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Diritto internazionale

Crocifisso nelle scuole, una sentenza che lascia perplessi

24 Mar 2011 - Benedetto Conforti - Benedetto Conforti

Con la sentenza del 18 marzo 2011 nel caso Lautsi c. Italia la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo ha rovesciato, a maggioranza di 15 voti contro 2, la sentenza di prima istanza che, presa da una Camera all’unanimità, aveva ritenuto contraria all’art. 2 del Protocollo n. 1 annesso alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in combinazione con l’art. 9 della Convenzione, l’esposizione del Crocifisso nelle scuole pubbliche italiane. L’art. 2 del Protocollo tutela il diritto dei genitori a che venga assicurato ai propri figli un insegnamento conforme alle loro convinzioni religiose e filosofiche; l’art. 9 sancisce la libertà di pensiero, di coscienza e di religione.

La prima sentenza e i precedenti
La sentenza di prima istanza aveva suscitato aspre critiche negli ambienti cattolici italiani ed anche in qualche altro Paese in cui la religione cattolica è preponderante. Innanzi alla Grande Camera otto governi, sui quarantasette sottoposti alla giurisdizione della Corte, sono stati spinti ad intervenire a sostegno del ricorso presentato dal governo italiano. È chiaro che a tutto questo dissenso, che poco ha avuto a che fare con i termini giuridici della questione, la sentenza della Grande Camera ha ora dato fiato.

Forse anche un laico, e particolarmente un laico che voglia essere moderato, può essere portato a considerare che la presenza del Crocifisso nelle scuole italiane sia del tutto tollerabile; ciò ove si consideri che ben altri, e pesanti, tributi il nostro Stato paga non al Cristianesimo ma alla Chiesa Cattolica Apostolica Romana. A prescindere dal dibattito ideologico, si vuole qui trattare soltanto degli argomenti giuridici utilizzati dalla Corte. E, francamente, dal punto di vista giuridico la sentenza è criticabile.

C’è da dire anzitutto che la Corte, da un lato, ammette che la tutela prevista dagli art. 2 del Protocollo n. 1 e 9 della Convenzione riguardi non solo i programmi di insegnamento, ma anche l’organizzazione dell’ambiente scolastico ivi compresi i simboli religiosi (v. par. 63-66), mentre dall’altro si discosta sostanzialmente dal più calzante dei precedenti in materia.

Ci riferiamo alla decisione del 15 febbraio 2001 nel caso Dahlab c. Svizzera, alla quale si era rifatta la sentenza di prima istanza. Nel caso Dahlab la Corte, in coerenza con una giurisprudenza sempre tesa alla difesa della neutralità dello Stato in materia religiosa, aveva ritenuto che fosse legittima l’interdizione fatta ad una insegnante di indossare un foulard islamico in classe, interdizione motivata dalla necessità di preservare il sentimento religioso degli allievi.

Argomenti poco convincenti
A nostro avviso, gli argomenti che la Corte usa per discostarsi da questo precedente (nei par. 73-74) sono molto deboli. Il primo si fonda sull’età degli allievi, avendo la sentenza Dahlab sottolineato che, trattandosi nella specie di scolari tra 4 e 8 anni, essi erano più facilmente influenzabili. In realtà i figli dei ricorrenti avevano nel nostro caso rispettivamente 8 e 12 anni all’epoca dei fatti, e non si capisce perché essi, ed i loro compagni, non fossero altrettanto influenzabili.

Il secondo argomento è ancor meno comprensibile in quanto fa leva sulla circostanza che la presenza del Crocifisso non è associato in Italia ad un insegnamento obbligatorio, aprendo l’Italia parallelamente un spazio nelle scuole ad altre religioni. Non ci risulta, in verità, che la Svizzera si comporti in misura meno neutrale.

Ciò premesso, il principale argomento al quale la Corte fa ricorso per arrivare ad assolvere lo Stato italiano è quello fondato sulla nozione del “margine di apprezzamento”, nozione secondo cui in determinate materie occorrerebbe riconoscere una certa discrezionalità allo Stato, sempre che peraltro l’esercizio di tale potere non oltrepassi il limite oltre il quale la Convenzione deve ritenersi violata.

Nella specie il margine di apprezzamento viene essenzialmente utilizzato dalla Corte in ragione della mancanza di un consenso tra gli Stati europei sulla questione della presenza dei simboli religiosi nelle scuole pubbliche (v. par. 68-70). Per quanto poi riguarda il limite invalicabile e, secondo la Corte, non valicato nel caso in esame, esso sarebbe costituito dalla circostanza che l’esercizio del potere discrezionale in materia religiosa non si risolva in “una forma di indottrinamento” (v. par. 69).

Sul primo punto, come si ricava da una rassegna contenuta nella parte in fatto della stessa sentenza, c’è da rilevare che, sui quarantasette Stati sottoposti alla giurisdizione della Corte, i simboli religiosi nelle scuole pubbliche sono espressamente previsti solo in tre Stati, l’Italia, l’Austria e la Polonia; in altri, come la Svizzera, la Spagna e la Germania, i Tribunali supremi ne hanno imposto l’eliminazione; in altri ancora come la Grecia, l’Irlanda, Malta, San Marino e la Romania, essi sono tollerati. Come mette in rilievo il giudice svizzero Malinverni nella sua opinione dissidente, è davvero difficile giustificare l’utilizzo del margine di apprezzamento in una situazione del genere.

Quanto al limite invalicabile, ci sembra che dire che esso sia costituito dall’evitare una qualsiasi forma di indottrinamento equivalga ad eliminarlo sic et simpliciter in un caso in cui è in gioco l’esposizione di un simbolo religioso ed altresì a negare quanto la Corte stessa ammette – lo si è visto sopra – circa il riferimento dell’art. 2 del Protocollo non solo all’insegnamento ma anche all’ambiente scolastico.

Per concludere, si ha l’impressione che in questa sentenza la Corte abbia prima deciso quale soluzione dare alla questione sottopostale e poi trovato la motivazione. La cosa non è nuova nel panorama della giurisprudenza sia internazionale che interna.

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