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Difesa comune Ue

Parigi incerta tra asse con Londra e scelta europea

12 Apr 2011 - Federico Santopinto - Federico Santopinto

Malgrado le incertezze e la confusione iniziale, l’intervento militare alleato in Libia avrà per lo meno chiarito quali sono i nuovi assetti interni all’Unione europea. Il tandem Sarkozy-Cameron che si è imposto in Europa (e nel mondo) contro il colonnello Gheddafi dimostra che i trattati militari firmati il 2 novembre 2010 da Londra e Parigi non rappresentano una semplice cooperazione tecnica tra le due principali potenze militari europee, come del resto hanno esplicitamente riconosciuto i diretti interessati.

La ratifica di quei trattati configura, piuttosto, un ritorno in grande stile della coppia franco-britannica sulla scena europea. Prima o poi, del resto, era inevitabile che l’euroscetticismo inglese tornasse ad intrecciarsi con la tradizionale ambiguità gollista nei confronti dell’Ue. Bisognerà tuttavia aspettare le prossime elezioni presidenziali francesi del 2012 per capire se si tratta di una semplice passione primaverile o di una relazione stabile, destinata a riconfigurare l’integrazione europea nel campo della politica estera e della difesa.

Parata franco-britannica
In attesa di quest’importante scadenza elettorale, va tuttavia osservato che gli altri membri dell’Unione, in particolare la Germania, hanno fortemente contribuito a spingere Parigi tra le braccia di Londra (è la Francia infatti ad aver attraversato la Manica, non il contrario). Dodici anni di riforme istituzionali e di animati dibattiti all’interno dell’Ue non sono bastati a migliorare sostanzialmente le capacità militari degli stati membri e ad accrescerne la complementarità. E la riluttanza tedesca a impegnarsi nella gestione dei conflitti, che contrasta con l’attivismo diplomatico di Berlino verso i paesi emergenti e la Russia, non ha certo contribuito a questo processo.

Venti anni dopo lo scoppio delle crisi balcaniche, Francia e Regno Unito restano i due soli paesi europei in grado di avviare missioni militari ad alta intensità oltre le proprie frontiere. Londra e Parigi non hanno mancato di sottolinearlo implicitamente nella dichiarazione comune sui nuovi accordi, ricordando che i loro investimenti per la difesa rappresentano oltre la metà di quelli europei e più dei due terzi della spesa complessiva per ricerca e sviluppo tecnologico.

In occasione della crisi libica la coppia anglo-francese è passata dalle parole ai fatti. Nella sua fase iniziale, l’azione militare franco-britannica è sembrata a tratti una vera e propria parata. Al di là delle motivazioni legittime che le hanno spinte ad intervenire, le due principali potenze del continente non si sono limitate a mostrare i muscoli al dittatore libico. Hanno anche ricordato ai loro partner, Stati Uniti inclusi, chi è in grado di agire e chi non lo è.

Divergenze strategiche
Il nuovo asse franco-britannico non cancella le tradizionali divergenze strategiche tra Londra e Parigi. La Francia, per esempio, continua a propugnare la creazione di un quartier generale autonomo europeo, che il Regno Unito vede invece con sospetto. I contrasti sul comando delle operazioni militari in Libia sono stati, a questo proposito, emblematici.

Parigi ha motivato la sua contrarietà ad affidare il comando delle operazioni alla Nato con il rischio di perdere il sostegno dei paesi arabi. Ma senza dubbio ha giocato anche la volontà di mantenere la propria autonomia rispetto a un’istituzione che rimane egemonizzata dai paesi anglo-sassoni.

L’Europa della difesa fu pensata inizialmente proprio per conferire all’Ue quell’autonomia alla quale la Francia ha sempre ambito e che invece è stata costantemente osteggiata dal Regno Unito. Si deve ritenere che, sottoscrivendo gli accordi del 2 novembre e aggirando così il trattato di Lisbona appena ratificato, Parigi abbia definitivamente accantonato quest’ambizione?

Poche settimane dopo la firma dei trattati di Londra, il rimpasto di governo effettuato dal presidente Sarkozy ha ulteriormente accresciuto la confusione nella quale versa da tempo la politica di difesa europea. Benché dettata essenzialmente da motivi interni, la nomina di Alain Juppé a ministro della Difesa e, poco dopo, a ministro degli Affari esteri, ha aperto uno spiraglio a un ripensamento o a una correzione di rotta da parte francese. Alain Juppé non si era certo opposto alla reintegrazione della Francia nelle strutture militari della Nato, avvenuta nel 2009, ma in quell’occasione aveva tuttavia messo in guardia la sua maggioranza governativa dal rischio che si trascurasse il progetto europeo.

Il 13 dicembre 2010 – 40 giorni appena dalla firma dei trattati di Londra – la Francia ha promosso una nuova iniziativa che ha rimescolato ulteriormente le carte in tavola. Insieme alla Germania e alla Polonia, ha indirizzato una lettera all’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue Catherine Ashton, nella quale ha chiesto che si dia nuovo impulso ai progetti di difesa comune europea. La lettera, che a tratti sembra un vero e proprio programma di lavoro, propone tra l’altro di rilanciare la cooperazione militare in seno all’Ue, chiedendo “decisioni audaci” da discutere durante la prossima presidenza polacca (secondo semestre 2011).

Rischio da evitare
Come potrà quindi Parigi rilanciare l’Europa della difesa senza compromettere la sua nuova relazione con Londra? Un’opzione sarebbe quella di aprire gli accordi franco-britannici ad altri paesi membri. L’ambasciatore britannico in Francia, Sir Peter Westmacott, si è già espresso in merito. In un’intervista rilasciata alla rivista militare DefenseNews.com, Westmacott ha paragonato gli accordi di Londra ad un treno oramai partito, che potrebbe eventualmente fermarsi in qualche stazione per far salire altri partner, ma solo nei vagoni passeggeri, non nella locomotiva.

Quest’affermazione sembra indicare che, perlomeno secondo i britannici, gli accordi di Londra sono destinati a rimanere al di fuori del quadro europeo. Ė però difficile pensare che altri grandi paesi come la Germania e l’Italia accettino di partecipare a queste condizioni. Potrebbero essere al contrario tentati di costituire alleanze alternative, dentro o addirittura al di fuori del quadro europeo.

A prima vista la via bilaterale scelta da Francia e Regno Unito presenta alcuni incontestabili vantaggi rispetto alle complessità politiche ed istituzionali di un’Unione composta da 27 membri. Ma a ben guardare questa strada si presta ad un rischio ben più grande nel lungo termine, peraltro già sottolineato da diversi osservatori: che nascano blocchi rivali all’interno dell’Unione stessa. La rivalità tra gruppi di stati in seno all’Ue non è una novità. Bisognerebbe però evitare di cristallizzare tali divisioni tramite accordi strategici e militari in competizione tra loro. L’Unione europea, in fondo, è stata creata per questo.

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Vedi inoltre:

France and the European Defence: Two Enigmas