IAI
Ruolo di Nato e Onu

Il cammino impervio della transizione in Afghanistan

21 Apr 2011 - Alessandro Marrone - Alessandro Marrone

I recenti eventi in Afghanistan, in particolare l’uccisione di sette funzionari delle Nazioni Unite, hanno riportato in primo piano le difficoltà della missione internazionale nel paese centroasiatico e riproposto il problema del ruolo che vi svolgono l’Onu e la Nato, anche in vista del ritiro delle truppe previsto entro il 2014.

Contro-guerriglia Nato
La missione Isaf a guida Nato conta attualmente circa 132.000 soldati. Da quando il generale David Petraeus ne ha assunto la guida nel 2010, Isaf ha ufficialmente adottato una strategia di contro-guerriglia, già in parte sperimentata, peraltro, sotto il precedente comando di Stanley McCrystal. Si basa su quattro pilastri: protezione della popolazione civile; costruzione dell’esercito e della polizia afgana; operazioni militari di contrasto diretto alla guerriglia; sostegno agli sforzi delle autorità afgane ed internazionali per la governance e lo sviluppo del paese.

Una strategia, dunque, che va ben oltre i combattimenti contro i gruppi di guerriglieri talebani (o di altro tipo), e che ha tre importanti implicazioni. In primo luogo, una stretta cooperazione con il governo afgano, in particolare con i ministeri della Difesa e degli Interni, ma anche con altre istituzioni centrali e locali, cui si punta a trasferire progressivamente, entro il 2014, la responsabilità della sicurezza nel paese.

In secondo luogo, considerata la natura civile-militare della strategia di controguerriglia, un continuo sforzo di coordinamento con attori quali Onu, Ue, Banca Mondiale, con importanti paesi donatori come Giappone, nonché con le varie agenzie nazionali dei paesi Isaf incaricate di sostenere programmi di sviluppo tramite i Provincial Reconstruction Team (Prt) costituiti in ambito Isaf o in altro modo. In terzo luogo, una “guerra di propaganda” con la guerriglia, e una costante attenzione alle percezioni della popolazione afgana riguardo alla situazione del paese.

In questo quadro, assumono grande importanza gli incidenti a Mazar el Sharif e altre città afgane, verificatisi a inizio aprile in seguito al rogo di una copia del Corano in una chiesa degli Stati Uniti, e in cui sono morti 35 afgani. In una situazione in cui il governo afgano, sostenuto da Isaf, e i guerriglieri si contendono l’appoggio e la lealtà della popolazione provincia per provincia, è essenziale evitare incidenti imputabili agli Stati Uniti o vittime afgane causate da scontri con le forze di sicurezza.

L’uccisione di civili stranieri, così come la sistematica campagna di assassini di funzionari e politici afgani attuata negli ultimi mesi dai guerriglieri, è inoltre volta ad eliminare fisicamente, e a intimidire psicologicamente, i civili incaricati di portare servizi fondamentali alla popolazione e/o di rappresentare sul territorio la legittima autorità afgana. Civili come il governatore del distretto di Dand – che è scampato a undici attentati da quando nel 2007, a 28 anni, è diventato responsabile di un distretto di 160.000 abitanti alle porte di Kandahar – rappresentano infatti una grave minaccia per i guerriglieri, perché anche grazie al sostegno della comunità internazionale, contribuiscono alla realizzazione di scuole, strade, uffici, tribunali in aree del paese prima presidiate dai talebani.

Il ruolo Onu
I guerriglieri avrebbero avuto tutto da guadagnare da un repentino abbandono del paese da parte dell’Onu in seguito all’uccisione dei suoi sette funzionari. Del resto, era già accaduto in Iraq nel 2003, dopo l’uccisione dell’inviato delle Nazioni Unite Vieira De Mello e di ventuno membri del suo staff. In Afghanistan, l’Onu sembra però determinata a rimanere anche nel caso di altri attacchi gravi come l’ultimo di Mazar el Sharif. Va ricordato, peraltro, che l’Onu mantenne una sua presenza persino durante il regime dei talibani.

Dal marzo 2010 la missione Onu in Afghanistan – United Nation Assistance Mission Afghanistan (Unama) – è guidata da Staffan De Mistura. Unama svolge nel paese uno specifico ruolo sia in rapporto a Isaf, le cui risorse e attività sono aumentate esponenzialmente negli ultimi due anni facendone l’attore internazionale più importante, sia al governo afgano, la cui ambizione di esercitare una piena sovranità sul territorio nazionale è cresciuta più rapidamente delle sue capacità amministrative.

Il ruolo di Unama include due aspetti che rimarranno particolarmente importanti anche nel prossimo futuro. In primo luogo, l’Onu è in grado, anche per la sua natura di organizzazione mondiale, di promuovere il dialogo tra la Nato e gli altri paesi cruciali per la stabilità dell’Afghanistan, come Russia, Cina e India, inclusi quelli che hanno rapporti problematici con l’Alleanza, come Iran, Pakistan e altri.

Questa funzione di mediazione è esercitata da Unama anche nelle dinamiche interne al paese. Si deve, fra l’altro, a un’iniziativa dell’Onu la creazione di un Saban Support Group a sostegno dell’Alto Consiglio per la Pace, nominato dal presidente Hamid Karzai per gestire il processo di riconciliazione nazionale con una parte dei guerriglieri.

Il Saban Support Group, che è composto da esperti e funzionari afgani e internazionali, ha un ruolo di consulenza, segretariato e supporto logistico per l’Alto Consiglio. Così si evita anche che l’Alto Consiglio venga associato, nella percezione degli afgani, alla missione Nato. In prospettiva, Unama potrebbe fornire – a livello pratico e simbolico – un terreno neutrale di incontro, dove esponenti della guerriglia potrebbero dialogare con quelli del governo senza correre il rischio di essere catturati, elemento non secondario per costruire un livello minimo di fiducia reciproca e disponibilità al dialogo.

Data la complessità del processo di riconciliazione, che è a guida afgana, ma richiede un sostegno internazionale, ed essendo Isaf una delle parti in conflitto, è probabile che nei prossimi anni l’Onu mantenga e accresca questo ruolo di “facilitatore” del dialogo.

In secondo luogo, il capo di Unama co-presiede il comitato che riunisce tutti i paesi e le organizzazioni che finanziano programmi umanitari, di sviluppo e ricostruzione in Afghanistan. Non è facile assicurare un coordinamento adeguato tra così tanti attori, ognuno con le sue priorità – e non è un mistero che i paesi Isaf responsabili di un certo Prt tendano a concentrare i loro aiuti solo in quell’area del paese. In questa situazione il comitato può contribuire ad aumentare la coerenza complessiva dello sforzo internazionale. Nei prossimi tre anni il ruolo militare di Isaf, in particolare le operazioni di combattimento, dovrebbe decrescere contestualmente all’aumento della capacità delle forze di sicurezza afgane, sebbene un forte sostegno Nato al governo di Kabul per l’addestramento, la logistica e l’intelligence rimarrà ben oltre il 2014.

Parallelamente alla riduzione dell’impegno militare della comunità internazionale, si assisterà probabilmente, come accaduto in casi simili in passato, ad un aumento dell’impegno economico al fine di mantenere il livello di stabilità raggiunto. Il governo afgano dovrà assumersi la responsabilità di erogare una quantità crescente di servizi e aiuti a fronte del decrescente impegno dei Prt di Isaf, ma avrà comunque bisogno di una certa assistenza tecnica da parte dell’Onu per le varie attività amministrative e contabili.

Attacchi come quello di Mazar el Sharif, o altri attentati che la guerriglia è tuttora in grado di compiere nel paese, non sembra possano alterare significativamente questi processi anche perché sono frutto di strategie di lungo periodo che Nato e Onu hanno intrapreso anche alla luce delle esperienze maturate sul campo e dell’evoluzione della situazione politica del paese.

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