IAI
Draghi e non solo

Nomine Ue, Italia all’offensiva

14 Apr 2011 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Adesso che abbiamo un uomo in fuga da solo, dietro dovremmo coprirlo: rompere i cambi, impedire che gli altri organizzino la caccia. Perché la corsa è ancora lunga: il nostro campione corre il rischio di spremersi e di trovarsi poi bruciato sul traguardo. E, invece, la nostra squadra è tutta in fondo al gruppo, che litiga con tutte le altre e che bofonchia propositi di ritiro dalla gara. Solo il capitano cerca di richiamare all’ordine leader e gregari: “Ragazzi, non scherziamo”. Ma quelli dicono sì e, poi, vanno avanti come se niente fosse.

Sostegno internazionale
Eppure, avere un italiano in testa alla più importante competizione europea di quest’anno è importante: frutto di un regalo inatteso, che adesso non andrebbe gettato via. L’avversario che lo precedeva e che pareva inattaccabile s’è improvvisamente fatto da parte e, adesso, la strada potrebbe essere in discesa. Ma i francesi, che a provare a vincere non rinunciano mai, gettano chiodi sul percorso del rivale, come facevano al Tour quando Coppi, o Bartali, erano in giallo.

Fuor di metafora, cercasi presidente della Banca centrale europea, la Banca dell’euro, sede a Francoforte: il mandato di Jean-Claude Trichet, francese, sta per scadere; e il governatore della Bundesbank Axel Weber, generalmente ritenuto il favorito, è uscito di scena in un battibaleno in pieno inverno. Una parola di troppo, un contrasto con la cancelliera Angela Merkel, le dimissioni e punto a capo.

Così, Mario Draghi, governatore di BankItalia, è diventato il battistrada, con la benedizione dei britannici, che non c’entrano nulla, ma la loro la dicono sempre ( secondo il Financial Times, Draghi può guidare l’eurozona fuori dal pericolo, e The Economist è dello stesso parere) e persino degli americani (Wall Street Journal, Washington Post, etc.), che lo apprezzano come presidente del Financial Stability Board. E lui, Draghi, fa fin qui le mosse giuste, elogiando ad esempio la Germania in un’intervista alla Frankufter Allgemeine Zeitung: come dire, alla guida della Bce non ci sarà uno dei loro, ma uno che la pensa come loro; non c’è dunque bisogno di cercare in Germania un’alternativa a Weber.

Stilettate transalpine
Ma ecco che il quotidiano francese Les Echos tira fuori i chiodi. In un editoriale di Jean-Marc Vittori dal titolo “Il triangolo infernale della successione di Trichet”, scrive: “Il criterio di almeno uno dai ‘paesi del Sud’ in uno dei due posti chiave della Bce potrebbe eliminare Draghi, perché c’è già un vicepresidente portoghese. E nessun altro ipotetico candidato soddisfa tutte le esigenze, a meno che – guarda un po’, ndr – di non trovare un altro francese, magari un rimpatriato dagli Usa”, come Olivier Blanchard, economista al Mit di Boston, o addirittura Dominique Strauss Khan, presidente del Fondo monetario internazionale (Fmi). Pare che Strauss Khan voglia effettivamente tornare, ma ha mire ben diverse: più che a Francoforte, gli piacerebbe installarsi all’Eliseo.

Stilettate transalpine a parte, la stampa europea è ben disposta verso Draghi, per il quale spesso risfodera il riferimento da gameboy a ‘SuperMario’. L’ultimo a farlo è stato proprio Les Echos del 7 aprile, mentre l’Abc spagnolo citava esperti tedeschi che davano il governatore di BankItalia come favorito alla guida della Bundesbank. E non passa quasi giorno senza una citazione sul Financial Times o il Wall Street Journal: il quotidiano economico britannico contrappone la serietà di Draghi alla “giocosità” del premier Silvio Berlusconi, l’affidabilità dell’uno all’inattendibilità dell’altro.

Diffidenza crescente
Però il clima di diffidenza e di irritazione verso l’Italia alimentato a Bruxelles e in molte capitali europee dalla crisi dell’immigrazione innescata dal ‘domino dei satrapi’ nel Nord Africa potrebbe mandare tutto all’aria: il gridare “al lupo” dell’Italia; le esagerazioni sulle dimensioni dell’esodo, che potrà anche divenire ‘biblico’ o ‘epocale’, ma che per ora è dell’ordine di poche decine di migliaia di individui, e sulla pericolosità del fenomeno, con la tesi fortemente improbabile di infiltrazioni di terroristi sui barconi della disperazione; la forzatura alle regole di Schengen con i permessi di soggiorno temporanei distribuiti senza tenere conto dei requisiti previsti; le dichiarazioni del presidente del Consiglio e del ministro dell’interno Roberto Maroni (“Se questa è l’Europa, che senso ha restarci” e “Meglio soli che male accompagnati”) creano malesseri e fastidi a stento tamponati dalle dichiarazioni di maniera del ministro degli esteri Franco Frattini e delle correzioni di tiro degli stessi Berlusconi e Maroni, dopo che la Commissione europea offre l’aggancio di una pressione su Tunisi perché le partenze cessino e di un rafforzamento della missione Frontex.

Se questo clima dovesse persistere fino al momento della decisione sulla Bce, prevista all’inizio dell’estate, la Germania potrebbe anche ricordarsi che quel posto, in fondo, le era già stato promesso e un po’ le spetta, perché lei, che dell’euro è la principale ‘azionista’, non l’ha mai avuto (prima, toccò all’olandese Wim Duisenberg, poi al francese Trichet). Ma c’è ancora tempo e modo per calmare le acque e proteggere la fuga di Draghi, specie dopo l’intervento calmiere (“Non scherziamo con l’Europa”) del nostro ‘capitano’, e presidente, Giorgio Napolitano, che nell’Ue gode di rispetto e di autorevolezza.

Riscatto italiano
Del resto, se c’è un’Italia che piace in Europa, questa è BankItalia: la prova è che un suo direttore, Andrea Enria, capo del Servizio normativa e politiche di vigilanza, è stato designato presidente dell’Autorità bancaria europea, una delle tre Autorità di supervisione create dall’Ue dopo la crisi e attive dal primo gennaio – le altre due riguardano le assicurazioni e i mercati finanziari. Nel selezionare le cosiddette ‘short lists’ da mandare al Parlamento di Strasburgo e al Consiglio dei ministri dell’Ue – al massimo tre papabili per ciascuna Autorità, selezionati fra oltre 300 candidati iniziali -, la Commissione europea non aveva avuto nessuna esitazione: Enria era stato l’unico nome proposto per l’Autorità bancaria europea, dopo che il suo concorrente più accreditato, un britannico, s’era fatto da parte, avendo subodorato la sconfitta. Non meno importante la nomina di Vittorio Grilli a presidente del Comitato economico e finanziario dell’Ue, l’organismo che prepara agenda e decisioni del Consiglio economico e finanziario (Ecofin) dell’Unione.

Un altro risultato positivo, e per certi versi sorprendente, di inizio 2011 è stata la designazione del trentino Giovanni Kessler a nuovo direttore generale dell’Ufficio europeo per la lotta contro la frode e la corruzione (Olaf). Kessler, nominato dalla Commissione con l’avallo del Parlamento, è in carica dal 14 febbraio, con un mandato di cinque anni.

Con questi successo, l’Italia un po’ di fieno in cascina l’ha messo, sul fronte delle nomine, dopo avere incassato una serie di smacchi. Senza stare a rinvangare il 2009 – a vuoto la corsa alla presidenza del Parlamento di Mario Mauro, nonostante l’Italia non l’abbia mai avuta dal 1979, cioè da quando l’Assemblea è eletta a suffragio universale, ed a vuoto la candidatura pasticciata di Massimo D’Alema a responsabile della diplomazia europea -, il 2010 era stato foriero di delusioni nel processo di formazione del Servizio diplomatico europeo previsto dal Trattato di Lisbona.

Come ricorda l’annuario 2011 su La Politica estera dell’Italia, curato da Iai e Ispi, fra le nomine di 29 capi delegazione annunciate a settembre, Lady Ashton, ‘ministro degli esteri’ europeo, ha inserito solo due italiani: in Albania, la missione è guidata dall’ambasciatore Ettore Sequi, già ambasciatore italiano lì e poi rappresentante per l’Ue in Afghanistan; e in Uganda, con la nomina di Roberto Ridolfi, già funzionario della Commissione europea.

“Il risultato – si legge nel rapporto introduttivo dell’Annuario Iai/Ispi – sembra deludere le aspettative, soprattutto se paragonato alle nomine di rappresentanti provenienti da altri paesi: la Spagna s’è vista attribuire quattro capi delegazione (fra i quali quello in Argentina) e il posto di vice capo delegazione in Cina; un rappresentante tedesco guiderà la delegazione a Pechino; Francia e Irlanda hanno ottenuto tre nomine ciascuna; altre destinazioni ambite, come il Giappone e il Sudafrica sono state assegnate rispettivamente ad Austria e Paesi Bassi”. A ottobre, la Ashton aveva poi completato le nomine con la scelta dei vertici del personale del Servizio diplomatico, fra i quali non aveva inserito rappresentanti italiani.

Del resto, mica possiamo lamentarci troppo di quanta (poca) Italia c’è in Europa! Ė vero, ma mica è un’ingiustizia: la serie non è ‘Calimero’, ma ‘chi è causa del suo mal pianga se stesso’. Il ministro degli esteri Frattini s’è rivisto a Bruxelles a fine gennaio, quando già il ‘domino dei satrapi’ era partito, dopo esserne stato assente per circa sei mesi; il ministro per lo sviluppo economico non lo si vedeva da maggio, quando Claudio Scajola rassegnò le dimissioni (il suo successore Paolo Romani ha partecipato al primo Consiglio Ue a febbraio); e da circa sei mesi non c’è manco il ministro ‘tappabuchi’ delle politiche comunitarie, dopo le dimissioni di Stefano Ronchi. Hai voglia di piangere, poi, se gli altri decidono per te, se persino la Ashton, che non è un cuor di leone, snobba l’Italia, se sul brevetto ti dribblano manco se tu fossi Invernizzi e loro Sivori. L’unico che c’è (sempre) è Giulio Tremonti, che, infatti, pesa ben più dei colleghi assenti.

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