IAI
Crisi nel Mediterraneo

Lacune e ambiguità dell’intervento in Libia

29 Mar 2011 - Giuseppe Cucchi - Giuseppe Cucchi

Gli interventi di gestione delle crisi delle coalizioni di volonterosi a prevalenza occidentale sono basati di norma su una “formula magica“ che prevede un adeguato dosaggio di tre elementi. Il primo è un’azione politico-diplomatica che miri a una soluzione negoziale dei problemi. Soluzione che magari all’inizio apparirà inaccettabile alla controparte, ma che – se ben strutturata – risulterà sempre più appetibile nel corso del tempo. Sino a configurarsi come “la soluzione”, nel momento in cui i sacrifici di una situazione di costante confronto armato inizieranno ad apparire insopportabili all’opinione pubblica, e di conseguenza alla classe politica e di governo, dell’avversario.

Il secondo è un’azione di fuoco puntuale, ma violenta ed ininterrotta, condotta prevalentemente dall’aria, ma a volte integrata anche dal mare, svolta utilizzando in prevalenza i sofisticati mezzi aerei e marittimi degli alleati occidentali della coalizione. La pressione esercitata è di norma dosata in due modi fra loro complementari: variando l’intensità del fuoco e agendo sulla scelta degli obiettivi, che può estendersi o meno a bersagli di particolare delicatezza.

Il terzo consiste nell’attività ininterrotta di fanterie solide e ben inquadrate (“boots on the ground”) che non diano tregua alle forze terrestri dell’avversario, muovendosi in stretto ed efficace coordinamento con l’azione di fuoco di cui al punto precedente. Queste forze non appartengono mai alla coalizione, ma sono sempre forze locali. L’intervento dei paesi occidentali a terra si limita così all’utilizzazione di pochi elementi specializzati per missioni di intelligence o di commandos, nonché all’eventuale distacco di istruttori e personale di inquadramento, che però non sono mai coinvolti direttamente negli scontri.

Formula magica
Questa formula consente ai paesi occidentali di limitare al massimo le perdite e quindi di tenere nel tempo senza rischiare di trovarsi di fronte e reazioni dell’opinione pubblica simili a quella che negli anni novanta costrinsero gli Stati Uniti a far decadere l’azione delle Nazioni Unite in Somalia dopo diciannove morti statunitensi e lo scioccante episodio dell’abbattimento di un elicottero americano in azione a Mogadiscio.

Il successo della formula è tanto più rapido e garantito quanto migliori e più solide sono le fanterie che operano sul terreno. Allorché le forze aeree della Nato intervennero per arrestare i serbi in Croazia e in Bosnia, le fanterie croate e bosniache erano formate da veterani, inquadrati tra l’altro in nuove strutture organiche e operative studiate da sei specialisti americani, Generali in pensione, distaccati dalla “Military Resources inc”, società di consulenza fondata dall’ex Capo di Stato Maggiore Usa, Charles Vuono.

Il successo arrise così rapidamente alla coalizione e la conclusione degli scontri fu sancita dalla firma degli “Accordi di Dayton”, proprio la soluzione politico-diplomatica che il mediatore, Richard Holbrooke, proponeva da tempo alle parti.

Nel 1998 in Kosovo le cose furono invece più difficili. Come fanteria fu infatti utilizzato l’Esercito di Liberazione del Kosovo (Uck). Si trattava di formazioni partigiane che non riuscirono mai ad essere all’altezza dei reparti serbi cui si contrapponevano, temprati da sei anni di guerra più o meno ininterrotta. Il risultato fu che l’azione aerea della coalizione dovette protrarsi per più di ottanta giorni, impegnando un totale di quasi mille aeromobili.

Anche nella scelta dei bersagli la coalizione dovette muoversi con spregiudicatezza, arrivando persino a qualificare disinvoltamente come “errori” o “sbavature” colpi che erano stati invece concepiti come chiari segnali di avvertimento. Alla fine la tregua fu firmata e ci si avviò verso un’incerta soluzione diplomatica che si concretizzò soltanto alcuni anni dopo con il riconoscimento del Kosovo come nazione indipendente.

Uno schema analogo fu adottato in Afghanistan nel 2001-2002: attacco americano dal cielo e la prospettiva di una soluzione politica – che culminò poi nella convocazione della Loya Girga e nella elezione di Karzai – uniti all’azione terrestre dei combattenti dell’Alleanza del Nord. A terra gli Usa inviarono soltanto forze speciali e istruttori e questa fase dell’intervento si concluse efficacemente e rapidamente.

Obiettivi confusi
Tentiamo ora di applicare la “ formula magica “sin qui descritta a quanto sta succedendo in questo momento in Libia. Ci accorgeremo subito che tutti e tre gli elementi che la compongono non sono stati ancora definiti con la chiarezza che sarebbe invece necessaria per conseguire una rapida soluzione.

Non vi è infatti sino a questo momento alcun accordo sull’esito politico-diplomatico della crisi. Vogliamo cacciare Gheddafi, permettendogli magari una trasmissione del potere che avvenga nell’ambito della famiglia, o intendiamo andare oltre favorendo un mutamento radicale che comporti il rinnovo totale delle strutture di governo libiche e dell’intera classe dirigente?

Vogliamo preservare l’unità del paese o accetteremmo anche la secessione della Cirenaica e la creazione di due stati distinti? E via di questo passo con una serie di interrogativi cui occorrerebbe dare risposte quanto prima possibile. Risposte che invece latitano, anche se sono molti – di sicuro troppi! – coloro che si offrono come potenziali mediatori di una soluzione che ancora non si sa quale sia.

L’azione di fuoco è in corso. Ė potente, continua e confusa. Anziché avere un unico punto di riferimento nella Nato, che in quanto alleanza politico-militare apparirebbe predestinata a tale ruolo, ne ha invece anche un altro in un Comitato di Ministri degli Esteri che finisce col ricordare in maniera sinistra e controproducente i “Comitati degli Ambasciatori” e quelli degli “Ammiragli delle Potenze” che gestivano gli interventi coloniali della fine dell’Ottocento.

Si è arrivati anche ad agire in base a due differenti interpretazioni della Risoluzione 1973, che trovano espressione nella imposizione, rispettivamente, della no fly zone e della no fly zone plus. Di certo un poco di chiarezza e di coordinamento in più non guasterebbero, anche se ciò comporterebbe da parte di alcuni paesi la rinuncia ad ambizioni che, comunque le si valutino, appaiono eccessive.

Infine l’azione a terra, che è affidata in questo caso ai ribelli di Bengasi. Persone che sono magari coraggiosissime ed entusiaste se prese singolarmente, ma che sino ad ora non hanno messo in luce alcuna reale capacità militare. Alla loro prima tumultuosa avanzata nel vuoto che si era creato all’atto della rivolta ha fatto infatti poi seguito una ritirata che solo il supporto degli aerei francesi ha arrestato, giusto un attimo prima che fosse troppo tardi.

Ė chiaro che il movimento insurrezionale difetta da un lato di armamenti e dall’altro di addestramento, due elementi indispensabili per poter divenire una forza che possa fronteggiare con possibilità di successo quella messa in campo dal Colonnello Gheddafi. Ci vorrà quindi del tempo perché esso possa crescere fino a disporre della solida fanteria locale richiesta dalla formula dell’occidente.

In mancanza di questi tre fattori indispensabili per pervenire ad una conclusione la soluzione del problema libico rischia quindi di rimanere lontana ed inafferrabile.

L’unica speranza è che il processo di globalizzazione finisca con l’accelerare anche i processi di ricostruzione, imprimendo loro la medesima accelerazione che ha imposto sino ad ora a quelli di dissoluzione in corso in tutto il mondo arabo.

.