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Rivolte arabe

Siria, assedio al regime

25 Mag 2011 - Giacomo Galeno - Giacomo Galeno

La situazione in Siria è rapidamente precipitata. Venerdì 20 maggio, ad un mese dalla revoca dello Stato d’emergenza e dopo un breve periodo di relativa calma, la repressione è tornata a farsi particolarmente sanguinosa.

Il giorno dopo il discorso in cui il presidente americano Barack Obama (19 maggio) ha invitato il presidente siriano Bashar al-Asad a “guidare il cambiamento o a farsi da parte”, è giunta la notizia (come sempre grazie a canali informali: Ong per i diritti umani siriane ed internazionali, la pagina Facebook “The Syrian Revolution 2011”, ecc.) di una nuova ondata di violenze scatenata dalle forze di sicurezza e dall’esercito siriano, che avrebbe causato la morte di 44 persone (15 nella sola cittadina di Maaret al-Naaman) tra le migliaia scese ancora una volta in piazza in tutto il paese, questa volta con la benedizione americana.

Nei giorni precedenti, la scoperta di numerose fosse comuni nella città di Daraa aveva aggiunto, se possibile, un’ulteriore sfumatura di orrore agli avvenimenti. Gli oppositori, da parte loro, hanno fatto sapere che “nessun dialogo è possibile” finché le strade saranno invase da “carri armati e soldati”. Infine Stati Uniti e Ue hanno imposto nuove sanzioni al regime di Damasco, questa volta colpendo lo stesso presidente al-Asad.

Arroccamento
Fin dalla sua ascesa al potere, nel 2000, Bashar al-Assad aveva suscitato forti speranze di riforme (Primavera di Damasco), solo alcuni mesi fa alimentate dallo stesso segretario di stato americano, Hillary Clinton.

Il regime è però fondato sul controllo diretto della famiglia Assad e di circoli ad essa strettamente legati su ogni aspetto della vita del paese e questo rende molto difficile realizzare effettive aperture politiche senza destabilizzare il sistema.

Incalzato dai manifestanti che chiedevano a gran voce l’abolizione dello Stato d’emergenza, il multipartitismo, e la libertà di espressione, il regime non poteva dunque che rispondere con la repressione. Secondo alcune Ong siriane, dall’inizio delle proteste sarebbero circa mille i manifestanti caduti sotto il fuoco della polizia, dei servizi di sicurezza, della milizia Shaabiha e dell’esercito, di cui circa 700 uccisi tra il 22 aprile e il 10 maggio.

Il regime ha cercato di attribuire la responsabilità della destabilizzazione genericamente a bande armate o a gruppi terroristici (salafiti), appoggiati da fantomatiche forze straniere, che fomenterebbero l’odio fra le comunità.

Mentre da un lato si delegittima la protesta, dall’altro si giustifica dunque la violenza in nome della sicurezza dello Stato e dell’unità del popolo siriano. Al-Assad ha fatto finta di venire incontro alle richieste dei manifestanti con concessioni tardive e marginali: un nuovo governo, la rimozione dei governatori di Daraa e Homs, e la cittadinanza per migliaia di curdi. Tutti provvedimenti che non toccano la sostanza del regime stesso.

Opposizione
La protesta è scoppiata a Daraa venerdì 18 marzo, per poi estendersi su tutto il territorio. Daraa, Homs, Banias e Douma ne sono oggi i centri nevralgici.

I manifestanti rivendicano maggiore libertà (“Allah! Siria! e Libertà!”), non hanno mai invocato rese dei conti etnico-religiose, né messo in discussione l’unità del paese (“Uno! Uno! Il popolo siriano è uno!”) e sembrano pronti anche all’estremo sacrificio. Ad animare le proteste sono stati i giovani (la metà della popolazione siriana ha meno di 25 anni) che si sentono privati non solo dei più elementari diritti, ma della stessa prospettiva di un futuro dignitoso.

Risale al 22 aprile la prima dichiarazione congiunta dall’inizio delle proteste, nella quale i “Comitati locali di coordinamento”, in rappresentanza di diverse province della Siria, chiedono “l’abolizione del monopolio del partito Baathista” e “l’istituzione di un sistema politico democratico”, affermando che “la Libertà e la Dignità possono essere raggiunti solamente attraverso una pacifica transizione democratica”.

Escalation
Il 21 aprile il presidente abroga la legge sullo Stato d’emergenza, scioglie la Corte suprema per la sicurezza dello Stato e garantisce il diritto a manifestare pacificamente. Inoltre promette una nuova legge sulla libertà di stampa. La firma del decreto n° 161 è un atto simbolico (c’è il sospetto che la legge sullo Stato d’emergenza verrà sostituita da una anti-terrorismo, altrettanto dura) che doveva servire a placare oltre un mese di mobilitazioni.

Intanto dalla pagina Facebook “The Syrian Revolution 2011” gli oppositori avevano lanciato per venerdì 22 aprile una nuova giornata di protesta. Il giorno dopo infatti i siriani scendono massicciamente in piazza, accolti da una altrettanto massiccia reazione delle forze di sicurezza che in un solo giorno, secondo Amnesty International, fa 75 morti (secondo gli attivisti siriani 103) e diverse centinaia di feriti.

Da questo momento in poi la situazione degenera rapidamente. Il regime capisce che le concessioni non bastano più e vuole, una volta per tutte, ripristinare l’ordine attraverso una “punizione esemplare”. Il 25 aprile i carri armati raggiungono le città di Daraa e Douma, l’esercito (la famigerata IV Divisione comandata da Maher al-Assad fratello del presidente) entra nelle due città e i cecchini vengono posizionati sui tetti con l’ordine di sparare a qualunque cosa si muova.

Daraa verrà privata di luce, acqua e rifornimenti alimentari. Un vero e proprio assedio. Amnesty International, Human Right Watch, la Croce Rossa Internazionale e la Federazione Internazionale dei Diritti Umani riferiscono di massacri, di centinaia di arresti arbitrari (7.000 da marzo), di torture, di presidi militari attorno agli ospedali per impedire il soccorso dei manifestanti, di funerali bersaglio delle forze di sicurezza.

Adnan Mahmud, ministro dell’Informazione, dirà che “a Daraa, l’esercito è intervenuto su richiesta della popolazione per ripristinare la sicurezza”. Al salto di qualità della repressione corrisponde un salto di qualità delle rivendicazioni. Il popolo chiede la fine del regime.

Risposta internazionale
Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha fermamente condannato l’azione siriana, proponendo un’“inchiesta indipendente”. Stati Uniti e Unione europea hanno tentato di imporre sanzioni nel quadro Onu, ma hanno dovuto rinunciarvi per l’opposizione di Russia e Cina. Si sono quindi mossi unilateralmente, varando sanzioni contro singoli membri del regime.

Anche Turchia e Iran (accusato dagli Stati Uniti di essere complice della Siria e di fomentare le rivolte in Bahrain e in Yemen) hanno condannato la repressione, anche se Teheran si è limitata a condannare l’uso della forza non menzionando espressamente la Siria.

Ferme condanne sono giunte anche dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani. In Libano, la situazione siriana sta avendo un impatto enorme. Il ministro degli esteri libanese, Ali Shami, ha dato all’ambasciatore all’Onu, Nawwaf Salam, l’istruzione di votare contro la dichiarazione del Consiglio di Sicurezza sulla Siria. Il movimento sciita libanese Hezbollah, dal canto suo, sostiene apertamente il regime siriano e la sua politica repressiva.

Israele, tecnicamente in guerra con la Siria, non ha ancora preso una posizione chiara, ma il regime degli Assad è stato una controparte troppo docile per preferirne un’altra. L’Arabia Saudita ha espresso da subito il suo sostegno al regime di Damasco.

Assedio
Il regime è ancora solido e può contare sulla fedeltà degli apparati dello Stato, delle forze di sicurezza e sull’appoggio o sulla non-opposizione della comunità cristiana, delle due grandi città, Damasco ed Aleppo, e di una larga fascia della popolazione fedele o che teme una “libanizzazione” del paese.

L’opposizione, sebbene non molto numerosa e circoscritta ad alcune aree, ha rotto gli indugi, è determinata e sa di essere sostenuta dalla comunità e dall’opinione pubblica internazionale.

La spunterà chi resisterà di più. Ma gli assedi, si sa, possono durare a lungo e determinare grandi spargimenti di sangue. Il regime ha dalla sua un vantaggio che può sfruttare nel breve termine: l’uso indiscriminato della forza. Gli oppositori possono però contare su qualcosa di più duraturo, come il risveglio della coscienza civile e il desiderio di democrazia. Le rivoluzioni nordafricane hanno segnato un punto di non-ritorno nella storia della regione, e se Assad pensa di poter rispondere solo con i carri armati, rischia un grande abbaglio che potrebbe costargli caro.

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