di fare ricorso alla mediazione per poter stabilizzare la situazione nel paese.

Bastone e carota
L’accordo del Consiglio di Cooperazione del Golfo è stato criticato dai principali partiti politici dell’opposizione yemenita, per il salvacondotto che viene garantito a Saleh ed ai suoi familiari, alcuni dei quali a capo delle forze di sicurezza: in particolare, Saleh non dovrebbe rispondere del reato di corruzione e della morte di circa 142 dimostranti uccisi finora durante le manifestazioni. La sanguinosa repressione delle proteste ha portato alla decisione del Comandante della prima divisione corazzata Ali Moshen al-Ahmar di appoggiare i manifestanti, creando una spaccatura nell’esercito.

Messo alle strette dalla fronda militare, Saleh ha continuato ad affidarsi ai fedelissimi, puntando sulla contrapposizione tribale che gli ha consentito di mantenere il potere così a lungo. Come in Libia, infatti, anche in Yemen l’affiliazione clanica è al centro delle dinamiche politiche. In particolare Saleh, che appartiene alla tribù Sanhan, durante i lunghi anni di presidenza si è circondato di persone provenienti dal suo stesso clan o addirittura della sua stessa famiglia, fra cui suo figlio Ahmed Ali Saleh, che è a capo della Guardia repubblicana.

Anche Saleh, come altri dittatori in pericolo, oltre ad utilizzare il bastone della repressione, agita la carota degli aiuti economici. A marzo ha deciso una serie di misure volte a calmare la piazza: un aumento del 25% dei salari dei dipendenti pubblici e dei militari, una riduzione delle tasse del 50% e sussidi alimentari aggiuntivi. Ma nella difficile situazione economica yemenita potrebbe non bastare. Si tratta infatti di misure che faranno lievitare il deficit pubblico, si calcola, fino a 3,75 miliardi di dollari, e non serviranno a risolvere i problemi strutturali del paese.

Lo Yemen rimane lo Stato più povero del mondo arabo, con una popolazione che vive in media con meno di due dollari al giorno, un tasso di alfabetizzazione di appena il 54%, un’aspettativa di vita di 62 anni e alti livelli di mortalità e malnutrizione infantile. Solo quattro persone su dieci hanno accesso alla rete elettrica e una persona su quattro ha accesso all’acqua potabile: il tutto considerando che la popolazione raddoppierà per raggiungere i 40 milioni di abitanti entro il 2030. Un terreno molto fertile per la diffusione del radicalismo islamico.

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