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Rivolte arabe

L’eccezione libica

20 Apr 2011 - Michela Mercuri - Michela Mercuri

La rivolta in Libia viene spesso assimilata a quelle in Tunisia e in Egitto, ma al di là della longevità dei leader al potere, le differenze sono di non poco conto. La Libia può essere infatti considerata una sorta di “eccezione maghrebina”, differenziandosi dagli altri stati della regione per motivi politici, economici, sociali e istituzionali. Le rivolte a effetto domino che attraversano la regione non possono dunque essere ricondotte alle stesse cause e, soprattutto, non è affatto detto che abbiano gli stessi esiti.

Istituzioni e potere
L’assetto politico-istituzionale costituisce una delle principali differenze tra la Libia e gli altri stati investiti dalla cosiddetta “primavera araba”. Pur con i dovuti distinguo, infatti, è possibile individuare alcuni tratti comuni tra Egitto e Tunisia, come per altri paesi dell’area. Pur trattandosi di regimi caratterizzati da una forte centralizzazione del potere, sono dotati di una costituzione che stabilisce l’esistenza di un apparato istituzionale e di un sistema elettorale.

La costituzione egiziana, promulgata in seguito all’adozione della politica dell’infitah dal Presidente Anwar Sadat nel 1971, seppure emendata ad uso e consumo del partito al potere e fiaccata dallo stato di emergenza, ha continuato ad esistere e a garantire, per lo meno sulla carta, uno Stato unitario. Anche in Tunisia la costituzione emanata nel 1959, pur attribuendo molti poteri al presidente della Repubblica, ha contribuito al rafforzamento dell’idea di uno stato-nazione con radici solide.

Anche se spesso, durante le elezioni si sono levate accuse di violenze pubbliche e private contro gli oppositori e di brogli a favore del partito di governo, e le libertà di partecipazione elettorale sono state manipolate da articolati meccanismi di ingegneria costituzionale, gruppi e partiti hanno continuato ad esistere, pur se indeboliti dalla repressione del regime, e a radicarsi tra la popolazione, e oggi si candidano ad essere attori chiave nel futuro di questi paesi.

Scatola vuota
La Libia, invece, non può definirsi uno Stato, ma piuttosto “un paese senza istituzioni reali” e con delle strutture incapaci di reggere un possibile vuoto di potere, come ricordato da Abd al Muneim al Hawni, rappresentante libico dimissionario presso la Lega Araba.

La Libia è la Jamahiriya di Gheddafi, una “struttura” senza partiti politici d’opposizione, né sindacati indipendenti e neppure una società civile degna di questo nome. Il paese, fino ad oggi, non è stato tenuto insieme né dalle istituzioni né dall’esercito, ma dal potere personale del Raìs che non ha permesso l’emergere di figure in grado di guidare una transizione unitaria. A differenza degli altri paesi, dove è stato possibile liberarsi del dittatore, ma salvare lo Stato, nel caso della Libia la caduta del colonnello implicherebbe anche il collasso del sistema e l’esplosione di quegli interessi tribali che, nonostante la Jamahiriya, hanno continuato a rappresentare un aspetto determinante per gli assetti sociali e politici del paese.

Islam politico sotto scacco
Il diverso assetto istituzionale si riflette inevitabilmente anche nel ruolo che i movimenti e i partiti, in particolar modo quelli riferibili all’islam, potrebbero giocare nel futuro di questi paesi. Le rivolte in Egitto e Tunisia, come anche quelle in Libia, sono accomunate da una iniziale marginalità dell’islam politico. Nei primi due casi, le proteste sono nate infatti dal disagio di una popolazione giovane e senza speranza, in un contesto moderno e secolarizzato, caratterizzato da cittadini che chiedono lavoro, dignità e riforme. In Libia, benché sia piuttosto complesso individuare un attore chiave nelle insurrezioni, i gruppi islamici non sembrano dominanti tra le variegate fila dei rivoltosi.

Il ruolo che i movimenti islamici potranno rivestire nel futuro di questi paesi appare tuttavia fin da ora diverso. In Egitto, ad esempio, la Fratellanza musulmana, inizialmente riabilitata durante i primi anni del governo Sadat, si è vista sempre negare la partecipazione al gioco politico. Ciò nonostante, ha continuato a godere di un notevole seguito tra la popolazione: da un lato grazie alla capacità di riunire gruppi sociali diversi intorno a uno stesso programma, dall’altro alla capillare opera di proselitismo svolta dai suoi membri, soprattutto per merito dell’intensa attività di assistenza in ospedali, scuole, etc.

In Libia, invece, le forze dell’islam politico, entrate già negli anni settanta in uno stato di clandestinità, trasformato in vera e propria repressione in seguito a un fallito colpo di stato contro il regime, non hanno avuto la possibilità di inserirsi in alcun modo nel tessuto sociale. Oggi, inoltre, devono fare i conti con la presenza di istanze laiche, soprattutto all’interno del Consiglio nazionale libico di Bengasi, composto principalmente da intellettuali, liberi professionisti ed ex prigionieri politici che in più di un’occasione hanno ribadito la scarsa influenza dei movimenti islamici all’interno dell’istituzione provvisoria.

A riprova di ciò, nonostante Gheddafi abbia più volte cercato di agitare lo spettro dell’espansione di Al Qaeda e del suo ruolo nelle rivolte, è evidente come né questi né i gruppi moderati abbiano avuto un ruolo rilevante nella rivolta: i ribelli non esibivano il Corano, ma invocavano l’aiuto delle Nazioni Unite, dell’America e dell’Europa.

Incertezza estrema
La dittatura del colonnello ha, di fatto, impedito la nascita di istituzioni e di gruppi e movimenti politici inseriti nel tessuto sociale che potrebbero svolgere il ruolo di “attore guida” di una qualche forma di transizione unitaria. Quando e se il dittatore cadrà, porterà con sé una buona parte della Libia che fino ad oggi abbiamo conosciuto e con cui, in taluni casi, abbiamo collaborato, lasciando, probabilmente, spazio ad un frazionamento del paese.

Sta in questa totale identificazione tra il destino del dittatore e quello del paese la principale differenza con Egitto e Tunisia. Anche Mubarak e Ben Ali guidavano regimi autoritari con opposizioni prive di effettivi diritti, ma nei loro paesi esistono istituzioni che, seppur piegate e manipolate, mantengono un loro assetto e partiti o movimenti capaci di intercettare e convogliare il consenso popolare.

Tra questi movimenti spiccano quelli legati all’islam politico che, pur non essendo stati il motore delle rivolte, da anni vivono attivamente tra la popolazione, legittimandosi quali principali oppositori dei dittatori al potere. Questo non presuppone necessariamente un futuro islamico per questi paesi, soprattutto alla luce del fatto che lo stesso islam si trova oggi davanti a nuove istanze di modernizzazione che ne mettono alla prova i principi più tradizionalistici. Ma non presuppone neppure che le rivolte produrranno una vera e propria rivoluzione democratica, anche se sembrano esistere alcune condizioni politiche e sociali che potrebbero consentire lo sviluppo di una “società civile” più libera e dinamica e quindi di un futuro migliore per i giovani della “primavera araba”.

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