IAI
Conflitto israelo-palestinese

L’intesa Fatah-Hamas rimescola le carte in Medioriente

22 Mag 2011 - Paolo Napolitano - Paolo Napolitano

I palestinesi provano a rimescolare le carte, sfidando lo status quo in Medioriente. L’accordo firmato a Il Cairo il 4 maggio scorso tra Hamas e Fatah, che ha posto fine a quattro anni di conflitto tra le due organizzazioni palestinesi, è un segnale politico importante sia sul piano interno che su quello internazionale. Non sono però pochi i dubbi sulla possibilità di attuare concretamente l’accordo. Le stesse reazioni dei principali attori internazionali – non solo di Israele, ma anche degli Stati Uniti e dei paesi europei – testimoniano la difficoltà del cammino intrapreso.

Elezioni tra un anno
L’accordo si pone in continuità con i precedenti sforzi di riconciliazione, con l’obiettivo dichiarato di superare le divergenze tra le fazioni.

Prevede innanzitutto che le elezioni – legislative, presidenziali e del Consiglio nazionale palestinese – si tengano simultaneamente nel giro di un anno dalla firma dell’accordo, probabilmente a maggio 2012. È un tentativo di ripristinare un rapporto di fiducia con la popolazione. La mancanza di legittimità è infatti una delle accuse principali che viene mossa al governo dell’Autorità nazionale palestinese capeggiato da Salam Fayyad in Cisgiordania. Ma anche Hamas deve fare i conti a Gaza con una crescente impopolarità. Ciascuna delle due organizzazioni cercherà pertanto di intercettare i voti dei delusi dell’altra.

È stata inoltre decisa una nuova composizione della commissione elettorale, con l’inserimento di membri proposti da Hamas, ed è stata istituita una Corte con il compito di dirimere le questioni relative alle elezioni.

L’elezione del Consiglio nazionale palestinese (Cnp), l’organo legislativo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), con l’inserimento di personalità legate ad Hamas, ha un grande valore simbolico. Il Cnp rappresenta infatti tutti i palestinesi nel mondo, per cui Hamas entra ufficialmente a far parte della rappresentanza palestinese (sebbene ne faccia parte già de facto).

Secondo l’accordo, il movimento islamico entrerà nel Cnp in base ad un generico criterio di proporzionalità, ma non viene precisata l’entità della quota spettante a Hamas (1) né tanto meno essa viene legata alle percentuali di voto ottenute dai movimenti alle elezioni legislative (2).

Olp rediviva
L’accordo prevede anche il ripristino del ruolo dell’Olp. È un punto significativo soprattutto in relazione alla battaglia politico-diplomatica che si terrà a settembre all’Assemblea generale dell’Onu per il riconoscimento dello Stato di Palestina. Se i palestinesi si presentassero uniti a questo appuntamento, aumenterebbero le loro possibilità di successo, anche se è previsto che il nuovo Cnp venga eletto solo in un momento successivo (maggio 2012, come detto).

Il terzo punto riguarda la sicurezza e prevede la formazione di un Alto comitato per la sicurezza nei territori, composto da ufficiali di entrambe le parti. Si pone così fine alla guerra tra Fatah e Hamas, sebbene non sia ancora chiaro come funzionerà questo comitato congiunto.

Viene ribadita la tripartizione delle forze di sicurezza in forze di sicurezza nazionale, forze di sicurezza interna e servizi di intelligence, con l’inserimento di circa 3.000 uomini (vicini ad Hamas) all’interno delle prime due. L’unificazione e la riorganizzazione dei servizi segreti avverrà invece in un secondo momento. Non è affatto chiaro però come la partecipazione di Hamas al mantenimento della sicurezza nei territori possa conciliarsi con il coordinamento oggi in atto in Cisgiordania tra il governo Fayyad e le autorità israeliane.

L’ultimo punto riguarda le funzioni di governo attraverso la formazione di un governo di unità nazionale composto da elementi tecnici e non politici. Si tratta dell’aspetto più concreto dell’accordo che mira a riunificare le istituzioni politiche delle due parti di territorio, separate dal giugno 2007.

Di notevole importanza è l’estensione di alcuni programmi sociali e di ricostruzione attivi in Cisgiordania anche alla Striscia di Gaza, dove la popolazione, fortemente provata da anni di assedio, vive in condizioni di estrema precarietà.

Reazioni in Israele
Israele ha fermamente condannato l’accordo. “O la pace con Israele o la pace con Hamas” ha dichiarato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Passando dalle parole ai fatti, Israele ha immediatamente sospeso il versamento degli introiti fiscali destinati all’Autorità nazionale palestinese (circa 90 milioni di dollari di Iva e dazi doganali per le merci destinate ai Territori), chiedendo garanzie sulla loro effettiva destinazione. Si tratta di un’arma spesso utilizzata da Israele (3) e che rischia di avere serie ripercussioni nei Territori: quelle entrate rappresentano infatti il 70% di quelle totali dell’Anp e sono utilizzate per pagare gli stipendi della pubblica amministrazione. Francia e Unione europea hanno però subito messo a disposizione fondi per ovviare a questo problema.

Tuttavia, a suscitare preoccupazione in Israele è soprattutto la riapertura del valico di Rafah, al confine tra Egitto e Gaza, decisa da Il Cairo qualche settimana fa e che ha probabilmente favorito l’accordo tra le parti. È un evento che segna un’inversione di tendenza nelle relazioni tra Israele e Egitto e s’inserisce nella riconfigurazione del quadro geopolitico della regione in seguito alla cosiddetta “primavera araba”.

Israele deve ora misurarsi con una nuova leadership egiziana che sembra intenzionata ad apportare alcuni cambiamenti importanti alla politica estera del paese. L’altro attore regionale in forte espansione con cui Israele dovrà sempre più fare i conti è la Turchia, che ha salutato con favore l’accordo tra i palestinesi.

Europa e Usa colti in contropiede
L’accordo tra Fatah e Hamas ha colto di sorpresa sia europei che americani. Catherine Ashton, responsabile della politica estera Ue, ha accolto con grande interesse l’accordo; da tempo infatti molti europei auspicavano una riconciliazione tra le fazioni palestinesi. La Ashton non ha però espresso giudizi sul merito dell’accordo. Molto più scettica la posizione della Germania: il ministro degli esteri Guido Westervelle ha escluso che Hamas possa diventare un partner con cui dialogare.

Le condizioni che vengono poste a Hamas sono quelle di sempre: riconoscimento del diritto di Israele ad esistere, fine dell’uso della violenza e accettazione di tutti gli accordi sottoscritti precedentemente dall’Olp. Le stesse condizioni sono state ribadite anche dall’amministrazione americana, che si è mostrata anch’essa molto cauta nel valutare l’accordo. Washington dovrà però rivedere in qualche modo la propria strategia in Medioriente. Peraltro, all’indomani dell’accordo, l’inviato speciale americano, George Mitchell, si è dimesso dal suo incarico.

Gli ultimi sviluppi nella regione rischiano di ridimensionare il ruolo degli Usa, che erano, fra l’altro, all’oscuro dei colloqui segreti in Egitto tra le due organizzazioni palestinesi. Washington aveva già un problema di credibilità, non essendo riuscita a convincere Israele a interrompere la costruzione delle colonie in Cisgiordania.

Va ricordato che, mentre l’Ue finanzia i programmi economici e sociali delle istituzioni palestinesi, gli Usa si sono adoperati principalmente per l’addestramento delle forze di sicurezza palestinesi, che adesso però, in base all’accordo raggiunto, dovrebbero coordinarsi con Hamas: uno sviluppo inaccettabile per l’amministrazione americana.

Con l’accordo tra le fazioni, i palestinesi hanno sparigliato il tavolo, mettendo in crisi lo status quo. Varrebbe la pena provare a capire se e come l’accordo, che apre uno spiraglio in una situazione altrimenti congelata, possa essere concretamente attuato. Se si vuole evitare una nuova escalation militare, converrebbe non chiudere pregiudizialmente la porta al dialogo con un’eventuale amministrazione palestinese frutto di un’effettiva riconciliazione nazionale.

(1) Il Consiglio nazionale palestinese è così composto: 88 membri sono gli eletti del Consiglio legislativo palestinese, 90 circa sono eletti in Cisgiordania e Gaza e circa 400 sono personalità della diaspora palestinese nel mondo.
(2) In seguito alle elezioni del 2006, Hamas aveva chiesto di legare la partecipazione all’Olp alle percentuali di voto ottenute alle elezioni legislative. Attualmente il movimento non gode più di tanta popolarità, per questo motivo tale richiesta non è più verosimile. Storicamente invece Hamas ha sempre richiesto una quota del 40% nell’Olp, ricevendo però sempre un rifiuto da Fatah.
(3) Precedette di qualche mese lo scoppio della Seconda Intifada nel 2000.

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