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L'incognita del nuovo governo

Tiro alla fune in Libano

13 Apr 2011 - Giacomo Galeno - Giacomo Galeno

Beirut – Continua la quotidiana tarantella sulla formazione del nuovo governo libanese. Un giorno ottimistiche dichiarazioni lasciano presagire un imminente annuncio dell’esecutivo. Il giorno dopo nuove rivelazioni riportano tutto a zero, o quasi, in un balletto che, con un passo in avanti e uno indietro, sta lasciando i ballerini sul posto ormai da quasi tre mesi.

Disputa sul Tribunale speciale
La coalizione 14 marzo di orientamento pro-occidentale e antisiriano ha rinunciato alle danze da un pezzo. Il 14 febbraio, per commemorare il sesto anniversario dalla morte dell’ex premier Rafiq Hariri, la coalizione guidata dal figlio, Saad Hariri, insieme ai leader cristiani Amin Gemayel e Samir Geagea, si è riunita al centro conferenze Biel a Beirut. In questa occasione ha presentato una linea politica di aperta opposizione al governo che il sunnita Najib Miqati (l’uomo più ricco del Libano secondo Forbes) sta tentando di formare dal 25 gennaio scorso con il sostegno della coalizione prosiriana 8 marzo.

La coalizione 14 marzo sostiene che un governo guidato da Miqati sarebbe controllato dal partito sciita Hezbollah (“Partito di Dio”), e che quest’ultimo, assumendo il controllo del governo, mira a risolvere a suo vantaggio la controversia sul Tribunale Speciale per il Libano (Tsl).

Il Tsl è un organismo Onu che sta investigando sull’attentato a Rafiq Hariri. Secondo alcune voci nell’atto d’accusa comparirebbero nomi di esponenti di Hezbollah. Ad un mese dalla caduta del suo governo (12 gennaio 2011), Saad Hariri, tutt’ora premier facente funzioni, ha dunque annunciato che la coalizione sarebbe rimasta all’opposizione per dire no ad un governo che non onori gli obblighi internazionali (quelli verso il Tsl) e alla presenza nel paese di armi che siano al di fuori del controllo dello Stato (quelle detenute dalla milizia di Hezbollah). Le stesse posizioni sono state ribadite a un mese di distanza, il 14 marzo, in occasione della manifestazione organizzata in Piazza dei Martiri per celebrare il sesto anniversario della Rivoluzione dei Cedri.

Il protagonista delle consultazioni per la formazione del nuovo governo, per quanto riguarda la coalizione prosiriana 8 marzo, è il capo del partito “orange” Movimento patriottico libero (Mpl) Michel Aoun. Le ragioni del doppio braccio di ferro che contrappone Michel Aoun a Najib Miqati e al presidente Michel Suleiman riguardano: il numero dei dicasteri richiesti dal movimento aounista e la scelta del ministro degli Interni.

Il nodo degli Interni
Michel Aoun, leader del Mpl (secondo gruppo parlamentare con 27 seggi), in oltre due mesi di trattative non ha fatto un passo indietro rispetto alla richiesta di 11 ministeri (in un governo di 30 membri), tra cui quello degli Interni. Il controllo di 11 ministri darebbe all’ex generale il potere di far cadere da solo il governo. La Costituzione libanese infatti ne prevede l’automatico scioglimento in caso di dimissioni di più di un terzo dei componenti (11 su 30 in questo caso).

Ma il problema non è tanto il numero dei dicasteri, rispetto al quale è già stato raggiunto un accordo di massima col premier designato Miqati, quanto la scelta del ministro degli Interni la cui nomina ha opposto, in un muro contro muro, Michel Aoun e il presidente Suleiman favorevole alla riconferma dell’indipendente Ziad Baroud.

A metà marzo sembrava che un accordo fosse stato trovato sul nome di Naji al-Boustani che però è durato solo qualche giorno. Negli ultimi giorni le relazioni tra Mpl e Miqati si sono rapidamente logorate. Lo stesso Aoun ha dichiarato che “il primo ministro designato dovrebbe prendere rischi o dimettersi” e ha tenuto a precisare che le ragioni dell’attuale stallo sono da attribuire “all’attesa di alcuni sviluppi regionali”.

Cautela Hezbollah
Il partito sciita Hezbollah durante tutta questa fase di consultazione ha preferito mantenere un profilo basso, limitandosi ad un ruolo di mediazione. Il Partito di Dio, investito dalla campagna del 14 marzo che chiede il suo disarmo e da un’inchiesta aperta dal Dipartimento del Tesoro americano che lo vedrebbe coinvolto, insieme ad alcune banche libanesi (tra cui la Lebanese canadian bank – Lbc), in un affare di riciclaggio di danaro proveniente da traffici di droga, sta cercando di non alzare altra polvere.

Hezbollah non ha mai avuto tra le sue priorità quella di guidare il governo. Significativa in questo senso è la dichiarazione del ministro degli Esteri iraniano Ali Akbar Salehi rilasciata a proposito della formazione del governo in Libano e del ruolo dell’affiliato partito sciita: “Siamo vicini a Hezbollah sul piano ideologico. Questo è ben noto, ma ciò non significa che vogliamo che Hezbollah governi il Libano. Non lo vogliamo e non lo accettiamo”.

Secondo fonti giornalistiche, il premier designato, l’imprenditore sunnita tripolino Najib Miqati avrebbe proposto durante questi mesi diverse formule di governo al fine di conciliare le varie richieste, ma senza cedere alle pressioni e cercando di mantenere in ogni momento la propria indipendenza. Le principali varianti proposte avrebbero riguardato la tipologia di governo: politico, tecnico o misto (politico-tecnico); e il numero dei suoi membri che sarebbe oscillato tra i 20 ed i 32.

Opzioni in campo
L’opzione di un governo tecnico o misto è stata considerata fin dalle prime fasi delle consultazioni, in seguito all’annuncio del 14 marzo di non volere partecipare al futuro esecutivo. Tale annuncio ha messo Miqati nella condizione di non poter formare un governo consensuale, in cui cioè tutte le forze politiche fossero rappresentate (nel sistema comunitario-confessionale libanese un esecutivo non rappresentativo della diversità comunitaria rischia di avere grossi problemi di legittimità), il che ha aperto la strada all’opzione tecnica.

Tale opzione però non è piaciuta all’8 marzo che già assaporava la possibilità di un governo monocolore e quindi ha fatto pressioni perché fosse abbandonata. Negli ultimi giorni, a causa del protrarsi della situazione di stallo, l’ipotesi di un governo puramente tecnico è stata nuovamente avanzata sia dal neo-patriarca maronita al-Rahi che dalla coalizione 14 marzo.

Le indiscrezioni apparse sui giornali negli ultimi giorni parlano di un governo misto (politico-tecnico) già pronto, ma che starebbe aspettando il via libera di Michel Aoun o della Siria.

I 30 incarichi ministeriali sarebbero attribuiti nel seguente modo:
10 ministeri al movimento di Aoun;
10 ministeri ai partiti sciiti Amal ed Hezbollah;
10 ministeri da dividere tra: presidente Suleiman, premier Miqati e Walid Jumblat (leader della comunità drusa).
La questione della nomina del ministro degli Interni rimane aperta.

Nei prossimi giorni si attende un incontro tra Aoun e il suo alleato Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, che potrebbe essere risolutivo.

L’ombra di Damasco
A destabilizzare le già delicate relazioni interne libanesi, si aggiungono le notizie provenienti dalla Siria. Il regime di Damasco è attualmente impegnato politicamente e militarmente a far fronte alla più forte ed estesa ondata di proteste anti-governative mai registrata. Le dichiarazioni da parte di Miqati (amico personale di Bashar al-Asad), di Nabih Berri e di altre fonti giornalistiche anonime escluderebbero un’intromissione di Damasco nel processo di formazione del governo libanese col fine di ostacolarlo.

Al contrario il governo siriano preferirebbe una rapida conclusione della questione. Secondo altre fonti invece le ragioni della situazione di stallo risiederebbero proprio nell’attesa della luce verde da Damasco.

Impegnati nel ruolo di pompieri i principali leader spirituali: il Patriarca maronita Beshara al-Rahi, il Gran Mufti Mohammad Rashid Qabbani (sunnita), il vicepresidente del Consiglio Supremo islamico sciita Abdel Amir Qabalan, e il druso Sheikh Naim Hassan che hanno incontrato il primo ministro designato Najib Miqati nella sua casa di Verdun. Durante l’incontro è stata ribadita la necessità del dialogo e auspicata una rapida formazione del governo. Il Patriarca al-Rahi ed il Gran Mufti Qabbani hanno dunque lanciato la proposta di un incontro interconfessionale da tenersi nelle prossime settimane a Bkirki sede del patriarcato maronita.

Quando i libanesi avranno un nuovo governo rimane, dunque, un’incognita e gli sviluppi regionali non fanno altro che complicare la situazione. Anche i membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, preoccupati dal degenerare degli eventi siriani, hanno espresso la speranza che Miqati riesca a “superare gli ostacoli e formare prima possibile un nuovo gabinetto”.

Nel frattempo le forze politiche e religiose interne stanno dando prova di una certa compattezza e senso di responsabilità. Il coordinatore speciale Onu per il Libano, Michael Williams ha anzi dichiarato che “gli eventi che percorrono trasversalmente la regione potrebbero alla fine avere un impatto positivo in Libano”. Che sappia qualcosa che sfugge ai più?

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