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Crisi nel Mediterraneo

Emergenza Siria

31 Mar 2011 - Lorenzo Trombetta - Lorenzo Trombetta

Oggi come ieri nessun attore internazionale o regionale sembra interessato a un cambio di regime (regime change) in Siria, né si profila all’orizzonte una guerra contro il nemico di sempre, Israele, notoriamente contrario a ogni destabilizzazione del sistema di potere capeggiato da quarant’anni dagli al-Asad.

L’urto della rivolta
Dal 2008 “la Siria degli al-Asad” (Suriya al-Asad) è tornata gradualmente ad essere un interlocutore sia per gli europei che per gli Stati Uniti e un attore chiave in Medioriente: senza abbandonare la sua solida alleanza strategica con l’Iran, ha rafforzato il legame con la Turchia e mantenuto stretti rapporti con le fazioni radicali palestinesi e il movimento sciita libanese anti-israeliano Hezbollah.

Nel corso del 2010 Damasco aveva inoltre ricucito con l’Arabia Saudita una delle più gravi fratture regionali. E ora Riyad è in prima linea nel difendere pubblicamente “la stabilità e la sicurezza” della Siria. Anche Washington, d’altronde, ha assicurato che non intende interferire negli affari interni siriani.

Per la prima volta dopo decenni, la legittimità interna del presidente al-Asad e del Baath, il partito al potere da quasi mezzo secolo, è messa però in seria discussione da due settimane di proteste senza precedenti, che sono state brutalmente represse dalle forze di sicurezza. La mobilitazione, avviata in sordina a Damasco, si è scatenata nella sua forma più violenta nella regione meridionale dell’Hawran e si è poi allargata alle principali città del paese, fino a scuotere il porto di Latakia, sul Mediterraneo, 350 km a nord-ovest della capitale.

Per “riportare l’ordine” nel capoluogo della regione alawita, abitato anche da sunniti e cristiani e da cui provengono la famiglia presidenziale e i clan suoi alleati, il regime ha deciso di schierare in città reparti dell’esercito regolare. Non accadeva dal 1982, quando l’allora raìs Hafiz non esitò a ricorrere all’apparato militare per schiacciare nel sangue la ribellione armata dei Fratelli musulmani, asserragliati nella città di Hama a nord di Damasco.

Cause profonde
Oggi come allora, il regime accusa “parti straniere” di “fomentare i fondamentalisti” con un preciso obiettivo finale: “smembrare il paese su base confessionale”, evocando il tentativo (fallito) della potenza coloniale francese di creare, all’inizio del suo mandato in Siria, una serie di “staterelli” confessionali nei territori fino a due anni prima sotto formale controllo dell’Impero ottomano.

Diversi fattori hanno invece spinto migliaia e, in certi casi, centinaia di migliaia di siriani a scendere in strada e manifestare, per la prima volta in modo palese, il loro dissenso, sfidando le pallottole delle forze di sicurezza e rischiando di finire in carcere assieme ai circa 3.000 prigionieri politici già dietro le sbarre.

Le proteste, che hanno acquisito slancio sull’onda delle altre mobilitazioni regionali, hanno cause profonde e radicate. La società siriana è percorsa ormai da anni da un generale e diffuso senso di sfiducia nelle autorità e nella loro reale volontà di riformare davvero il sistema, nonostante il continuo richiamo del regime e dei media ufficiali alle “riforme” (islahat). A questo si aggiunge un profondo sentimento di frustrazione e rabbia per decenni di dura repressione di ogni forma di libera espressione politica, e per la continua arroganza del potere che ha molteplici forme, più o meno esplicite.

Ogni regione siriana ha una propria lista di rivendicazioni, comuni di fatto a gran parte del paese: dall’aumento vertiginoso del costo della vita all’assenza del sostegno statale, passando per la crescente disoccupazione giovanile, l’ormai endemica corruzione e l’assenza di trasparenza nelle gestione degli affari locali.

Intifada
Tutto questo a Daraa, capoluogo della depressa regione agricola dell’Hawran, dominata dal tribalismo, è deflagrato a metà marzo dopo l’arresto, e il conseguente trasferimento a Damasco, a fine febbraio, di alcuni bambini appartenenti a un influente clan locale, “colpevoli” di aver scritto slogan anti-regime sui muri scolastici. Una delegazione di capi tribù si sarebbe recata il 17 marzo a colloquio con il responsabile della polizia segreta della città, ma ogni possibilità di mediazione sarebbe stata respinta duramente dall’alto ufficiale.

Provata da sei anni di siccità e già afflitta da un’immigrazione interna di famiglie di contadini provenienti dalla Jazira, regione orientale anch’essa colpita dall’assenza di raccolti, la popolazione di Daraa si è sollevata (Intifada) attaccando i simboli del potere “corrotto e oppressivo”. I “martiri” – si parla di circa 130 persone uccise in tutto l’Hawran in dieci giorni di violenze – sono stati la scintilla che ha scatenato la sollevazione generale anche in altre zone del paese, comprese le città periferiche (Homs, Hama, Dayr al-Zor), il porto di Latakia e molti sobborghi di Damasco.

Il tradizionale attendismo della borghesia commerciale della capitale e di Aleppo, assieme al massiccio dispiegamento di forze di sicurezza e alla discesa in strada, più o meno “spontanea”, di folle di lealisti, hanno per il momento evitato che la mobilitazione anti-governativa investisse le due più importanti città della Siria.

Le minoranze confessionali (drusi, armeni, cristiani) ed etniche (curdi) temono la futura rappresaglia di un regime incattivito perché messo alle corde. Ciò spiega perché le zone a maggioranza drusa (la regione di Suwayda’, limitrofa allo Hawran) e quella a prevalenza curda (nord-est al confine con Turchia e Iraq) siano per ora rimaste a guardare. Le tristi quanto vicine esperienze irachena e libanese inducono ancora moltissimi siriani a preferire la “stabilità” a vere riforme.


D’altronde, le “riforme” annunciate finora dai rappresentanti del regime di Damasco sembrano espedienti per prender tempo. L’abrogazione della legge d’emergenza, in vigore da 48 anni, è stata promessa in fretta e furia all’indomani del bagno di sangue di Daraa, ma solo dopo la promulgazione di una legge “anti-terrorismo”. Nel suo atteso discorso del 30 marzo, il raìs al-Asad non ha annunciato, come alcuni si aspettavano, la revoca dello stato d’emergenza; ha anzi sfidato i manifestanti: “Se battaglia sarà, siamo pronti. (…) Non ci saranno posizioni di mezzo”.

Lo stato d’emergenza – in vigore a causa della “continua minaccia del nemico” Israele – regola, tra le altre cose, il funzionamento di tribunali speciali e prevede la possibilità per le autorità di fermare cittadini sospetti dissidenti e di accusarli di reati come “attentato alla sicurezza dello Stato”, “contatti con paesi stranieri nemici”, “diffusione di informazioni false con lo scopo di indebolire la nazione”.

“La via per il cambiamento e le riforme deve esser percorsa assicurando continuità e stabilità”, affermava nel luglio 2000 l’allora neoeletto trentaquattrenne presidente siriano Bashar al-Asad rivolgendosi dallo scranno dell’Assemblea del popolo – il parlamento – ai deputati e alla nazione. Nel corso di una notte, la direzione del Baath, il partito al potere da quasi mezzo secolo, e lo stesso parlamento avevano per l’occasione approvato l’emendamento dell’articolo costituzionale che fissava a 40 anni l’età minima per essere eletti capo dello Stato siriano.

Nel pieno rispetto delle istituzioni, il giovane oftalmologo formatosi a Londra poté quindi succedere al padre Hafiz, defunto poche settimane prima e rimasto in carica per circa trent’anni dal novembre 1970 al giugno 2000. In questi quasi undici anni di potere, Bashar al-Asad ha saputo superare la difficile transizione ai vertici del potere, mantenendo però di fatto inalterato l’apparato repressivo contro ogni forma di dissenso interno.

A capo di un regime ereditato dal “fondatore della Siria moderna” e membro dell’ormai più potente clan alawita (branca dello sciismo) del paese, il “giovane” Bashar condivide oggi con altri influenti membri della sua famiglia e di clan alawiti alleati la gestione di un sistema di potere protetto da una capillare rete di servizi di controllo e repressione e da super addestrati corpi d’elite. Tutte agenzie e reparti al comando di parenti del raìs o di personalità comunque legate alla famiglia presidenziale.

Rischio guerra civile
Per il raìs e i suoi alleati ai vertici del potere riformare davvero il sistema politico costruito da Hafiz al-Asad, non solo abrogando la legge d’emergenza, ma aprendo al multipartitismo e ponendo fine al controllo sui mezzi d’informazione significherebbe di fatto firmare la propria condanna politica. Ecco perché i legislatori siriani sarebbero ora al lavoro per redigere quanto prima una legge “anti-terrorismo”.

Per il regime è essenziale preservare le pietre angolari (controllo e repressione) del suo potere. A tal fine le istituzioni del sistema formale – l’esercito male armato, il partito Baath ormai privo di ogni potere decisionale, il governo e il parlamento – devono mantenere una parvenza di legittimità, continuando a celare gli elementi portanti del sistema reale di potere: le quattro agenzie di sicurezza e i reparti speciali paramilitari a difesa della ristretta oligarchia politico-affaristica composta dagli al-Asad e dai loro alleati.

L’ultimo discorso del presidente sembra indicare che il regime vuole ora tentare la via delle riforme cosmetiche, cercando di dare l’impressione all’interno e all’estero di esser davvero impegnato a “soddisfare le richieste legittime dei cittadini”. Damasco spera di poter contare sull’appoggio non solo delle potenze regionali (Iran e Arabia Saudita, interessate per ragioni diverse a mantenere lo status quo nell’area), ma anche degli stessi Stati Uniti, alleati di Israele.

La piazza potrebbe però non piegarsi e una tenacia e un’unità d’intenti inaspettata. Potrebbe svilupparsi in questo caso una prolungata guerra intestina, con scontri a sfondo confessionale. La comunità alawita sarebbe posta di fronte al dilemma se arroccarsi a difesa dei clan del regime oppure schierarsi con la maggioranza degli insorti (sunniti).

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