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Rischio anarchia

Fronda militare in Yemen

7 Apr 2011 - Umberto Profazio - Umberto Profazio

Dopo le rivolte in Tunisia, Egitto e Libia, ogni paese dell’area del Medioriente e del Nord Africa sta assistendo a dimostrazioni popolari impetuose, che partendo da semplici rivendicazioni contro il caro vita finiscono per investire la struttura di regimi pluriennali dispotici e spesso corrotti. Le classi dirigenti di tali Paesi cercano in ogni modo di resistere alle pressioni popolari, e dove non vi riescano tramite concessioni economiche e promesse di riforma, non si fanno scrupoli a usare la forza. Per questo è importante il sostegno delle forze armate, spesso unico baluardo contro le sempre più frequenti “giornate della collera” che si propongono di ripetere il modello di Piazza Tahrir in ogni capitale dell’area araba.

Defezione importante
Il 21 marzo scorso il Capo delle forze corazzate dell’esercito yemenita, Generale Ali Mohsen Al Ahmar, ha deciso di defezionare e di passare con gli oppositori. La decisione di Al Ahmar è stata un duro colpo per il regime del Presidente Ali Abdullah Saleh e ha provocato una serie di passi analoghi da parte di molti colleghi di Al Ahmar, e anche di ambasciatori e diplomatici yemeniti.

Il regime ha così perso uno dei suoi uomini più importanti, e ora preoccupa il possibile scontro tra una parte dell’esercito che ha seguito la scelta di Al Ahmar e la Guardia Repubblicana che invece è rimasta fedele al Presidente Saleh. Quest’ultimo rifiuta di dimettersi così come richiesto dalle rivolte popolari.

In carica da 32 anni, il Presidente aveva annunciato che non si sarebbe ricandidato alle prossime elezioni presidenziali, previste in origine per l’aprile di quest’anno. Il 22 marzo, subito dopo la defezione di Al Ahmar, Saleh ha invece annunciato di non voler lasciare l’incarico prima delle elezioni parlamentari del 2012, per evitare di lasciare il paese nel caos. Nonostante la confusione tra le due affermazioni, sembrerebbe che Saleh non abbia alcuna intenzione di dimettersi, come da giorni chiedono i dimostranti in piazza in tutte le città del Paese. Resta da vedere se la fronda militare contro di lui abbia maggiori possibilità di convincerlo ad uscire di scena.

Di certo uno dei candidati per la futura presidenza potrebbe essere lo stesso Al Ahmar, la cui forte rivalità con Saleh è ben nota da tempo. In passato lo stesso Saleh avrebbe cercato con ogni mezzo di liberarsi di Al Ahmar.
Potere tribale
Se invece la situazione di stallo permanesse, il rischio di frantumazione dello Yemen aumenterebbe esponenzialmente, a causa della natura sostanzialmente tribale del paese. Prova ne è l’autonomia e il potere che conservano ancora oggi le tante tribù yemenite.

Hamìd Abd Allàh bin Hussein, capo di una delle più potenti tribù yemenite, ha avanzato pretese sulla successione a Saleh, ma i legami di sangue e l’affiliazione clanica sono fonte di notevoli contrasti e, naturalmente, ostacolano una possibile ascesa al potere di bin Hussein.

Paradossalmente, il sistema tribale continua a essere una spina nel fianco anche per il regime. Nella regione di Sada’a la tribù locale degli al-Houti è riuscita nei giorni scorsi a deporre il governatore imposto da Sana’a, sostituendolo con uno dei leader ribelli, grazie anche al decisivo appoggio dell’esercito. Gli al-Houti sono di confessione zaidita, ramo confessionale dello sciismo, particolarmente diffuso nelle regioni settentrionali dello Yemen, al confine con l’Arabia Saudita.

Saleh ha lanciato negli ultimi anni sei operazioni militari contro gli al-Houti, spesso in collaborazione con le truppe saudite. La preoccupazione per la diffusione dello sciismo accomuna infatti i due Paesi, preoccupati per il crescente ruolo regionale che l’Iran sta assumendo negli ultimi anni. Solo l’anno scorso, grazie alla mediazione del Qatar è stato raggiunto un cessate il fuoco ed è in vigore una tregua tra ribelli zaiditi e il governo che ha consentito uno scambio di prigionieri e la consegna di molti mezzi militari sequestrati dai ribelli.

Ma la situazione di caos provocata dalle manifestazioni popolari di questi giorni sembrerebbe rimettere tutto in discussione.

Minaccia terroristica
Altro fronte è la minaccia terroristica: la proliferazione dei terroristi islamici in Yemen è nota da tempo, e la relativa facilità con la quale gli estremisti hanno creato Al Qaeda nella Penisola arabica (Aqap) proprio in questo Paese dimostra l’incapacità del regime di contrastare il fenomeno: i tentativi messi in atto sono andati per il momento a vuoto, sia per gli innumerevoli problemi che deve affrontare il regime, sia perché i mezzi apprestati non sono stati certo efficaci.

Non basta certo creare un’associazione di amicizia per debellare la piaga del terrorismo, così come non basta sostenere il regime di Saleh come unico argine contro il dilagare dei fondamentalisti. Anzi, uno dei possibili candidati alla presidenza secondo fonti locali è addirittura Abd al-Majìd al-Zindàni, guida spirituale del movimento islamista, ricercato dagli Stati Uniti per i suoi legami con il terrorismo islamico.

Più volte Washington ha chiesto alle autorità yemenite la consegna di al-Zindàni, ma Sana’a si è sempre rifiutata. Non è tanto la possibilità, per ora alquanto improbabile, che al-Zindani prenda il potere in Yemen, quanto il rischio che i terroristi approfittino del caos che ha costretto gli Usa a rivedere i propri rapporti con il regime di Saleh.

Rischio “failed state
Nel gennaio scorso il Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha effettuato una visita lampo nel Golfo, atterrando anche in Yemen e sostenendo il Presidente Saleh nei suoi propositi di riforma.

L’appoggio a regimi autoritari e corrotti è stato spesso giustificato dall’Occidente come l’unico modo per impedire il dilagare del terrorismo in Medio Oriente. Di certo le rivoluzioni arabe di questi mesi stanno facendo ricredere molti. Gli occidentali si ritrovano con magri risultati a causa di premesse azzardate, se non completamente sbagliate. E con il rischio che paesi come lo Yemen possano essere i prossimi failed states da aggiungere sulle carte geografiche.

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