IAI
Rapporto di palazzo Chigi

Come cambiano le esportazioni militari italiane

1 Apr 2011 - Michele Nones - Michele Nones

Le esportazioni italiane di equipaggiamenti militari nel 2010 sono ammontate a 2.750 milioni di euro contro i 2.240 milioni del 2009 con un aumento del 23%. Il dato è stato reso noto dal Rapporto del Presidente del Consiglio pubblicato oggi.

Il valore delle movimentazioni relative ai programmi di collaborazione intergovernativa è stato di 770 milioni contro i 920 dell’anno precedente. Quest’ultimo dato evidenzia che alcuni programmi hanno ormai raggiunto la maturità, come conferma anche il valore delle autorizzazioni ad esportare, pari a 333 milioni contro i 1820 del 2009. Va, però, rilevato che anche queste fluttuazioni sono, in parte, artificialmente indotte dai cambiamenti nelle nostre procedure di autorizzazione e rendicontazione che continuano a costringere i programmi intergovernativi nelle strette maglie dei controlli sulle esportazioni militari.

Quadro alterato
Il risultato perverso è che non solo l’Italia spreca preziose risorse finanziarie e umane delle amministrazioni e delle imprese nel “controllare” i programmi destinati ad equipaggiare le Forze Armate e da loro finanziati e strettamente controllati in qualità di clienti ed utilizzatori, ma che questi dati alterano il quadro delle effettive esportazioni. Poiché governo e amministrazioni devono utilizzare l’unico strumento ancora oggi disponibile per autorizzare l’attività legata a tali programmi, anno dopo anno sono costretti a mettere in campo nuovi correttivi col risultato che la rendicontazione diventa sempre più disomogenea.

Le autorizzazioni, esclusi tali programmi, sono ammontate a 2.910 milioni contro i 4.910 del 2009 con una diminuzione del 41%. In questo caso, oltre agli effetti della crisi economica internazionale, ha pesato anche il riallineamento a valori più fisiologici dopo il boom dei grandi contratti del 2009.

Il numero dei contratti superiori ai 50 milioni è, infatti sceso a 12 per 1.350 milioni contro i 22 per 3.980 milioni del 2009, con un peso del 42% sul totale contro il 59%. Nel 2008 il valore delle autorizzazioni era stato di 3.046 milioni, con un significativo incremento rispetto al biennio precedente (2.369 e 2.192), nel quale, a sua volta, vi era stato un primo aumento rispetto al resto del decennio dove il valore medio era stato di 1130 milioni.

Certo, sarebbe meglio avere un maggiore differenziale fra autorizzazioni ed esportazioni effettuate nell’anno, ma poiché le prime hanno un carattere pluriennale e le seconde risentono dello stato di avanzamento delle commesse, i numeri possono nascondere una realtà molto diversa.

Paradosso italiano
L’assurdo del nostro sistema di controllo è che produciamo e pubblichiamo una montagna di dati (unici al mondo) in una logica amministrativa e burocratica e, nello stesso tempo, non riusciamo a monitorare economicamente il fenomeno delle esportazioni. Lo stesso parlamento non è, quindi, messo in condizioni di svolgere il suo ruolo di controllore delle scelte e decisioni governative, affogando nel particolare anziché esaminare le linee generali a livello di paesi di destinazione e di tipologia di armamenti, oltre che di valori generali delle esportazioni autorizzate e di stato di avanzamento delle commesse.

Poiché, d’altra parte, tutto questo è basato su una legge, la 185 del 1990, approvata a larghissima maggioranza e che alcune forze politiche si ostinano a considerare quasi perfetta e, quindi, “intoccabile”, evidentemente non c’è interesse ad avere un sistema più efficiente, anche sul piano dell’informazione e controllo parlamentare.

I principali paesi di destinazione delle autorizzazioni ad esportare sono stati: Emirati Arabi Uniti (14,7%), Arabia Saudita (13,3%), Algeria (10,5%), Stati Uniti (9,3%), Regno Unito (6,1%), India (4,5%). I paesi Nato hanno assorbito 979 milioni contro i 2.300 del 2009, pari al 33,7% (46,8% nel 2009). Per quanto riguarda, invece, le aree geopolitiche i dati sono: Africa settentrionale e Vicino Medio Oriente (49,1%), Europa (24,6%), America settentrionale (10,4%), Asia (10,2%). Emerge, quindi, uno spostamento delle nostre esportazioni verso il mercato internazionale, fuori dall’area Nato, e, in particolare, verso Africa Settentrionale e Medio Oriente.

Questo è stato reso possibile, ma ha anche comportato un aumento dei compensi di intermediazione perché l’industria italiana si deve appoggiare ad agenti locali che conoscono i clienti e le regolamentazioni. I pagamenti per compensi di intermediazione, riferiti alle sole esportazioni definitive, sono, infatti, passati dai 36 milioni del 2009 ai 95 dello scorso anno. È, però, evidente che questi mercati sono caratterizzati da un lato da una competizione esasperata fra imprese europee, americane, russe e, dall’altro, da un’elevata instabilità, come hanno ampiamente dimostrato, negli ultimi mesi, il crollo dei regimi al potere.

Fra le principali imprese esportatrici vi sono: Alenia Aeronautica con 575 milioni (18%), AgustaWestland con 541 milioni (17%), WASS con 267 milioni (8%), Fincantieri con 201 milioni (6%).

Difficile riforma
Per cercare di far fronte ai cambiamenti intervenuti in questi ultimi anni sullo scenario internazionale, il governo e le amministrazioni hanno cercato di cogliere l’opportunità derivante dall’obbligo di recepire nella nostra legislazione una serie di impegni internazionali per disegnare un sistema di controllo delle esportazioni che, mantenendo fermi i principi della legge 185, potesse snellirne le procedure e le strutture di gestione.

A questo proposito il rapporto del presidente del Consiglio esplicitamente dichiara: “Il processo di integrazione europeo nel campo della difesa e la progressiva razionalizzazione e ristrutturazione dell’industria europea ha portato negli ultimi anni ad un forte aumento sia dell’interscambio di sottosistemi e componenti militari che dei programmi di collaborazione intergovernativa per lo sviluppo e la produzione di equipaggiamenti per la difesa. Di fronte a questo radicale cambiamento il quadro normativo italiano è risultato sempre più inadeguato”.

Il 17 settembre il Consiglio dei ministri ha così approvato un articolato disegno di legge delega che avrebbe dovuto portare all’auspicata riforma, rispettando nello stesso tempo la scadenza del 30 giugno 2011, fissata dalla direttiva europea 2009/43 sui trasferimenti intra-comunitari per la sua trasposizione a livello nazionale.

Dal suo inoltro al Senato, il 25 ottobre, è però cominciata una ritirata che si è presto trasformata in una rotta: prima ancora che cominciasse la discussione nelle Commissioni esteri e difesa , il governo ha ritenuto preferibile già il 4 novembre cercare di inserire tutta la riforma come emendamento alla legge comunitaria 2010 all’esame dello stesso Senato. Di fronte alle proteste dell’opposizione che ne ha rilevato l’estraneità allo spirito della legge comunitaria, oltre che l’abnormità della proposta di racchiudere un intero ddl molto complesso in un unico articolo della stessa, il governo ha ripresentato a dicembre un nuovo emendamento limitato alla semplice trasposizione della direttiva comunitaria e delle due posizioni comuni dell’Ue sul controllo dell’intermediazione e delle esportazioni a paesi extra-europei.

Nel frattempo era anche intervenuta una prima cancellazione da parte del servizio giuridico del Senato della parte relativa alla ratifica del nuovo articolo 16 dell’Accordo Quadro/LoI (che adesso dovrà essere ripresentato autonomamente). Dopo l’approvazione di alcuni emendamenti parlamentari in Commissione, il nuovo testo dell’articolo 16 della legge comunitaria 2010 è stato approvato dal Senato il 2 febbraio e poi trasmesso alla Camera.

Tempo scaduto
In questo modo la prevista riforma organica della 185 è stata abbandonata ed è rimasta solo la parte europea. Si arriverà così, seppure in ritardo, a semplificare i controlli solo sulle collaborazioni europee, dando l’impressione di voler perseguire una volontà pan-europea a discapito della dichiarata volontà ed interesse a favorire la collaborazione transatlantica.

Per di più, solo dopo che la legge comunitaria sarà approvata definitivamente, con un secondo passaggio al Senato, potranno essere approvati dal governo i decreti legislativi che diventeranno operativi dopo il parere del parlamento. A quel punto mancheranno ancora i regolamenti di attuazione e la riorganizzazione degli Uffici: il risultato sarà l’ennesima procedura di infrazione europea per il mancato rispetto del recepimento e un grave danno all’industria italiana.

Ma, soprattutto, resteranno irrisolti i nodi di una normativa non più adeguata a misurarsi con i cambiamenti avvenuti sul mercato internazionale, rischiando così di compromettere anche gli sforzi governativi per favorire la ricerca di nuovi sbocchi per l’industria italiana.

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