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Disarmo

L’incerto destino delle armi nucleari Usa in italia

15 Mar 2011 - Paolo Foradori - Paolo Foradori

Nonostante l’esplicito impegno di “creare le condizioni per un mondo senza armi nucleari”, il nuovo Concetto strategico della Nato, adottato a Lisbona il 19 novembre 2010, ribadisce che “fintantoché ci sono armi nucleari nel mondo, la Nato rimarrà un’Alleanza nucleare”. Cinque paesi europei dell’Alleanza atlantica, tra cui l’Italia, ospitano tuttora armi nucleari tattiche (Ant) statunitensi all’interno dei propri confini. Un vivace dibattito si è sviluppato in Europa e negli Stati Uniti sul ruolo di tali armi nell’attuale scenario della sicurezza atlantica e sulla possibilità di una loro ulteriore riduzione – il loro numero è già molto inferiore al passato – o completa rimozione.

Arsenale Europa
Sebbene non vi siano dati ufficiali, si stima che siano ancora ospitate 150-200 Ant americane in Belgio (10-20), Germania (10-20), Italia (70-90), Olanda (10-20) e Turchia (circa 50). L’attuale arsenale nucleare, costituito esclusivamente da bombe gravitazionali B-61 – si tratta quindi di ordigni aviotrasportati – è solo una frazione di quello esistente in Europa nel 1991, che contava 2.480 testate.

Le Ant si caratterizzano per essere armi a corto raggio (inferiore a 500 chilometri) e per il potenziale impiego a sostegno delle operazioni militari sul campo di battaglia. In ambito Nato, la dottrina della “risposta flessibile” attribuiva infatti alle Ant compiti di war-fighting sul teatro europeo per contrastare la superiorità convenzionale sovietica e rallentare o fermare l’avanzata dell’Armata rossa.

La presenza di queste armi assolveva inoltre la fondamentale funzione politico-simbolica di rassicurare gli alleati, rafforzando il legame transatlantico e la credibilità dell’impegno americano in difesa del Vecchio continente. Al progressivo attenuarsi della Guerra fredda, a mano a mano che l’utilità militare delle Ant diminuiva, il loro numero veniva drasticamente ridotto, mentre diventava preponderante il loro valore politico.

Nel mutato contesto strategico, la Nato ha preso una serie di provvedimenti operativi, tra cui un significativo allentamento dei criteri di prontezza e l’annullamento dei piani permanenti per le eventualità nucleari in tempo di pace. Attualmente, le forze nucleari dell’Alleanza non hanno più alcun paese come obiettivo predeterminato.

Due scuole di pensiero
Schematizzando, il dibattito sulla presenza, ruolo e destino delle Ant in Europa vede contrapposte due principali “scuole di pensiero”. La prima ne chiede il ritiro e sottolinea la necessità di superare un pensiero strategico “da Guerra fredda”, nella convinzione che la fine della contrapposizione tra blocchi abbia reso tali armi militarmente obsolete, un costo inutile, un rischio per la sicurezza e un intralcio agli obiettivi di disarmo globale.

La seconda, favorevole alla loro presenza, enfatizza la rilevanza delle Ant in un ambiente internazionale altamente imprevedibile che richiede una capacità cautelativa di difesa (hedging) nei momenti di crisi o in uno scenario futuro in cui il numero delle armi nucleari strategiche sia stato drasticamente ridotto. In questi casi, le Ant possono fornire opzioni “su misura” (tailored) e proporzionate per dissuadere o contrastare minacce regionali; servono inoltre per riaffermare l’impegno americano alla difesa degli alleati europei, tenuto conto anche della schiacciante superiorità delle forze nucleari tattiche russe.

Il presidente Barack Obama ha fatto del disarmo nucleare globale uno dei pilastri della politica estera degli Stati Uniti. La Nuclear Posture Review americana pubblicata nell’aprile dello scorso anno ha riaffermato la necessità di diminuire il ruolo delle armi nucleari, alla luce anche delle crescenti capacità delle armi convenzionali. Il documento ribadisce tuttavia che le Ant in Europa continuano a svolgere l’importante funzione politica di contribuire alla coesione dell’Alleanza e di rassicurare gli alleati che si sentono esposti a minacce regionali.

Tre paesi che ospitano le Ant – Belgio, Germania e Olanda – si sono espressamente dichiarati a favore della rimozione dai loro territori. È stata la Germania dopo le elezioni del novembre 2009 ad aprire il dibattito, assumendo la leadership del campo favorevole al ritiro: il ministro degli esteri tedesco Guido Westerwelle, leader dei liberal-democratici (Fdp), aveva infatti condizionato il sostegno del suo partito al governo di Angela Merkel a un preciso impegno per l’eliminazione delle Ant, da lui definite “un residuato della Guerra fredda”.

Più ambigua e certamente più conservatrice è invece la posizione della Turchia, che sembra attribuire un maggior valore a queste armi in considerazione della sua particolare collocazione geo-strategica e delle specifiche esigenze di sicurezza del paese anche in relazione al pericolo di uno sviluppo nucleare nel vicino Iran.

Schierata nettamente nel campo conservatore è la Francia, che a Lisbona ha fermamente contrastato ogni tentativo di apportare cambiamenti radicali alla politica nucleare della Nato.

Anche altri membri della Nato hanno avanzato riserve sull’opportunità del ritiro. È il caso degli stati dell’Europa centro-orientale e del Baltico che, timorosi che si abbassi la guardia nei confronti della Russia, considerano prematura ed azzardata ogni proposta di smantellamento unilaterale.

Ambivalenza dell’Italia
La posizione dell’Italia è caratterizzata da una certa ambivalenza. Da una parte, il paese è inequivocabilmente impegnato a sostenere il programma di disarmo nucleare globale e, a questo fine, appare in principio non contrario a mettere in discussione la presenza delle Ant. Dall’altra, continua a dare grande importanza alla solidarietà della Nato, e vuole quindi evitare strappi e fughe in avanti che possano incrinare i principi di coesione e indivisibilità della sicurezza euro-atlantica. Di qui l’enfasi posta dall’Italia sulla necessità di tener conto delle percezioni di sicurezza di tutti i partner, compresi quelli che avvertono ancora la necessità di un residuo di rassicurazione nucleare.

Conciliare queste due esigenze in una scelta coerente non è facile. Misurandosi con questo dilemma e alla ricerca di un non facile compromesso, l’Italia appare pertanto disponibile, se necessario, a rallentare il processo di riduzione ed eventuale completa eliminazione delle Ant, considerate altrimenti non solo armi di limitato valore intrinseco, ma anche di ostacolo al programma di global zero che il nostro paese sostiene con convinzione.

Paolo Foradori è ricercatore presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Trento e Marie Curie Fellow presso il James Martin Center for Nonproliferation Studies, Monterey Institute of International Studies, Usa.

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