IAI
Dopo l’uccisione di Arrigoni

La minaccia fondamentalista nei territori palestinesi

29 Apr 2011 - Francesco Marone - Francesco Marone

Il sequestro e la brutale uccisione dell’attivista Vittorio Arrigoni hanno tragicamente richiamato l’attenzione sul ruolo dei gruppi salafiti-jihadisti nel conflitto israelo-palestinese. La presenza di gruppi e associazioni salafiti nei territori palestinesi è sempre stata esigua. La maggioranza di questa corrente fondamentalista sunnita non è violenta. Si è diffusa nei territori palestinesi, specialmente nella Striscia di Gaza, a partire dagli anni ’70, sotto l’influenza del ramo ultraconservatore del wahabismo, dominante in Arabia Saudita.

Gruppi non violenti
I salafiti si dedicano alla propaganda religiosa (dawa) impegnandosi prevalentemente in attività di predicazione, di indottrinamento e caritatevoli, alla luce di un’interpretazione letterale del Corano e della Sunna, che avversa le innovazioni (bida) religiose e le consuetudini devozionali, così come il pensiero razionalista; al centro della loro dottrina vi è una concezione integralista e radicale dell’unità e unicità di Allah (tawhid). I salafiti reclamano il ritorno alla (presunta) purezza originaria dell’Islam: il termine salaf, “predecessori”, indica proprio le prime tre generazioni di musulmani.

I gruppi salafiti non violenti rifiutano l’impegno in politica e generalmente non sono interessati alla causa palestinese in quanto causa della singola nazione palestinese. Negli ultimi anni hanno mantenuto una posizione neutrale sul conflitto tra Hamas e Fatah.

Minoranza radicale
I salafiti-jihadisti palestinesi sono una piccola minoranza radicale che si avvale della violenza politica. L’ideologia salafita-jihadista, diffusasi durante la guerra in Afghanistan contro l’occupazione sovietica, combina l’integralismo religioso con l’impegno obbligatorio nel jihad contro gli apostati e gli infedeli, prendendo di mira anche i civili.

I salafiti-jihadisti palestinesi si articolano in una galassia mutevole di sigle, composta presumibilmente da alcune centinaia o, al più, poche migliaia di militanti; non di rado si tratta di uomini fuoriusciti o persino ancora in forze a Hamas e al suo braccio militare (le Brigate al-Qassam), come nel caso, sembra, degli assassini di Vittorio Arrigoni. A questi militanti autoctoni si devono aggiungere alcune dozzine di volontari stranieri, provenienti dal Vicino Oriente, dal Nordafrica, dalla penisola arabica e persino da alcuni paesi europei.

I gruppi organizzati sono diffusi principalmente nella Striscia di Gaza e hanno manifestato la loro presenza intorno al 2004. Tra queste formazioni si segnalano Jaish al-Islam, Jaish al-Umma, Jund Ansar Allah e Tawhid wal-Jihad.

Soldati dell’Islam
Jaish al-Islam (in arabo “Esercito dell’Islam”) si è formato nel 2006, sotto la guida di Mumtaz Dughmush, capo del potente clan omonimo. Secondo le informazioni disponibili, il gruppo aspira a realizzare attacchi di alto profilo contro obiettivi israeliani, ma le sue capacità al momento sono limitate. Nel 2010 alcuni suoi esponenti sono stati vittime di assassinii mirati da parte di agenti israeliani. Il 25 gennaio 2006 Jaish al-Islam ha collaborato con Hamas al sequestro del soldato israeliano Gilad Shalit (ancora oggi nelle mani di Hamas).

Le relazioni tra i due gruppi si sono tuttavia interrotte nel giugno del 2007, dopo che Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza con la forza. Il 12 marzo dello stesso anno Jaish al-Islam ha rapito il giornalista della Bbc Alan Johnston, liberandolo quattro mesi dopo sotto la pressione di Hamas. Il gruppo è accusato di aver organizzato l’attentato contro la chiesa copta di Alessandria d’Egitto nella notte di Capodanno 2011.

Jaish al-Umma (“Esercito della comunità musulmana”), emerso intorno al 2006, ha abbracciato la causa transnazionale di al-Qaida, ma, al di là delle proclamazioni retoriche, finora ha circoscritto il suo impegno alla Striscia di Gaza. Dal 2008 si è scontrato ripetutamente con Hamas; il suo leader, Abu Hafs al-Maqdisi, è stato arrestato più volte.

Jund Ansar Allah (“Soldati ausiliari di Allah”) si è costituito alla fine del 2008. Il 14 agosto 2009 il leader spirituale dell’organizzazione, Abdal Latif Mussa, ha criticato duramente l’operato di Hamas e ha proclamato l’instaurazione di un emirato islamico sui territori palestinesi durante la preghiera del venerdì presso la moschea Ibn Taymiyya di Rafah. In risposta Hamas ha deciso di porre sotto assedio la moschea; lo scontro a fuoco che ne è seguito ha provocato la morte di 24 persone, tra cui lo stesso Mussa.

Tawhid wal-Jihad (“Monoteismo e Jihad”), formazione che si ispira dichiaratamente ad al-Qaida, ha al suo attivo il lancio di alcuni razzi contro il territorio israeliano. Il gruppo è considerato responsabile dell’omicidio di Vittorio Arrigoni, benché abbia negato il proprio coinvolgimento.

La posizione di al-Qaida
Questi gruppi si ispirano all’ideologia di al-Qaida, ma al momento non vi sono conferme di connessioni formali con l’organizzazione fondata da Osama Bin Laden. La dirigenza di al-Qaida sembra restia a sostenere ufficialmente tali formazioni, di dimensioni ridotte, piuttosto instabili e talvolta dalle dubbie credenziali: per esempio, il clan Dughmush è noto più per le attività criminali, i traffici illeciti e per i frequenti cambi di alleanza che per la dedizione alla causa salafita. D’altra parte, azioni eclatanti come il sequestro di Alan Johnston possono aver suscitato l’interesse di al-Qaida.

Dopo l’11 settembre la retorica di al-Qaida ha dedicato uno spazio crescente al conflitto israelo-palestinese, anche se l’organizzazione non ha mai colpito obiettivi di rilievo in territorio israeliano. Nei primi anni il giudizio su Hamas non appariva ostile. Tuttavia, dopo la netta vittoria del movimento palestinese alle elezioni legislative del 25 gennaio 2006 e la breve esperienza del governo di unità nazionale con i nazionalisti laici di Fatah nel 2007, al-Qaida ha più volte criticato aspramente l’azione di Hamas, solitamente per voce del suo numero due, l’egiziano Ayman al-Zawahiri.

Sono così balzate in primo piano le differenze ideologiche tra le due organizzazioni islamiste, su questioni salienti, come il rapporto tra Islam e nazionalismo, la partecipazione alle elezioni democratiche, le modalità di confronto con lo Stato di Israele, la “scomunica” dei presunti apostati (takfir), lo status degli sciiti. La rivalità tra al-Qaeda e Hamas rimanda, peraltro, al più ampio confronto tra la corrente salafita-jihadista e il movimento dei Fratelli musulmani all’interno del mondo islamista sunnita: Hamas, del resto, è sorto nel 1987 dal ramo palestinese della Fratellanza musulmana egiziana.

Lo scontro con Hamas
Negli ultimi anni i gruppi salafiti-jihadisti palestinesi hanno rivolto almeno tre accuse a Hamas: la partecipazione alle elezioni palestinesi in una cornice laica (in contrapposizione al principio salafita della sovranità assoluta di Allah), la mancata imposizione della sharia nella Striscia di Gaza e, soprattutto, gli accordi con Israele per il cessate il fuoco.

Questi gruppi, benché abbiano dimensioni, capacità e risorse modeste, rappresentano una minaccia non trascurabile per Hamas perché sfidano la sua autorità e ne mettono a repentaglio il controllo del territorio. Non stupisce quindi che Hamas, dal 2007 responsabile del governo de facto della Striscia di Gaza, abbia ordinato numerosi arresti e non abbia esitato a intraprendere pesanti azioni militari. I gruppi salafiti-jihadisti hanno reagito con altri atti di violenza, come l’attacco ad un complesso di edifici di Hamas a Gaza il 29 agosto 2009, pochi giorni dopo la strage alla moschea di Rafah.

Il processo di progressiva radicalizzazione e di “islamizzazione” della popolazione della Striscia di Gaza supportato e promosso anche da Hamas ha prodotto un terreno fertile per la competizione tra gruppi estremisti. Il pacifista italiano Vittorio Arrigoni è caduto vittima di questa sorta di faida del radicalismo palestinese.

.