IAI
Disastro Giappone

L’Italia e l’incubo nucleare

24 Mar 2011 - Alberto Clò - Alberto Clò

Non è dato ancora sapere come evolverà la situazione nei reattori giapponesi e, in particolare, se si riuscirà o meno a riprenderne il controllo così da impedire gli esiti più disastrosi. Alcune conseguenze e insegnamenti possono tuttavia già essere tratti da quella tragedia e, se il mondo saprà tenerne conto, essa non sarà accaduta invano.

Oggi come ieri
È ben chiaro come i sentimenti sia delle opinioni pubbliche che dei governi nel mondo occidentale siano drasticamente mutati nel volgere di pochi giorni in modo non dissimile da quanto sperimentammo dopo la tragedia di Chernobyl del 26 aprile 1986, quando diversi paesi europei decisero una “moratoria nucleare”: non rinnovando il parco centrali di cui disponevano (Spagna, Belgio, Olanda), uscendone definitivamente (Italia), programmandone l’uscita (Germania, Svezia), bandendo il nucleare addirittura per via costituzionale (Austria).

In Italia – che dal nucleare è uscita dal 1987, ma vi era con gran clamore virtualmente rientrata nel 2008 – le cose si sono dipanate oggi secondo il medesimo copione di allora. Una settimana dopo il disastro di Chernobyl, l’allora presidente del consiglio Bettino Craxi sottoscrisse il documento finale del Vertice dei G7 di Tokyo del 4 maggio 1986, in cui si affermava che “il nucleare continuerà ad essere una fonte di energia di impiego sempre crescente”, confermando il prosieguo dei lavori delle costruende centrali italiane.

Oggi, in seguito alle prime drammatiche notizie dal Giappone, l’attuale governo ha perentoriamente dichiarato che “dal piano nucleare non si torna indietro” (quasi fossimo arrivati da una qualche parte) e “guai a noi se di fronte a eventi straordinari ci fermassimo sulla strada del nucleare”. Salvo proporre, al primo stormir dei sondaggi – ieri come oggi – una “pausa di riflessione” e la necessità di non far nulla senza l’imprescindibile “largo e pieno consenso” delle regioni. Smentendo, in tal modo, quanto approvato solo qualche giorno prima nel decreto legislativo in discussione alla Camera, ove alle regioni non si assegnava alcun ruolo.

Contraccolpi
Ieri come oggi, in un crescente bailamme di mezze verità, dati artatamente falsificati, perentorie affermazioni che farebbero rabbrividire studenti del primo anno di ingegneria o fisica, il paese è ripiombato in un clima di paura, sconcerto, smarrimento. A prescindere dall’esito del referendum del prossimo 12 giugno sull’abrogazione del decreto (del giugno del 2008) che dà il via libera alla realizzazione delle centrali nucleari sul territorio nazionale, penso che la tragedia giapponese possa segnare in Italia – paese in cui niente è più definitivo di ciò che è temporaneo – la chiusura forse tombale di ogni ravvicinata “rinascita nucleare”, o spostarla molto in là nel tempo.

I contraccolpi saranno, tuttavia, evidenti anche nell’insieme dei paesi occidentali. La sicumera, se non l’arroganza, di cui era infarcita la propaganda nuclearista degli ultimi tempi, tesa a dimostrare – contro ogni evidenza fattuale – la grande rinascita del nucleare, ha lasciato il campo a dubbi, perplessità, inversioni di rotta. Morale: le già scarne prospettive di sviluppo del nucleare nei paesi occidentali si ridurranno fortemente, mentre è prevedibile che si proceda ad un’anticipata chiusura delle centrali più vecchie, evitando di prolungarne la vita com’era previsto in Germania.

Gli scenari energetici nel mondo industrializzato non si modificheranno, tuttavia, di molto, per la semplice ragione, occultata dalla propaganda, che di reattori in costruzione ve ne erano pochissimi sia in Europa che negli Usa. Nello scenario programmatico francese, patria del nucleare, si prevedeva, ad esempio, al 2030 un aumento netto della potenza nucleare di appena 2.000 Mwe (sui 63.000 Mwe in esercizio), mentre non dissimili erano le prospettive negli Stati Uniti.

Tutt’altro discorso è quello riferibile ai paesi emergenti ove si concentrava la quasi totalità delle centrali in costruzione (24 in Cina, 6 in Corea del Sud, 4 in India). In questi paesi vi potrà essere un momentaneo congelamento, ma non una cancellazione degli investimenti necessari a soddisfare una domanda elettrica in forte crescita e ad assicurare così quella sicurezza geopolitica che è per taluni di essi, specie la Cina, una vera ossessione. La conclusione è che dopo il disastro giapponese nulla sarà come prima, proprio come non lo fu dopo Chernobyl, che avviò una lunga e ancora ininterrotta stasi degli investimenti nel nucleare civile.

Insicurezza
Ancor più rilevanti sono gli insegnamenti che da quel disastro dovrebbero trarsi, che attengono al fatto che la scelta nucleare ha implicazioni che investono l’intera umanità e che non si possono più lasciare alla discrezionalità (se non all’arbitrio) dei singoli paesi. Non si è paese denuclearizzato solo perché non si dispone di reattori nucleari nel proprio territorio. Fukushima insegna che tutti i paesi sono nuclearizzati, perché tutti possono subire danni e devastazioni a causa di un solo incidente avvenuto a grande distanza.

La questione centrale diviene allora quella della sicurezza delle centrali, su cui governi del mondo, organismi internazionali, comunità scientifica dovrebbero congiuntamente concentrare le loro attenzioni per garantire gli standard più alti, attraverso la realizzazione di reattori di nuova generazione.

Standard di sicurezza e controlli devono essere fissati in modo molto più stringente a livello internazionale. Serve, in particolare per quel che ci riguarda da vicino, una politica ferma e chiara a livello europeo, ove finora il nucleare è stato lasciato alla discrezionalità dei singoli Stati perché materia politicamente troppo spinosa. Ben vengano allora gli stress test delle centrali esistenti per rassicurare l’opinione pubblica, realizzati non solo sulle 148 centrali dislocate in Europa, ma anche sulle 15 in Ucraina e le 32 in Russia.

In questa prospettiva l’Italia deve puntare a riconquistare un ruolo e una credibilità perdute da tempo. Se vogliamo essere interlocutori credibili all’interno dell’Unione europea dobbiamo consolidare il processo di ricostituzione delle conoscenze e delle professionalità dissipate in venticinque anni di vuoto nucleare. Possiamo essere attori nel nucleare anche senza centrali, se riprendiamo e rafforziamo il filo del sapere, se diamo maggior spessore alle istituzioni da poco costituite – penso all’Agenzia della sicurezza – se riusciamo, non ultimo, a risolvere finalmente l’annoso problema delle scorie radioattive. Si doveva e si deve partire da qui per recuperare il consenso sociale e politico su un ritorno all’atomo, divenuto comunque molto più problematico e che potrà comunque avvenire solo in una prospettiva di lunghissimo periodo.

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