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Sicurezza e difesa

L’ancora di salvezza dell’integrazione europea

22 Mag 2011 - Michele Nones - Michele Nones

I tagli alla spesa pubblica non risparmiano nessun paese europeo e, come era prevedibile, si abbattono in particolare sui bilanci della difesa. La sicurezza ha un costo, ma pochi sembrano esserne consapevoli, un po’ come accade per la prevenzione antisismica o anti incendi, di cui si riscopre l’importanza solo durante le crisi o le emergenze.

In un certo senso, si deve investire a fondo perduto. In un momento di crisi finanziaria e dopo una pesante crisi economica, solo leader con una visione lungimirante sanno prendere decisioni controcorrente. Purtroppo è una specie di politici che sembra in via di estinzione sia nelle istituzioni europee, a partire dall’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Ue, nonché Capo dell’Agenzia europea di difesa, sia nelle principali capitali.

Passo del gambero
Nonostante una prolungata partecipazione a varie missioni internazionali anche in aree lontane e la crescente instabilità dell’arco di crisi che abbraccia il Nord Africa e tutto il Vicino Oriente e le nuove minacce terroristiche che potrebbero scaturirne, l’Europa continua a ridurre gli investimenti nella sua sicurezza e difesa.

Vi è, poi, un secondo aspetto. L’industria dell’aerospazio, sicurezza e difesa rappresenta un concentrato unico di capacità sistemiche, caratterizzate da una forte e continua innovazione di prodotto e di processo. Potrebbe fornire, quindi, un forte impulso a un nuovo modello di sviluppo più orientato verso la tecnologia. Aereospazio, sicurezza e difesa sono strettamente collegati fra di loro e diventano sempre più complementari. Necessitano però di ingenti finanziamenti pubblici.

Tuttavia, i paesi finora più attivamente impegnati nel campo della difesa, come Francia e Regno Unito, stanno facendo marcia indietro e altri, come Germania e Italia, che da sempre hanno investito proporzionalmente di meno, arretrano ulteriormente.

Specializzazione e eccellenza
Di fronte a questo quadro, l’unica soluzione per l’Europa è quella che vale per i singoli Stati membri: non essendovi risorse sufficienti per fare tutto il necessario, bisogna concentrarsi sulle priorità. È una scelta fisiologica: per garantire la sopravvivenza degli organi vitali, bisogna ridurre e poi tagliare l’energia destinata alle parti meno importanti. Fuor di metafora, l’Europa deve ridimensionare gli strumenti militari, accettando una maggiore specializzazione, e ridurre le capacità produttive, puntando sulle aree di eccellenza tecnologica. Il perseguimento di entrambi questi obiettivi deve accompagnarsi a una maggiore integrazione e interdipendenza.

È necessario quindi fare ulteriori passi avanti nell’integrazione del mercato europeo della difesa. Gli strumenti a disposizione non sono realisticamente molti, né completamente efficaci. Sarebbe di conseguenza importante utilizzarli tutti e nel modo più efficace.

Le istituzioni europee devono vigilare e insistere affinché le nuove regolamentazioni volte a favorire questo processo siano attuate tempestivamente e senza trucchi o colpi di coda.

Entro il prossimo 30 giugno gli Stati membri dovrebbero recepire la direttiva sui trasferimenti di prodotti militari, avendo poi un anno di tempo per attuarla e l’Italia è in alto mare, con un ritardo nemmeno quantificabile.

Entro il 21 agosto dovrà poi essere recepita la direttiva sugli acquisti di prodotti di difesa e sicurezza e l’Italia, dopo aver quasi raggiunto la meta si è arenata per futili ragioni e rischia di arrivare all’ultimo minuto, senza peraltro avervi preparato la macchina amministrativa.

Bastone e carota
Le istituzioni europee non solo hanno il potere e il dovere di colpire ogni abuso, ma possono anche offrire qualche incentivo.

Il primo è rappresentato dal VIII Programma Quadro. In un momento di totale carenza di fondi per la ricerca e tecnologia, anche limitate risorse aggiuntive possono fare la differenza. La resistenza (ideologica o corporativa) di alcune forze politiche del Parlamento europeo deve essere superata: l’Europa non può permettersi di perdere la corsa tecnologica per salvare le quote latte o le sovvenzioni agricole. È necessario che per l’area della sicurezza siano previste risorse adeguate.

Ma questa scelta richiede una nuova impostazione. Bisogna partire dall’individuazione di requisiti comuni europei per i futuri equipaggiamenti e vincolarvi le risorse europee. I paesi che vogliono finanziare attività al di fuori di questo perimetro devono farlo a proprie spese.

Dovrebbero inoltre essere previsti altri incentivi per affrontare i costi sociali dell’inevitabile ristrutturazione e razionalizzazione dell’industria europea, che comporteranno riqualificazione di personale, riassunzione in altri settori, avvio di nuove iniziative autonome, pensionamenti. È un problema collettivo di cui le istituzioni europee devono farsi carico insieme agli Stati membri.

Calice amaro
I governi, soprattutto quelli dei maggiori paesi, devono affrontare insieme e con coraggio una serie di scelte: 1) concentrare le loro limitate risorse sulle rispettive aree di eccellenza tecnologica che vanno tutelate con tutti gli strumenti disponibili; 2) rinunciare a difendere attività non competitive; 3) evitare velleitari progetti in nuove aree già saturate a livello europeo; 4) accettare l’interdipendenza a livello di aree, di prodotti e di componenti; 5) assumere le necessarie misure per tenere sotto controllo le capacità tecnologiche e industriali strategiche senza inibire né l’internazionalizzazione delle imprese né gli investimenti da parte degli altri paesi europei.

Questo processo di trasformazione richiede una forte volontà e capacità di gestione politica. Non può essere lasciato ai soli meccanismi del mercato: il mercato della difesa non è un mercato aperto, e in gioco ci sono consolidati e importanti interessi nazionali. È necessario che i principali paesi trovino la forza per concordare una ripartizione dei ruoli nella prospettiva di una maggiore integrazione, unica risposta possibile alla riduzione delle spese in un settore di così vitale importanza come quello della sicurezza e difesa.

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