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Dopo Mubarak

Nord Africa, rivoluzione o Gattopardo?

14 Feb 2011 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

I sommovimenti in Nord Africa e nel resto del Vicino e Medio Oriente possono evolvere in molte direzioni. Un aspetto è del tutto tradizionale: il ruolo chiave che in Tunisia e soprattutto in Egitto giocano le Forze Armate. Sono stati i capi militari ad affrettare la fine del regime tunisino e sono i militari a gestire la crisi politica egiziana. Lo stesso, sia pure in modo meno appariscente, sembra avvenire in Algeria, nello Yemen e, probabilmente, in Giordania. Non si può dunque escludere uno scenario alla Gattopardo: tutto cambia perché nulla cambi.

La piazza e l’establishment
Non sono stati però i militari a scegliere i tempi del mutamento e ad esserne il motore, bensì una “piazza” particolarmente attiva, mobilitatasi massicciamente in modo spontaneo, che ha colto di sorpresa le autorità (malgrado la presenza in tutti questi paesi di imponenti strutture di polizia e di intelligence). Non solo, ad essere colti di sorpresa sembrano essere stati anche i partiti e i movimenti di opposizione, compresi, ed è qui una delle novità più grandi, quelli di matrice islamica, che si supponeva essere più vicini al sentimento popolare.

Comunque vada a finire, ci troviamo di fronte ad una realtà rivoluzionaria, che estende al mondo arabo fenomeni che sino ad oggi, in quella regione, si erano manifestati solo in Iran (sia contro il regime dello Scià che contro quello degli ayatollah, a dimostrazione che anche l’Islam ha i suoi problemi).

Il Presidente Obama ha sottolineato la necessità di riconoscere il cambiamento, augurandosi che esso possa avvenire “nell’ordine”. Il problema è come questa qualificazione viene interpretata localmente. Nessuno stato può reggere senza un alto grado di continuità, ma ciò, nell’ottica di una parte almeno della classe dirigente araba, sembra tradursi nella riconferma nei posti chiave di una buona parte della classe politica al potere. Mentre questo può essere necessario per una serie di posizioni amministrative (anche di alta amministrazione), è certamente molto più problematico per gli incarichi e le posizioni politiche.

Il problema naturalmente è che in molti casi la prassi dei “vecchi” regimi di nominare propri protetti, seguaci o familiari a posti di alta responsabilità nelle amministrazioni ha reso difficile distinguere tra ruoli politici e amministrativi. Tuttavia abbiamo anche visto cosa ha provocato in Iraq l’improvvida decisione americana di liberarsi bruscamente di tutti coloro che avevano esercitato funzioni pubbliche, ad ogni livello, durante il regime di Saddam Hussein: la paralisi dei servizi pubblici, un brusco aumento della criminalità e delle insurrezioni, le manifestazioni di una vera e propria guerra civile, il crollo del consenso nei confronti del nuovo stato.

Il ruolo delle Forze Armate
Negli stati arabi l’unica struttura che sembra ancora in grado di guidare la transizione sono le Forze Armate. Ciò viene ottimisticamente, ma erroneamente, definito il “modello turco”. In realtà la presa del potere dei “giovani turchi” che spazzò via gli ultimi resti del governo ottomano, avvenne in situazioni di gravissima emergenza, alla fine di una guerra disastrosa che aveva distrutto l’impero e frammentato la Turchia stessa. Fu una rivoluzione politica laica, che spezzò una volta per tutte il collegamento tra lo Stato e l’Islam che era al cuore del califfato ottomano, ponendo fine al principio della legittimazione dello Stato attraverso la religione, come già era avvenuto in Europa.

Quella turca fu anche una guerra di liberazione del territorio nazionale, non priva di terribili eventi, quali il massacro della popolazione armena (una sorta di tentato genocidio motivato da ragioni sia nazionalistiche che, probabilmente, religiose). L’obiettivo esplicito del leader della rivolta, Kemal Ataturk, era quello di trasformare la Turchia in un paese europeo a tutti gli effetti, e questa fu l’idea guida delle Forze Armate nei decenni successivi, anche dopo la scomparsa del leader carismatico. Un disegno perseguito coerentemente e che ha avuto tanto successo da consentire dopo molti anni l’arrivo al potere, attraverso elezioni democratiche, di un partito di ispirazione islamica.

Questa non è la realtà del mondo arabo. Né i regimi oggi contestati né le Forze Armate che sembrano garantire il mutamento, possono essere definiti “laici”, neanche nell’attuale accezione turca del termine. Il principio di legittimità dello Stato è ancora un coacervo di confuse tradizioni culturali nazional-rivoluzionarie (in genere maturate nel periodo della lotta anti-coloniale), religiose e populiste. In Egitto, Mubarak ieri e il Feldmaresciallo Tantawi oggi chiedono la benedizione divina per accreditare i loro atti.

Stabilità o implosione
Tutto ciò può non avere immediate conseguenze internazionali. Abbiamo un regime islamico anti-occidentale in Iran, ma abbiamo regimi islamici filo-occidentali in Arabia Saudita e in Pakistan. I “liberi ufficiali” che, attorno al generale Naguib (poi destituito da Nasser), presero il potere in Egitto nel 1952, vollero la nazionalizzazione del Canale di Suez e si allearono con l’Urss, ma poi riscoprirono l’America e uno di loro, Anwar Sadat, firmò la pace con Israele nel 1979.

I vecchi generali che stanno guidando questa crisi non sembrano avere alcuna volontà anti-americana (non hanno neanche raccolto l’appello nazionalista contro le ingerenze straniere lanciato da Mubarak nel suo ultimo, disastroso, discorso, e hanno affermato che il Trattato di pace con Israele resterà in vigore). Certo, eventuali elezioni democratiche (ma democratiche come e quanto?) potrebbero accrescere il peso politico degli islamisti, forse anche in modo determinante. Ma non tutti i politici islamisti condividono le posizioni dei palestinesi di Hamas, e tanto meno degli Ayatollah iraniani. I sauditi ad esempio hanno esercitato varie mediazioni tra Israele e i palestinesi.

Il vero nodo di questa nuova situazione potrebbe quindi non essere affatto la politica verso Israele, almeno in prima battuta, né un riallineamento politico del mondo arabo. Che del resto sarebbe difficile: durante la Guerra Fredda la scelta era tra Washington e Mosca, oggi sarebbe tra Washington e e Teheran, ma chiamare scelta una simile ipotesi è già un assurdo. L’interrogativo più serio è se questa situazione evolverà verso un nuovo sistema politico più stabile, in grado di soddisfare le esigenze delle “nuove classi” che hanno iniziato questo processo, oppure se, in mancanza di ciò, gli stati arabi continueranno ad indebolirsi, forse sino a fallire (almeno alcuni di essi).

Prepararsi al peggio
Il Presidente Obama ha intelligentemente posizionato gli Stati Uniti a favore di un mutamento effettivo, ma non è detto che possa guidare o ispirare tale processo. Molto dipenderà dalle stesse classi dirigenti arabe, e qui il problema maggiore sembra risiedere nella scarsità di leader politici nazionali effettivamente rappresentativi del popolo della protesta. Se il processo “democratico”, che dovrà condurre a nuove elezioni, consentirà l’affermazione di nuovi leader, ciò potrebbe orientare positivamente il mutamento e favorire la crescita e il consolidamento dello stato. Se invece vedremo solo il ritorno dei protagonisti dei passati regimi e di quelle stesse opposizioni che non sono state all’origine della protesta, dovremo probabilmente prepararci a nuove crisi interne e internazionali.

Il guaio è che il sistema internazionale non sembra in grado, al momento attuale, di produrre risorse umane, militari ed economiche sufficienti a gestire nuove crisi legate al fallimento di Stati, le più complesse, lunghe e costose che si conoscono, e nei cui confronti non abbiamo neanche ancora elaborato una strategia coerente e credibile, che dia sufficienti prospettive di successo.

Obama ha ragione: dobbiamo augurarci che queste “rivoluzioni” abbiano successo e che non si ripropongano invece scenari alla Gattopardo che avremmo gravissime difficoltà a gestire. Tuttavia, poiché non possiamo essere sicuri di ciò che avverrà, sarebbe prudente ed utile se, nel frattempo, l’Ue e gli Usa lavorassero intensamente per mettere a punto nuovi strumenti, sinergie e strategie per affrontare prontamente gli scenari peggiori, prima che diventino disastrosi.

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