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Politica estera europea

L’improvvisato intervento in Libia e la strategia nel Mediterraneo

24 Mar 2011 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Noi europei ci eravamo illusi che, con la fine della Guerra Fredda, il Mediterraneo fosse diventato un affare di famiglia. Il progressivo allargamento dell’Unione europea nei Balcani, l’ingresso di Malta e Cipro, e l’apertura dei negoziati di adesione con la Turchia avevano avviato un processo di unificazione di tutta la regione settentrionale del Mediterraneo in un’unica realtà europea. D’altro canto, l’Ue è anche il partner commerciale di gran lunga dominante per tutti gli altri paesi delle regioni meridionali del Mediterraneo, in Nord Africa e in Medioriente. Certo, rimaneva (e rimane tutt’ora) l’elemento “di disturbo” creato dal conflitto israelo-palestinese, ma si poteva sperare in qualche modo di isolarlo e ridurne la portata. Ci eravamo, purtroppo, sbagliati di grosso.

Mezzaluna delle crisi
Prima la guerra in Iraq e poi le ambizioni nucleari dell’Iran, unite al nodo irrisolto dell’Afghanistan e al rischio di una crisi pakistana, hanno finito per spostare gli equilibri delle regioni meridionali più verso Est. Più che di Mediterraneo si è cominciato a parlare di un Grande Medioriente che finiva per comprendere tutta la famosa “mezzaluna delle crisi” (come la battezzò Zbigniew Brzezinski) dal Marocco al Corno d’Africa al Golfo e all’Asia centrale ex-sovietica: un contesto regionale dove l’Europa è molto meno influente.

L’arrivo massiccio della Cina e degli Usa in Africa (seguiti a ruota dall’India) ha aperto un’altra porta d’ingresso al mare non più solo “nostrum”, tanto più che la Cina e l’India, assieme al Giappone, sono tra i maggiori clienti del petrolio iraniano e del gas del Golfo (nonché del petrolio e del gas africani). La pirateria legata alla crisi somala ha ridotto il traffico proveniente dal Canale di Suez, ma in compenso è aumentato enormemente il traffico in provenienza dall’Atlantico, con il Marocco, e il nuovo porto di Tangeri, divenuti la nuova porta dell’Occidente (Brasile incluso) per il Mediterraneo. E anche qui arrivano i cinesi (già presenti massicciamente nel porto del Pireo ed interessati a nuovi sbocchi anche in Italia o altrove).

Cambiamento di rotta
E ora è arrivato lo sconquasso politico, già preannunciato dalla crescente autonomia della politica turca, sia dalla Nato che dall’Ue: il risveglio politico dei popoli arabi, dal Nord Africa sino al Golfo, ha messo in crisi l’approccio europeo, di fatto sin troppo legato al mantenimento dell’apparente stabilità garantita dai governi autoritari arabi, dalla Tunisia all’Egitto, dall’Algeria all’Arabia Saudita.

Questo probabilmente spiega anche le incomprensioni e le esitazioni che hanno ritardato la presa di coscienza europea del mutamento in atto: un ritardo che ha finito per favorire il brusco mutamento di rotta che ha caratterizzato la politica francese nel caso della Libia, spingendo l’Europa ad abbracciare quest’ultima rivoluzione sino all’impegno militare contro il regime del Colonnello Gheddafi.

In realtà, anche questa scelta più coraggiosa risente della confusione e delle incertezze iniziali: essa è probabilmente più in linea con le aspirazioni e le aspettative del mondo arabo di quanto non fosse la precedente timorosa paralisi, ma soffre comunque di un grave difetto di improvvisazione. Non è il portato di una nuova strategia europea, ma piuttosto il tentativo di mascherare con un “bel gesto” gli errori precedenti. Non accresce la credibilità dell’Europa: si limita a rimescolare le carte sperando in un servizio migliore alla prossima mano.

Tuttavia ora, se si vuole che la situazione migliori e che l’Europa recuperi peso e ruolo nel Mediterraneo, bisogna fare in modo che la scommessa arrivi a buon fine. Non sarà facile, perché questa nuova avventura è iniziata all’insegna dell’improvvisazione e della frammentazione nazionalista. Gli europei si sono divisi, con la Francia e la Gran Bretagna da un lato, la Germania (e la Turchia) da un altro, e alcuni paesi come l’Italia in un incerto terreno mediano, legato più alla dimensione transatlantica che a quella europea.

Beau geste
In altri termini, nel Mediterraneo rischia di riprodursi (anche se in modo meno aspro e con configurazioni diverse) quella divisione tra europei che avevamo già sperimentato all’epoca della guerra in Iraq. Ma un’Europa divisa ben difficilmente riuscirà ad elaborare una nuova credibile strategia verso il Mediterraneo ed il Medioriente.

Dalle divisioni causate dalla guerra in Iraq l’Europa riuscì a uscire positivamente anche grazie all’approvazione, nel dicembre 2003, della strategia comune di sicurezza proposta dall’allora Alto Rappresentante per la politica estera e la sicurezza, Javier Solana: “Un’Europa sicura in un mondo migliore”. Oggi si delinea la necessità di un’iniziativa analoga per urgenza ed importanza, che stabilisca le linee guida della strategia comune europea nel Mediterraneo e nel Medioriente.

Il riconoscimento che i popoli del Nord Africa e del Medioriente aspirano a forme più moderne – più aperte e democratiche – di governo deve essere accompagnato dagli opportuni incentivi economici e commerciali e dagli investimenti necessari per collegare i “corridoi” continentali europei con un certo numero di “autostrade marittime” attraverso il Mediterraneo. L’Unione europea non può allargarsi a Sud come ha fatto ad Est, ma può offrire ai paesi che lo desiderano forme più avanzate di integrazione economica anche nei settori più protetti, come l’agricoltura.

Sicurezza mediterranea
Allo stesso tempo è necessario formulare i principi di una politica complessiva di “sicurezza mediterranea”, basata sulla cooperazione tra l’Ue, la Nato e un certo numero di paesi arabi e/o islamici democratici o in via di democratizzazione, come la Turchia, il Marocco, la Tunisia, l’Egitto e qualche altro, cui offrire un vero e proprio partenariato di sicurezza, forme agevolate di politica dei visti e aiuti e cooperazione nel campo della lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo.

In altri termini, una nuova politica “mediterranea e mediorientale” dell’Unione deve saper diversificare le sue offerte e il suo partenariato con i paesi della regione, privilegiando decisamente quelli che scelgono la strada della maggiore democratizzazione. Solo così infatti l’Europa, oltre a recuperare credibilità politica e morale, potrà consolidare il processo di modernizzazione in atto e sostituire la vecchia e fallimentare politica di (illusoria) stabilità con una strategia di trasformazione nella sicurezza.

La nuova sfida dell’Ue è quella di impostare una nuova politica di sicurezza e cooperazione diretta verso Sud che, pur nella diversità degli strumenti, punti ad essere almeno altrettanto efficace di quella condotta con lo strumento dell’allargamento verso Est.

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