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Verso il Vertice del 27 maggio

La difficile quadratura del cerchio del G8 di Deauville

23 Mag 2011 - Paolo Onofri - Paolo Onofri

Oltre allo spinoso nodo della sostituzione del direttore generale del Fondo monetario internazionale, l’incontro del G8 che si svolgerà a Deauville il 26-27 maggio dovrà cercare di elaborare una linea comune sulle politiche economiche da seguire e sarà tutt’altro che facile.

Per gli Stati Uniti appare ancora prioritario evitare un rallentamento della loro economia, obiettivo non facilmente conciliabile con la fine della politica monetaria super-espansiva e l’inizio della riduzione del disavanzo pubblico, in una situazione in cui anche il mercato del lavoro e quello degli immobili sono ancora molto deboli.

I paesi emergenti, dal canto loro, non vogliono essere costretti a strozzare il processo di crescita di medio periodo che hanno imboccato da qualche anno, perché rischierebbero di frustrare le aspirazioni delle loro popolazioni a colmare il divario con gli standard di vita dei paesi maturi. Questi ultimi, presi dalla necessità di riequilibrare le loro economie, riducendo l’indebitamento delle famiglie e delle banche, o del settore pubblico, avrebbero bisogno di contare sul sostegno alla domanda mondiale fornito finora dai paesi emergenti.

Tendenze centrifughe
Nell’ottobre 2008 l’economia mondiale era sull’orlo dell’abisso di una crisi finanziaria inimmaginabile. La reazione coordinata delle banche centrali americana, europea, giapponese, cinese e svizzera, combinata con i massicci provvedimenti espansivi adottati dalle autorità di bilancio di quasi tutti i paesi, Cina inclusa, consentì di fare marcia indietro e imboccare una strada più sicura.

Diversi incontri dei G8-G20 avviarono il lavoro di riforma delle regole dei mercati finanziari per evitare il ripetersi di nuove situazioni di crisi e formularono gli indirizzi generali che avrebbero dovuto guidare le politiche economiche dei diversi paesi per rimuovere le condizioni di carattere macroeconomico all’origine della crisi.

Nella primavera del 2009, in uno di questi incontri, fu chiaramente indicata la necessità che ciascun paese facesse la sua parte per ridurre lo squilibrio macroeconomico globale. Ovvero, che, da una parte, Cina, Germania e Giappone favorissero la crescita della loro domanda interna al fine di ridurre i loro surplus nei conti con l’estero e, dall’altra parte, i paesi più colpiti dalle bolle immobiliari (Usa, Regno Unito e Spagna, per rimanere ai maggiori) e in forte disavanzo estero favorissero l’aumento della loro propensione al risparmio.

Equilibrio precario
Nello stesso tempo, l’Europa e gli Usa si misero al lavoro per ridisegnare le regole per i mercati finanziari e, soprattutto, per ridurre lo spazio di manovra delle istituzioni finanziarie, in modo da evitare che potessero mettersi nuovamente in condizioni rischiose sia dal punto di vista individuale che da quello sistemico.

Nel corso del 2009 e nei primi mesi del 2010 sembrava esservi, sul fronte delle politiche economiche, un accordo implicito: bisognava evitare da un lato di tardare troppo a imprimere una svolta alle politiche monetarie (exit strategy), dall’altro, di essere troppo precipitosi nel rientro dalle politiche di bilancio espansive (veniva ricordato ciò che accadde negli Usa nel 1937, quando,all’inversione di segno della politica di bilancio seguì una fase di ricaduta dell’economia).

È in questa fase che il coordinamento comincia a venir meno. I tempi e le linee operative delle riforme in Europa, negli Usa e nel Regno Unito cominciano a differenziarsi, come pure le politiche economiche. I paesi emergenti, meno colpiti dalla crisi, sono i primi a cambiare il segno delle loro politiche monetarie, trovandosi costretti a contrastare gli effetti eccessivamente espansivi delle politiche monetarie permissive condotte dai paesi avanzati; effetti che cominciavano a manifestarsi anche sui mercati delle materie prime e del petrolio.

È in questa fase che si manifesta anche la nefasta disattenzione dell’Europa al problema del debito pubblico greco, benché le banche francesi e tedesche ne detenessero nei loro portafogli quantità importanti. A questa disattenzione ha fatto peraltro seguito una prolungata sottovalutazione del problema.

Divergenza Usa-Europa
A questo punto, le politiche economiche cominciano a divergere anche tra i paesi avanzati. In Europa sono le politiche di bilancio a cambiare rotta per prime, rapidamente e in misura drastica, mentre la politica monetaria rimane inizialmente guardinga.

Negli Usa, invece, proseguono entrambe in modo espansivo. Anzi, sul finire del 2010, preoccupata dai segnali di rallentamento della ripresa, l’amministrazione americana prende ulteriori provvedimenti espansivi di bilancio e la Banca centrale americana lancia un secondo programma di creazione di liquidità (quantitative easing 2).

L’accelerazione che queste misure imprimono all’ascesa dei prezzi delle materie prime e del petrolio, oltreché dei metalli preziosi, induce la Banca centrale europea (Bce) a mutare il proprio atteggiamento, nonostante l’aggravarsi della crisi dei debiti pubblici e privati dei paesi periferici.

Alla divaricazione tra la crescita dei paesi emergenti e quella dei paesi avanzati si somma la divergenza nella crescita tra paesi centrali dell’Unione economica e monetaria (Uem) e paesi periferici. Quest’ultima divergenza rende più problematico, per la Bce, riportare i tassi di interesse alla “normalità”, mentre la posizione della Banca centrale americana è decisamente più favorevole a un atteggiamento espansivo.

Inoltre, questi mutamenti nello stato delle politiche economiche aumentano l’instabilità del mercato dei cambi: i timori di protezionismo espressi nelle conclusioni dei diversi G8-G20 trovano conferma in politiche che fanno leva su una moneta debole per sostenere l’economia.

Questa è la situazione alla vigilia dell’incontro del G8 che si terrà il 26-27 maggio a Deauville. Poiché il perseguimento simultaneo di tutti questi obiettivi è impossibile, il risultato sarà probabilmente quello di procedere a strappi, un po’ in una direzione e un po’ nell’altra, con l’effetto di prolungare ancora per molto l’instabilità sul mercato dei cambi e su quelli finanziari.

Probabilmente il massimo che ci si può aspettare dai prossimi incontri dei G8-G20 è che riescano a promuovere un grado di coordinamento sufficiente a mantenere tale instabilità entro limiti accettabili.

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