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Social media nel mondo arabo

Rivoluzioni in rete, lezioni per l’Occidente (e per l’Italia)

22 Mar 2011 - Emanuela Paoletti, Iginio Gagliardone - Emanuela Paoletti, Iginio Gagliardone

Le rivolte in Tunisia, Egitto e Libia hanno portato alla ribalta il ruolo politico dei “social media” nel mondo arabo. Strumenti come facebook e twitter non hanno causato le rivolte, ma, affiancandosi a media più tradizionali, come televisione, radio e quotidiani, sono diventati cruciali nel delicato equilibrio di poteri tra le forze riformiste pro-democrazia e quelle interessate al mantenimento dello status quo.

Benché la situazione politica in Nord Africa rimanga incerta, la nuova rilevanza assunta dai social media ha cambiato in modo strutturale il rapporto tra comunicazione e politica nella regione.

Eccezione araba?
Prima dei recenti sommovimenti politici, gran parte degli studi sull’influenza di internet nei paesi autoritari indicavano nel Medio Oriente l’area in cui gli effetti della rete erano stati i più limitati. L’Asia, al contrario, veniva additata come un’area in cui la diffusione di internet e dei social media avevano accresciuto lo spazio per l’espressione democratica.

Poco prima che scoppiassero le proteste in Nord Africa, Evgeny Morozov aveva provato a spiegare le ragioni di questo fenomeno in Net Delusion, un libro ricco di esempi di come i regimi autoritari avessero imparato ad usare le nuove tecnologie per consolidare e accrescere il loro potere.

Gli eventi degli ultimi tre mesi hanno contraddetto, in larga parte, quest’idea. I social media non hanno determinato le sollevazioni popolari, ma hanno favorito l’espressione di un malcontento diffuso e facilitato la mobilitazione contro i regimi al potere. Il loro effetto si è intrecciato a quello di canali più tradizionali, dalle televisioni satellitari alla poesia. In modo diverso da paese a paese, hanno permesso a diversi segmenti della popolazione di comunicare tra loro e con il resto del mondo.

I casi di Tunisia e Egitto
In Tunisia, per esempio, twitter e facebook sono stati fondamentali per diffondere immagini e slogan all’interno del paese, mentre non hanno contribuito granché alla copertura della protesta all’estero, dove i media hanno iniziato solo dopo settimane a dedicare alle manifestazioni l’attenzione che meritavano. Mano a mano che le proteste si sviluppavano, l’internet tunisina, tra le più controllate al mondo, è stata progressivamente liberata dei filtri più restrittivi: mossa con cui il Presidente Ben Ali ha segnalato la volontà di negoziare con le forze di opposizione (rivelatasi peraltro tardiva e insufficiente, come le altre attuate da Ben Ali nel tentativo di riprendere il controllo dellla situazione).

L’utilizzo dei media in Egitto è stato ben diverso. Allertati dagli eventi tunisini, i media internazionali, e Al Jazeera in particolare, hanno tempestivamente puntato i loro riflettori sulle proteste che, esordite come risposta a una manifestazione organizzata su facebook contro gli abusi della polizia, si sono evolute grazie ai più diversi mezzi.

Secondo quanto riportato da Opennet Initative, con un gesto unico nella storia di internet, l’accesso alla rete in entrata e in uscita è stato progressivamente azzerato. Questo ha spinto i manifestanti in Egitto e gli attivisti sparsi per il mondo a ricorrere a mezzi tradizionali, ma utilizzandoli con modalità simili a quelle dei moderni social network. Per esempio, Google ha ideato un sistema “speak to tweet”, per dare la possibilità ai manifestanti di registrare brevi messaggi via telefono, da mettere poi in rete. Inoltre, service provider francesi hanno offerto connessioni dial-up gratis a chi si fosse collegato dall’Egitto.

Gheddafi in trincea
In Libia lo scenario mediatico è stato ben più drammatico. Diversamente dalla Tunisia e dall’Egitto, dal 17 febbraio, giorno d’inizio delle proteste, fino al 20 marzo, quando sono cominciati i raid aerei, i media sono rimasti compattamente a fianco del potere costituito. Il governo libico ha mantenuto il controllo dei principali mezzi di comunicazione. I segnali dei canali satellitari di Al Jazeera, Al-Hurra e Al-Arabiya sono stati oscurati. Come dimostrato dal “Rapporto sulla trasparenza” prodotto da Google, lo stesso è accaduto a internet. Solo le linee fisse sembrano essere state risparmiate. Bloccare internet non è stato molto difficile: la Libia ha un solo provider controllato dalla famiglia Gheddafi.

La differenza più marcata, però, ha riguardato l’utilizzo dei canali di informazione più tradizionali. Nel corso delle prime quattro settimane dall’inizio della rivoluzione contro il regime, Gheddafi ha utilizzato in maniera strategica la televisione libica. Questa ha quotidianamente mandato in onda immagini di manifestanti che esultavano in favore del regime e contro le aggresionni di “terroristi” legati ad “al Qaeda.” Né Mubarak né Ben Ali hanno orchestrato una campagna mediatica tanto determinata e sistematica.

Alcuni osservatori, come Andrew Trench, giornalista di Media24, hanno spiegato i diversi esiti delle proteste facendo riferimento ai dati relativi alla diffusione di internet nei tre paesi. In Tunisia il 34% della popolazione ha accesso alla rete, il 24% in Egitto, ma solo il 5% in Libia. Si tratta di un’analisi interessante, ma che rischia di dare adito a facili determinismi tecnologici, ignorando il contesto socio-politico.

Più che spiegare l’esito delle proteste, questi dati aiutano a capire come siano state rappresentate e percepite. In Tunisia e in Egitto, ben prima del successo delle manifestazioni, internet e i social media avevano assunto un ruolo importante, anche tra i non utilizzatori di questi strumenti. Erano diventati l’immagine di una generazione impegnata a sperimentare nuove forme di comunicazione, spesso in un contesto panarabo.

Questo fenomeno si è verificato molto meno in Libia, dove, fin dall’inizio delle proteste i media di Gheddafi hanno tentato di contrastare l’immagine di una protesta guidata da una gioventù illuminata, attribuendone la paternità a gruppi di “terroristi”. Le televisioni di stato hanno mostrato immagini di “ribelli” che torturavano soldati, suggerendo alla nazione che la caduta del regime avrebbe portato solo violenza e caos.

Prime lezioni
In questo momento di fondamentali trasformazioni politiche nel mondo arabo, non è possibile trarre conclusioni definitive sul ruolo dei social media nei processi di democratizzazione, ma per i paesi occidentali alcune importanti lezioni sono già emerse.

La più importante è che è diventato più difficile fare il doppio gioco, ergersi a paladini della democrazia e al tempo stesso sostenere regimi autoritari. Affidandosi al puro realismo politico, ci si preclude la comprensione delle nuove dinamiche sociali e politiche e ci si inibisce la capacità di dare risposte efficaci e tempestive.

L’utilizzo di nuove tecnologie, soprattutto in Tunisia e in Egitto, ha rivelato un mondo arabo più progressista di quanto molti di noi immaginassero e che ha ambizioni non diverse dalle nostre: vivere una vita dignitosa e avere il diritto di far sentire la propria voce. Una realtà assai diversa da quella di paesi lì lì per cadere preda dell’estremismo fondamentalista e perciò da tenere sotto controllo affidandosi a uomini forti.

C’è un’altra lezione importante per paesi come l’Italia: non ci si può limitare ad interagire con l’elite politica del momento, ignorando gli altri attori. Ora che è emersa in piena luce l’importanza dei social media per lo sviluppo politico e istituzionale dei paesi del Nord Africa, anche la nostra diplomazia dovrebbe preoccuparsi di mettere in atto nuove strategie e strumenti per comunicare e dialogare con i nuovi protagonisti della scena araba.

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