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Dopo l’arresto di Mladić

La Serbia in attesa di segnali da Bruxelles

31 Mag 2011 - Giordano Merlicco - Giordano Merlicco

Il 26 maggio le autorità serbe hanno arrestato il generale Ratko Mladić, comandante dell’esercito della Repubblica Serba di Bosnia (Republika Srpska, Rs) durante la guerra del 1992-1995. Accusato dal 1995 di genocidio e crimini di guerra dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia (Tpij) dell’Aja, Mladić aveva fatto da tempo perdere le sue tracce. Per l’Unione europea la sua cattura era una condizione essenziale affinché la Serbia potesse avvicinarsi a Bruxelles, e proprio l’adesione all’Ue sembra il principale obiettivo dell’esecutivo serbo.

Tuttavia, mentre l’arresto di Mladić è stato accolto con favore a Bruxelles, esso non ha mancato di suscitare reazioni controverse in patria. Anzi, secondo il ministro Rasim Ljajić, la cattura di Mladić potrebbe addirittura compromettere le possibilità che l’attuale coalizione di governo venga riconfermata alle prossime elezioni.

L’Ue apprezza
L’arresto dell’ex comandante militare dei serbi di Bosnia è stato annunciato dal presidente serbo in persona. Boris Tadić ha rivendicato la cooperazione con il tribunale dell’Aja: “Credo che ora tutte le porte per la nostra integrazione nell’Ue siano state aperte”. L’arresto di Mladić è stato accolto con favore dai responsabili dell’Ue, che avevano continuato a chiedere alle autorità di Belgrado di migliorare la cooperazione con il Tpij.

In seno all’Ue, in realtà, la maggior parte dei paesi era già disponibile a nuove aperture nei confronti della Serbia. Al contrario, il Belgio e, soprattutto, l’Olanda avevano continuato a porre la consegna di Mladić come condizione per far progredire il processo di adesione. Il commissario per l’allargamento, Stefan Fuele, ha dichiarato che ora la Serbia ha rimosso “un grande ostacolo” per l’adesione. Da un punto di vista legale ed amministrativo, infatti, la Serbia aveva già fatto molti passi in avanti nell’adeguamento ai parametri dell’Ue.

Tra i ricercati dal Tpij manca ancora Goran Hadžić, dirigente politico dei serbi di Croazia durante la guerra. Tuttavia Mladić e Radovan Karadžić, ex presidente dei serbi di Bosnia arrestato da Belgrado nel 2008, erano personaggi decisamente più importanti.

Reazioni in Bosnia e in Serbia
In Bosnia grande soddisfazione è stata espressa da Bakir Izetbegović, membro della presidenza tripartita della Bosnia e figlio di Alija Izetbegović, il presidente che ha guidato i bosgnacchi durante la guerra. Meno prevedibili i commenti dei rappresentanti serbi. Milorad Dodik, presidente della Rs e capo del maggior partito dei serbi di Bosnia, l’Alleanza dei social democratici indipendenti (Snsd), si è limitato a dichiarare che “l’arresto di Mladić non è una sorpresa: era previsto dagli accordi di Dayton”.

Sulla stessa linea il suo compagno di partito e membro serbo della presidenza bosniaca, Nebojša Radmanović, secondo cui “tutti i paesi della regione devono rispettare gli obblighi di Dayton”. A prima vista il tono di questi commenti può sorprendere, soprattutto se si considera la disinvoltura con cui a volte Dodik concede dichiarazioni alla stampa. Tuttavia Dodik è divenuto uno strenuo difensore degli accordi di Dayton, in cui egli vede innanzitutto la garanzia dell’autonomia della Rs.

Toni diversi nella Rs sono stati usati dall’opposizione. Mladen Bosić, presidente del Partito democratico serbo (Sds), ha dichiarato che il governo di Belgrado ha arrestato Mladić per ragioni di politica internazionale, riferendosi alla volontà di aderire all’Ue e al tentativo di ottenere maggiore comprensione in merito allo status del Kosovo. Tuttavia Bosić ha tenuto a precisare che “la Serbia aveva già arrestato Karadžić e tutta la vecchia dirigenza militare, senza ottenere alcun risultato. Il paese non ne ha tratto vantaggi, mentre in questo modo la Serbia ha tradito coloro che l’hanno protetta durante la guerra”.

Il commento di Bosić è esemplare delle reazioni contrastanti suscitate tra i serbi dalla cattura di Mladić. Anche se tra i partiti serbi solo il Partito radicale (Srs) ha esplicitamente condannato l’arresto di Mladić, diverse proteste si sono svolte in Serbia e tra i serbi di Bosnia. Secondo un sondaggio pubblicato pochi giorni fa, prima della cattura, il 51% dei cittadini della Serbia era contrario all’estradizione di Mladić.

Più che un convinto sostegno all’ex comandante dei serbi di Bosnia, questo dato evidenzia che i serbi percepiscono il Tpij come un organo parziale. Alla base di questa convinzione c’è l’esiguità del numero di condannati croati e bosgnacchi rispetto a quelli serbi e il rifiuto del Tpij di aprire inchieste sulle responsabilità della Nato per le vittime civili provocate dai bombardamenti del 1999.

A ciò si aggiunge la pressoché totale assenza di albanesi del Kosovo tra gli imputati del Tpij, nonostante emergano indizi sempre più corposi sui crimini commessi dai guerriglieri dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uck). Lo stesso Tadić ha invocato un’inchiesta internazionale per verificare se l’Uck, come si sospetta, abbia gestito un traffico di organi espiantati ai suoi prigionieri durante la guerra. Si tratta di un’accusa a lungo ripetuta dalla Serbia di cui si è parlato molto sui media quando il parlamentare svizzero Dick Marty ha presentato sull’argomento un rapporto al Consiglio d’Europa.

Attesa ricompensa
L’esecutivo di Belgrado spera che l’arresto di Mladić possa accelerare il processo di avvicinamento all’Ue. Belgrado punta a ottenere entro la fine dell’anno lo status di paese candidato. Si tratta di un obiettivo realistico, anche se l’Ue non sembra disponibile a fare sconti alla Serbia. Nell’Ue non aleggia grande entusiasmo per l’ipotesi di nuove adesioni e la crisi economica, con le sfide che pone alla stabilità economica e finanziaria di diversi Stati membri, sembra imporre altre priorità. Anche se Belgrado ottenesse lo status di paese candidato, dunque, con ogni probabilità i negoziati di adesione si protrarrebbero per diversi anni.

Le maggiori aperture dell’Ue alla Serbia, del resto, sono state compiute quando Bruxelles temeva che a Belgrado si insediassero maggioranze meno disponibili nei confronti delle sue politiche nella regione. Così è stato nel 2008, quando, di fronte alla concreta possibilità di una vittoria elettorale dei radicali (Srs), gli Stati membri concessero alla Serbia l’Accordo di associazione e stabilizzazione (Asa) e la promessa di investimenti economici.

Oggi è improbabile che in Serbia si insedi un governo apertamente ostile, poiché il nuovo Partito progressista serbo (Sns), guidato dall’ex radicale Tomislav Nikolić, condivide con il governo l’obiettivo di aderire all’Ue ed evita di assumere posizioni che lo pongano in contrasto con Bruxelles.

Pur suscitando aspre critiche, la cattura di Mladić non provocherà probabilmente grandi crisi a Belgrado. Contribuirà però a minare la popolarità di Tadić e del suo Partito democratico (Ds), già erosa dalla mancata promessa di migliorare la situazione economica. Per Tadić le cose si metterebbero male soprattutto se la Serbia non venisse ricompensata dall’Ue con un atteggiamento più conciliante sulla questione del Kosovo o con più concrete prospettive di adesione.

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