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Rivolte arabe

Egitto, il rebus della transizione

4 Apr 2011 - Paola Caridi - Paola Caridi

L’Egitto ha di nuovo sorpreso se stesso, il primo aprile, quando Piazza Tahrir si è ancora una volta riempita di manifestanti. Certo, non era stipata com’è successo per tre settimane di seguito, dal 25 gennaio all’11 febbraio. E poi ancora sino all’inizio di marzo. Da quasi un mese, infatti, piazza Tahrir era diventata solo un’icona, il ricordo della rivoluzione e il memento dell’orgoglio riconquistato dagli egiziani. Non più, però, la piazza pulsante, il cuore della rivoluzione.

Quando i gruppi protagonisti di Tahrir hanno deciso, di nuovo, di fare una prova di forza verso il Consiglio Militare Supremo (Scaf), il primo aprile scorso, in pochi in Egitto erano dunque disposti a credere che gli organizzatori sarebbero riusciti a portare in piazza più di qualche migliaio di persone.

Ancora una volta, invece, l’Egitto ha espresso una forza inattesa. Le stime più riduttive parlano di centomila persone a Piazza Tahrir per una manifestazione che aveva due obiettivi indissolubilmente legati l’uno all’altro: difendere le conquiste della Thawra, la rivoluzione egiziana, e portare in tribunale alcune delle figure determinanti del regime di Hosni Mubarak. Dallo stesso ex presidente a suo figlio Gamal, passando per Safwat el Sherif e Zakaria Azmi.

Domande inevase
La manifestazione del primo aprile definisce dunque, simbolicamente, le questioni aperte dopo la stagione (eroica) di Tahrir.

Primo, quali richieste scaturite da Tahrir sono state accolte dal Consiglio militare supremo, che sta guidando ancora la fase transitoria?

Hosni Mubarak si è dimesso, certo. E il premier da lui designato, Ahmed Shafiq, ha dovuto alla fine cedere, dopo le pressioni della piazza e l’attacco in tv, durissimo quanto controverso, condotto dal più famoso scrittore egiziano, Alaa al Aswany. Al suo posto, è andato un uomo che è espressione di piazza Tahrir, Essam Sharaf, assieme ad altre figure che non dispiacciono ai movimenti che sono stati protagonisti della Thawra, compreso il ministro degli esteri e quello dell’interno.

A fronte di decisioni importanti – comunicate anche via Facebook – prese dal Consiglio militare supremo, e considerate dai movimenti di piazza Tahrir come un accoglimento delle loro richieste, molto di quello che lo Scaf sta facendo diffonde disagio nell’ancora magmatico panorama della rivoluzione.

Anzitutto, le decisioni riguardanti la sicurezza e il controllo dell’ordine pubblico, con il divieto di manifestazioni, proteste, scioperi. Un divieto sfidato in maniera patente proprio con la manifestazione del primo aprile. Per non parlare della continue denunce di violazioni dei diritti civili, maltrattamenti e arresti arbitrari. Infine, è il controllo democratico del regime uno degli ostacoli che dividono i protagonisti della rivoluzione dallo Scaf, che non ha ancora dimostrato di voler condurre una vera e propria epurazione.

Ambizione e compromesso
È, tuttavia, la transizione istituzionale il vero nodo su cui la discussione politica si concentra. È ancora in piedi il regime? È in atto una vera e propria controrivoluzione? È possibile evitarla e riuscire a traghettare l’Egitto in una sorta di Seconda Repubblica?

La strada araba, come sempre succede nella regione, narra il sentire comune, e racconta in questi ultimi giorni dei timori per la tenuta economica del paese, dei soldi che non ci sono, e soprattutto della paura che il regime non sia stato sconfitto. Una paura mescolata, invece, all’orgoglio di aver dato vita a una rivoluzione incredibile. Incredibile, in primis, per gli stessi che vi hanno partecipato.

Questi sentimenti contraddittori, diffusi nella strada araba, sono gli stessi degli analisti e dei protagonisti della rivoluzione: coloro che, dopo le dimissioni di Mubarak, stanno traducendo in politica istituzionale la rivoluzione di Tahrir.

Lo scontro non è tra chi vorrebbe un più evidente cambio di passo nel traghettamento dell’Egitto verso la Seconda Repubblica, e chi invece è disposto a un compromesso onorevole. Le divisioni sono molto meno nette, molto più confuse, e più trasversali. Lo ha dimostrato lo stesso referendum del 19 marzo sull’approvazione o meno degli emendamenti costituzionali, proposti dal comitato designato dallo Scaf e guidato da Tareq al Bishri.

Una lettura superficiale del risultato del referendum, la vittoria dei ‘sì’ con il 77% delle schede votate, ha descritto l’Egitto già in mano ai Fratelli Musulmani, e – in modo molto contraddittorio – in piena controrivoluzione. L’analisi in loco del referendum, attraverso il colloquio diretto con chi ha votato e con molti dei protagonisti di Tahrir, mostra invece che il voto è stato, soprattutto nelle grandi città, espressione di volontà individuali.

Voto non solo democratico, ma consapevole, di fronte – invece – a un quesito referendario che era confuso. Molti di quelli che hanno votato ‘sì’ erano preoccupati, al pari dei sostenitori del ‘no’, di un protrarsi della presenza delle forze armate nella gestione degli affari civili. E tutti, sia i sostenitori del ‘no’ sia quelli del ‘sì’, sono d’accordo sull’obiettivo ultimo: avere una nuova costituzione, e non – come ora – una costituzione rappezzata, figlia del regime di Hosni Mubarak.

Tappe forzate
La transizione verso la cessione dei poteri dalle forze armate a un governo civile ha ora scadenze precise: entro la fine del 2011, poco più di sei mesi per organizzare i partiti, le elezioni politiche e da ultime quelle presidenziali. Poco tempo, sostengono in molti, per riuscire a rompere il duopolio tra Fratelli Musulmani e Ndp, il partito di regime sotto Mubarak: un duopolio che nei fatti aveva saturato per decenni la macchina del consenso socio-politico in Egitto. Tempi brevi, ma necessariamente brevi, rispondono invece altri – sempre da Tahrir -, ricordando che è meglio che l’esercito lasci presto la guida del paese e torni a controllare le estese frontiere egiziane.

È vero che lo Ndp sta tentando di riproporsi come uno dei protagonisti anche della Seconda Repubblica, nonostante lo scheletro annerito del mastodontico quartier generale dello Hizb al Watani, proprio a lato di Piazza Tahrir, funga da memento quotidiano per il passante e per il regime: gli egiziani hanno bruciato il simbolo del potere, e potrebbero rifarlo. È vero anche che la Fratellanza Musulmana è subito scesa in campo, proponendo già il nome del suo partito, Libertà e Giustizia, e mettendo in moto una macchina organizzativa già ben oliata.

Lo scenario politico, però, è già molto frastagliato. I pourparler per la nascita di partiti che possano raccogliere il consenso della Rivoluzione sono quotidiani. I nuovi sindacati indipendenti (il vero fatto nuovo della Thawra, che tra le sue richieste principali prevedeva il salario minimo garantito) mostrano già il percorso che la sinistra comunista e socialista vuole seguire.

La società civile si sta muovendo da settimane per capire come e dove si possa convogliare l’energia politica uscita da Tahrir. Lo sta facendo il Movimento 6 aprile, ormai da settimane, evidenziando anche una spaccatura interna alla dirigenza, così come imprenditori del calibro di Naguib Sawiris, che proprio nei primissimi giorni di aprile ha cominciato le sue manovre elettorali.

Sfida aperta
Da ultimo, è la stessa Fratellanza Musulmana a mostrare che niente è già scritto nella transizione egiziana. Al contrario. La Fratellanza Musulmana è più spaccata che mai. L’elettorato islamista è amplissimo. Comprende anche quei movimenti salafiti che, per l’impianto religioso e ideologico, sono lontani anni luce dalla lezione di Hassan al Banna, il fondatore della Fratellanza Musulmana. L’elettorato che ruota attorno alla Fratellanza Musulmana, poi, ha già a disposizione, nelle urne, Libertà e Giustizia, espressione ufficiale del bureau esecutivo della Fratellanza, ma anche il partito centrista del Wasat, nato molti anni fa da fuoriusciti dalle file della Fratellanza.

Non solo: è ancora tutto da vedere il destino dei leader riformatori, da Abdel Moneim Abul Futouh a Ibrahim el Zaafarani, che tutti considerano in uscita, visti i cattivi rapporti con l’attuale dirigenza della Fratellanza.

Per non parlare, poi, del peso sempre più forte – anche elettorale – che hanno i giovani islamisti. Molti di loro hanno già espresso il loro dissenso dalla Fratellanza, lasciando addirittura i ranghi del movimento.

È, insomma, una transizione tutta da inventare, quella egiziana, lontano dalla ‘caccia alle streghe’ sul pericolo islamista condotta sulla pubblicistica europea e in genere occidentale. Una ‘caccia alle streghe’ che non esprime solo miopia, ma anche incapacità di leggere le dinamiche politiche egiziane. Dinamiche molto più vivaci, interessanti e variegate di quanto si pensi.

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