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Missioni internazionali

Cosa ci stiamo a fare in Libano?

19 Apr 2011 - Mario Arpino - Mario Arpino

Cosa ci stiamo a fare in Libano? Non è una domanda affatto banale, anche se è sospetto che ricominci a circolare in un momento politico particolare, in cui si parla di bilancio, di elezioni amministrative, di braccio di ferro all’interno e all’esterno della maggioranza e di richieste, al momento respinte, di un nostro maggior coinvolgimento militare in Libia.

A dire il vero, la questione delle missioni italiane all’estero era stata affrontata in termini assai generali dal Consiglio dei ministri lo scorso 15 aprile: partendo proprio dal Libano, era stata avviata una riflessione su come economizzare riducendo il numero dei nostri militari all’estero.

Questione non nuova, che riemerge periodicamente. È vero, infatti, che di una riduzione del contingente in Libano si discute almeno da quando il generale Claudio Graziano – ora capo di gabinetto del ministero della Difesa – ha lasciato il comando di Unifil, la corposa missione dell’Onu. Il ministro Ignazio La Russa aveva già, in più occasioni, accennato a un migliaio di uomini da far tornare progressivamente a casa – in Libano l’Italia aveva, a fine 2010, 1.780 uomini – oltre al previsto ritiro dal Kosovo per il termine naturale della missione. Tutto ciò, naturalmente, andava concordato nelle sedi internazionali, senza strappi o tensioni.

Le missioni infinite dell’Onu
L’esperienza ci insegna che le missioni di interposizione dell’Onu hanno una durata indefinita, e prima di farsi avanti è necessario riflettere bene perché, se è assai facile essere accettati con entusiasmo, è poi molto difficile uscirne. Lo testimoniano gli esempi della Corea, della Bosnia, del Kosovo, della Somalia, del Sinai e anche della stessa Unifil in Libano, alla quale, con il picco del 2006 per Unifil 2, stiamo dando il nostro contributo continuativo da almeno una trentina d’anni, mentre per la Bosnia sono circa quindici e per il Kosovo “solo” dodici.

Ricordo ancora di aver personalmente trasportato con un Hercules da Pisa a Beirut, nel 1978, i primi due elicotteri AB. 204 dell’Esercito, destinati a Nacqura in sostituzione di quelli norvegesi. In effetti, talvolta verrebbe emotivamente da pensare che le operazioni di cui al capitolo VII della carta dell’Onu, se da una parte hanno il grandissimo merito di fermare stragi e spargimento di sangue, dall’altro hanno purtroppo il difetto congenito di “surgelare” le crisi, impedendo la loro risoluzione naturale e perpetuandole così in modo latente. Soprattutto quando l’azione diplomatica che segue il dispiegamento militare si dimostra inefficace, per i più disparati motivi. Il caso del Libano, eterno stato cuscinetto, potrebbe essere proprio uno di questi. Vediamo perché, senza entrare nel merito della situazione politica interna libanese, di cui AffariInternazionali si è già recentemente occupata.

Mandato inapplicabile
Nel 2006 in Unifil 2 ci siamo entrati da volontari. Anzi, da elemento trainante. Dopo la difficile prova di forza tra Hezbollah e le truppe israeliane, qui da noi qualcuno, con il pieno assenso per questa missione di pace “buona” – cui si contrapponevano quelle “cattive” di Iraq e Afganistan – di coloro che solitamente dissentivano persino sulla stessa esistenza delle forze armate, aveva pensato bene di qualificarsi sia sulla scena politica interna che su quella internazionale inviando in Libano un buon numero di “soldati di pace”, qualche fregata e alcuni aerei per trasporto umanitario.

Alla conferenza di Bruxelles ci eravamo gonfiati il petto, proponendoci come leader, anche se sino ad allora nessuno ci aveva chiamato, e forzando la mano ai perplessi cugini d’oltralpe e ad altri neghittosi amici europei. L’operazione, dopo ore di sbarco a tutto teleschermo, aveva avuto un eccezionale ritorno mediatico, mentre sotto il profilo tecnico si era svolta in modo ordinato, senza intoppi e in tempi brevi, ottenendo il plauso internazionale. In patria, anche i più dubbiosi e perplessi alla partenza si erano stretti attorno ai nostri soldati, ai marinai e agli aviatori.

La risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1701 sembrava aver portato chiarezza anche sui termini della missione, che, con la sostanziosa partecipazione dell’esercito libanese, doveva sigillare i confini con la Siria per impedire il traffico d’armi, disarmare ogni milizia non regolare e contribuire a ristabilire la sovranità dello Stato su tutto il territorio libanese.

La fascia tra il fiume Litani e il confine israeliano doveva essere smilitarizzata e resa franca da depositi di armi. Il particolare che un’altra risoluzione del Consiglio, la 1559 del 2004, che con identica chiarezza indicava i medesimi obiettivi – da conseguirsi allora con i 70 mila uomini dell’esercito libanese – fosse rimasta del tutto disattesa e avesse così prodotto l’attacco da parte di Israele in risposta ad anni di lanci indiscriminati di razzi, non sembrava aver destato alcuna perplessità né nell’opinione pubblica, né in chi si accingeva a inviare le truppe.

Forse, all’inizio, c’era stato addirittura un malinteso: in Italia nessuno protestava (anzi, una certa parte applaudiva) perché non a tutti era ben chiaro se andavamo là per proteggere Israele dopo sei anni di attacchi o, al contrario, per proteggere Hezbollah e il Libano dalle irruzioni di Israele. Così, tra lunghi silenzi e momenti di grande risalto mediatico, mille ambiguità e un limitato numero di certezze, con una 1701 rimasta vistosamente inapplicata perché, nel contesto libanese passato, attuale e futuro non è assolutamente applicabile, siamo giunti ai giorni nostri. Sono trascorsi cinque anni.

Passaggio del testimone
In questo lungo periodo, anche dopo le speranze alimentate dalla Rivoluzione dei Cedri, le condizioni politiche per un’effettiva applicazione della risoluzione 1701 non sono affatto migliorate. Anzi, dopo la caduta del governo Hariri e lo stallo perdurante, con Hezbollah militarmente sempre più forte e politicamente sempre più arbitro dei destini del Libano, sono state vanificate e rese sterili una ad una.

I nostri soldati hanno fatto bene il loro dovere, si sono dimostrati preparati ed efficienti, hanno contribuito alla bonifica del territorio e al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, mentre i Comandanti – in particolare il generale Graziano – sono stati unanimemente apprezzati sul piano internazionale e sono persino riusciti ad attivare, per la prima volta, un dialogo sistematico tra tutte le parti. Perciò, se qualcuno prima o poi dichiarerà “mission accomplished”, ovvero che da parte nostra “la missione è compiuta”, non rammarichiamoci più di tanto. Ad altri continuare l’arduo compito, può essere tempo di passare onorevolmente la mano. È evidente che, in queste condizioni, non possiamo fare di più.

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