IAI
Difesa europea

Gli effetti perversi dell’asse Londra-Parigi

4 Apr 2011 - Fabio Dani - Fabio Dani

Le discusse modalità con cui alcuni paesi europei sono intervenuti in Libia, in attuazione della risoluzione Onu, riflettono anche le difficoltà di una fase complessa e delicata della politica europea della difesa. Quel che si impone, anche alla luce delle lezioni della crisi libica, è una seria riflessione comune sul futuro della difesa europea in vista di un rilancio degli obiettivi del Trattato di Lisbona.

Il ruolo dell’Agenzia europea della difesa (Eda) e il suo utilizzo costituiscono un punto chiave da cui partire.

Ruolo chiave dell’Eda
L’Eda nasce da una “azione comune” decisa dai ministri europei nel luglio 2004 sulla scorta delle deliberazioni del Consiglio europeo tenutosi a Salonicco un anno prima. L’agenzia si prefigge di sviluppare le capacità di difesa europee per la gestione delle crisi, di promuovere e rafforzare la cooperazione europea nel settore degli armamenti, di consolidare la base industriale e tecnologica della difesa europea, di creare un mercato europeo competitivo dei materiali di difesa e di promuovere la ricerca.

Per quanto riguarda la gestione delle crisi, l’Eda ha il compito di identificare le capacità militari di cui l’Ue ha bisogno, di armonizzare i requisiti militari e di proporre attività di collaborazione nel settore operativo.

Si tratta di obiettivi di cruciale importanza se si vuole che l’Unione europea abbia una politica comune della difesa e che, più specificamente, possa svolgere un ruolo effettivo nella gestione di crisi come quella libica.

L’Eda ha perseguito i suoi obiettivi istituzionali guardando sia al breve sia al lungo termine: ha fra l’altro, elaborato nel 2006 un documento “Long Term Vision” che, nella prospettiva della costruzione di una difesa comune, individua le capacità militari necessarie nei prossimi decenni per condurre con efficacia le operazioni previste dalla Politica di sicurezza e difesa comune.

Lacune e divisioni
I paesi membri dell’Ue hanno però posizioni diverse sui compiti e il ruolo dell’Eda. Né sono mancate le critiche su quanto è stato fatto finora: si lamentano, in particolare, le scarse risorse di cui l’agenzia è stata dotata, anche in settori determinanti per il raggiungimento dei suoi obiettivi, come quello della ricerca e dello sviluppo tecnologico, e la lentezza del processo di identificazione delle capacità.

Tuttavia, il problema di fondo resta l’insufficiente determinazione degli Stati nel procedere verso l’integrazione e il coordinamento delle capacità militari, che tra l’altro consentirebbero un notevole risparmio economico.

I segnali più recenti indicano che non si sta andando nella giusta direzione: Francia e Regno Unito, i due paesi militarmente più importanti – gli unici, peraltro, a possedere armi nucleari – sembrano sempre più insofferenti delle difficoltà che si frappongono alla costruzione di un’Europa della difesa con un numero così cospicuo di partner, ben 26 (la Danimarca non aderisce all’Eda). Nei fatti, le due potenze europee, che pure sono state protagoniste della creazione e sviluppo di una politica di difesa europea, danno l’impressione di agire lungo due assi principali che possono sembrare contrastanti, ma che in realtà rispondono ad una stessa logica.

Voga bilateralista
Da una parte, Parigi e Londra vogliono mantenere il controllo dei centri direzionali della difesa europea – non a caso l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, nonché capo dell’Eda, è un’inglese, Lady Catherine Ashton, mentre il direttore esecutivo dell’agenzia è una francese, Claude France Arnould – per indirizzarne le attività, non solo e non tanto a tutela dei loro specifici interessi nazionali, quanto per garantire uno sviluppo della difesa europea compatibile con le loro politiche di difesa.

Dall’altra, mirano a superare i lacci e lacciuoli derivanti dai complessi processi decisionali dell’Ue e dalle diversità politiche, militari, economiche e strutturali dei 26 paesi, attraverso accordi, alleanze e decisioni bilaterali, come nel caso dell’intervento in Libia e, in precedenza, degli accordi strategici stipulati dai due paesi nel novembre 2010.

Queste iniziative bilaterali non solo vanno contro lo spirito, la “vision”, dell’Eda, non solo ne contraddicono gli sforzi di integrazione, ma sono ridondanti o addirittura in contrasto con lo sviluppo in corso di programmi e iniziative intraprese dall’agenzia, come peraltro da altri organismi della difesa europea.

Nella crisi libica i paesi europei si sono mossi in modo scomposto, con obiettivi diversi, una grave difficoltà di coordinamento e la mancanza di una visione unitaria. Tutto ciò dovrebbe indurre a riflettere sulla necessità di istituzioni e meccanismi comuni che possano garantire ciò che è palesemente mancato finora. Va ricordato che è stato lo stesso Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a definire l’Eda uno “strumento cruciale” per raggiungere un adeguato livello di efficacia e di coordinamento delle capacità militari europee nella gestione delle crisi.

Solo riavviando e potenziando, sulla base di una visione comune, gli strumenti comuni di cooperazione, a partire dal’Eda, l’Europa potrà superare le debolezze e le divisioni che durante la crisi libica, come già molte altre volte in passato, ne hanno reso l’azione confusa e incerta.

Fabio Dani è consulente aziendale.

Vedi inoltre:

I ritardi dell’Ue nella conquista dello spazio, di Anna Veclani

Parigi snobba l’Ue e guarda oltremanica,