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Dopo le elezioni in Finlandia

L’ipoteca populista sull’Europa

10 Mag 2011 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

In un’Europa incapace di coraggio e di solidarietà, dove prevale la paura e l’egoismo, le elezioni politiche finlandesi di metà aprile hanno calato un’altra pesante ipoteca euro-scettica. Si allarga nell’Unione quello che Les Echos chiama “il contagio del populismo”, un morbo che “si nutre del rigetto dei leader e delle paure della globalizzazione, dell’immigrazione, d’un islam sempre più visibile”.

Dopo l’Olanda, dove gli xenofobi condizionano una coalizione di minoranza con l’appoggio esterno, e il Belgio, dove i nazionalisti fiamminghi frenano da oltre 300 giorni i negoziati per un governo, tocca ai paesi nordici, finora roccaforte di una democrazia sociale e solidale: un’increspatura in Svezia, un’ondata in Finlandia, uno dei Paesi dell’euro, che, adesso, potrebbe rimettere in discussione i salvataggi finanziari di Grecia, Irlanda, Portogallo.

Le istituzioni dell’Ue ostentano fiducia che gli impegni saranno mantenuti, ma scricchiolii vengono da Italia e Francia, dove Lega e Fronte nazionale già condizionano i giochi politici e le scelte dei governi.

Veri Finlandesi
In Finlandia, un paese dell’euro, finora il più europeista fra i nordici, il successo, persino al di là delle previsioni, dei populisti ha radici nel malcontento per l’impatto della crisi, che tocca pure un simbolo del paese come la Nokia e colpisce occupazione e pensioni.

Le elezioni le hanno vinte i conservatori (44 seggi, poco oltre il 20% dei voti) davanti ai socialdemocratici (42 seggi, un soffio sopra il 19%), ma l’exploit lo ha fatto il partito nazionalista dei Veri Finlandesi, da 5 a 39 seggi e dal 4 al 19%. I centristi, che erano il principale partito, con 51 seggi e il 23% dei voti, sono crollati a 35 seggi e sotto il 16%: la premier uscente Mari Kiviniemi si sarà anche meritata uno sguardo sottecchi di Silvio Berlusconi all’ultimo vertice europeo, ma non ha saputo meritarsi di nuovo la fiducia dei suoi cittadini.

Un dato è particolarmente significativo: fra tutti i partiti presenti in parlamento, solo gli euro-scettici avanzano; tutti gli altri perdono consensi e seggi. Il leader dei Veri Finlandesi, Timo Soini, un tipo corpulento, dotato di carisma, giudica il voto “un referendum contro la politica europea” centrista e ora si gioca la carta della partecipazione alle trattative per il nuovo governo, che – vista la frammentazione dei suffragi – dovrà essere una variegata coalizione: nessuna alleanza di due partiti s’avvicina neppure alla metà dei 200 seggi.

Il leader centro-conservatore Jirki Katainen, la cui formazione è nel partito popolare europeo, ha avuto l’incarico di costituire il nuovo esecutivo e sta sondando ipotesi d’alleanza con vari leader, fra cui Soini, a patto che abbassi i toni e anti-europeisti e anti-immigrazione. Molto dipende pure dai socialdemocratici, estromessi dal governo dal 2007 e guidati da Jutta Urpilainen, leader dall’immagine comunicativa e aperta (sono fortemente europeisti, ma hanno riserve sul salvataggio del Portogallo). Non è neppure esclusa una riconferma dell’alleanza tra conservatori e centristi, a rapporti di forze invertiti e con altri supporti.

Spia di pericolo
A Bruxelles, c’è chi ha celebrato l’avanzata dei Veri Finlandesi, che, nel parlamento di Strasburgo fanno gruppo con gli ‘euro-scettici’. La svedese Cecilia Malmstroem, commissaria all’immigrazione, vede, invece, accendersi una spia di pericolo rossa: per fermare l’ondata ‘euro-scettica’ “mancano in Europa leadership e solidarietà”, dice. I populisti “sfruttano la paura degli immigrati” e dimenticano, o fingono di farlo, che l’Ue “ha bisogno di manodopera”.

Un’analisi da molti condivisa al Berlaymont, il palazzo a stella di cristallo sede dell’esecutivo comunitario, e anche al parlamento, ma che trova invece sostegno più incerto nel Consiglio dei ministri dell’Unione, dove fra i 27 sono forti le spinte verso formule di gestione dei problemi intergovernative, piuttosto che verso un rafforzamento dell’integrazione con il metodo comunitario.

Insomma, numerosi governi, o perché ne sono espressione, o perché ne temono l’avanzata, assecondano, o almeno blandiscono, l’ ‘euro-scetticismo’, piuttosto che contrastarlo. E talora lo sbandierano, come accade in Italia, dove, magari per calcolo di breve termine – il voto amministrativo -, il premier Silvio Berlusconi e il ministro dell’interno Roberto Maroni non esitano a proclamare “meglio soli che male accompagnati”, solo perché Bruxelles richiama Roma al rispetto di regole, sull’immigrazione come sul mercato unico, accettate e sottoscritte.

Fra i leghisti d’Europa, quelli ‘chi fa da sé fa per tre’ e ‘mogli e buoi dei paesi tuoi’, che non hanno nulla contro ‘i foresti’ purché stiano a casa loro, Mario Borghezio è quasi un modello: parlamentare europeo presente e informato, ogni giorno propina una sua dichiarazione e magari due. E proprio Borghezio, a proposito dell’avanzata dei Veri Finlandesi, parla di “marcia trionfale dei movimenti vicini” alla Lega, mentre una sua collega, Mara Bizzotto, saluta “un’altra picconata a questa Ue obsoleta e squinternata”.

Borghezio e la Bizzotto, come gli altri 7 leghisti nostrani a Strasburgo, stanno nel gruppo ‘Europa della Libertà e della democrazia’, formato da partiti disparati ma tutti con programmi ‘eurocritici’ o meglio ‘euroscettici’, d’ispirazione regionale e visioni conservatrici. Creato all’inizio della legislatura, il gruppo comprende oltre 30 eurodeputati: 13 britannici, nove italiani e poi francesi, olandesi, danesi, slovacchi, greci e anche un ‘vero finlandese’. Presidenti ne sono un britannico e l’ex ministro italiano Francesco Speroni, uno che, un po’ come Borghezio, Bossi ha ‘esiliato’ in Europa.

Secessionisti e xenofobi a convegno
Loro sono i leghisti di destra. Ci sono pure quelli di sinistra, associati ai Verdi e riuniti nella ‘European Free Alliance’, fautori di tutti gli indipendentismi frustrati e difensori di tutte le minoranze, specie linguistiche. Se volevate vederli all’opera tutti insieme, bastava andare, nel week-end precedente le elezioni finlandesi, all’assemblea annuale, convocata a Mariehamm, capitale delle Isole Åland: un modo per sostenere l’ambizione di secessione delle isole dalla Finlandia. C’erano delegati da oltre 30 ‘nazioni d’Europa senza stato’, come Scozia e Galles, Bretagna e Alsazia, Catalogna e Paesi Baschi, Corsica e Fiandre; e c’è stato il benvenuto a due nuovi membri di questo mosaico che, in fondo, mette in sintonia europeismo e localismo, un nuovo partito autonomista valdostano, Alpe, e un partito che rappresenta i tedeschi di Danimarca.

Le insidie al processo d’integrazione europea e gli arroccamenti egoistici di fronte all’immigrazione non vengono dalla composita ‘European Free Alliance’ e, in fondo, neppure dagli euroscettici in qualche modo ‘incapsulati’ nei riti e nei regolamenti delle istituzioni comunitarie.

I problemi vengono dagli stati dell’Unione dove fenomeni ‘leghisti’, anche dichiaratamente xenofobi e anti-islam, sono emersi, talora per la prima volta, e comunque con forza inconsueta, negli ultimi round di elezioni politiche e amministrative: in Belgio e in Olanda, in quel Benelux che è il nocciolo dell’Unione; nei paesi nordici, in Svezia, Finlandia, Danimarca, che restano un faro di democrazia; e anche in Grecia e all’Est, in Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, mentre il fenomeno pare essersi attenuato in Polonia.

Fuori dall’Ue, pure la Svizzera, che non è mai stata particolarmente incline all’accoglienza e all’integrazione, è investita da sussulti isolazionisti: nel Ticino che parla italiano, gli xenofobi ticinesi ce l’hanno con i frontalieri italiani.

Sarkozy alla rincorsa di Le Pen
In Belgio, Bart De Wever, un secessionista fiammingo, condiziona, dopo l’avanzata nel voto di giugno 2010, i negoziati per la formazione del governo, in corso da ormai quasi un anno (un record mondiale). In Olanda, il movimento xenofobo e anti-islamico di Geert Wilders, tiene al laccio il governo di minoranza formato dai liberali del premier Mark Rutte e dai cristiano-democratici.

Ma chi oggi sente d’essere la xenofoba più forte d’Europa è Marine Le Pen, figlia di quel Jean-Marie che arrivò al ballottaggio nelle presidenziali francesi del 2002 (complice il harakiri della sinistra). Neo-leader del Fronte Nazionale, Marine vuole incontrare Maroni per fare con lui una riflessione sulla “fine dell’Unione”, che “brilla della luce di una stella morta”; chiede che la Francia abroghi subito le regole sulla libertà di circolazione; e annuncia che, se sarà presidente, uscirà dalla Nato. Fin che può solo dirlo, poco male. Ma il problema non è quel che Marine, che non sarà mai presidente, proclama. Il problema è che Sarkozy, per restare all’Eliseo nel 2012, le corre dietro.

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