IAI
Disarmo

Mai più test nucleari

20 Feb 2011 - Carlo Trezza - Carlo Trezza

Con lo scambio degli strumenti di ratifica alla recente Conferenza di Sicurezza di Monaco di Baviera, è entrato in vigore, dopo non poche vicissitudini, il Trattato “Nuovo Start” tra Stati Uniti e Russia, che rafforza, a un livello più basso, la stabilità strategica e ristabilisce un sistema di verifiche che era venuto meno con il decadimento dello Start I. Questa importante tappa sulla strada della riduzione e del controllo degli armamenti nucleari sul piano bilaterale, rende però ancor più evidenti le carenze sull’altro fronte del disarmo: quello multilaterale.

Continuano infatti a languire a Ginevra i colloqui sull’avvio di un negoziato per la proibizione della produzione del materiale fissile necessario per fabbricare le armi nucleari (Fissile material cut-off treaty, Fmct), ma soprattutto non è ancora entrato in vigore il trattato che proibisce gli esperimenti nucleari (Comprehensive Test Ban Treaty, Ctbt).

Aspettando gli Usa
Ė sull’entrata in vigore del trattato Ctbt che dovrebbe ora focalizzarsi l’attenzione internazionale. Mancano ancora all’appello nove dei 44 paesi alla cui ratifica è subordinata l’entrata in vigore di questo trattato finalizzato nel lontano 1996. Si tratta di Cina, Corea del Nord, Egitto, India, Indonesia, Iran, Israele, Pakistan, e Stati Uniti.

Gli occhi sono puntati, come sempre, soprattutto sugli Stati Uniti, poiché una ratifica americana potrebbe fungere da catalizzatore per un’adesione dei rimanenti paesi. La ratifica del Ctbt si trova peraltro ai primissimi posti del programma di disarmo preannunciato dal presidente Obama nel suo storico discorso di Praga dell’aprile 2009 che rilanciò le sorti del disarmo e della non-proliferazione a livello internazionale.

Purtroppo le difficoltà riscontrate per la conclusione del Nuovo Start, ratificato in extremis dal precedente Senato a costo di concessioni e compromessi, non lasciano ben sperare su una ratifica a breve scadenza del Ctbt, soprattutto ora che la composizione del nuovo Congresso è cambiata a sfavore dei democratici. La ratifica del trattato venne già bocciata dal Senato nel 1999; una seconda sconfitta comporterebbe un’archiviazione definitiva.

In attesa di tempi migliori occorre dunque gettare uno sguardo anche sugli altri paesi che mancano all’appello (l’Italia ha gia’ aderito, assieme a tutti i paesi dell’Ue ). L’Indonesia ha annunciato nel maggio scorso l’intenzione di procedere alla ratifica, che è ora attesa con fiduciosa speranza.

Spine mediorientali
La mancata adesione da parte dell’Iran è uno dei principali motivi che fanno dubitare della sincerità degli scopi esclusivamente pacifici dei programmi nucleari di Teheran. Un’adesione al Ctbt porrebbe sotto una luce diversa la controversa questione nucleare iraniana. Una valutazione analoga può valere anche per la Siria, che si sospetta possa anch’essa lavorare a programmi nucleari clandestini (se ne sta occupando l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Aiea).

Ė da apprezzare invece che l’Iraq, uno degli “stati canaglia” (“rogue states”) del passato, abbia recentemente firmato, anche se non ancora ratificato, il trattato Ctbt. Analogamente alla Siria, l’Iraq non figura però tra i paesi la cui adesione è necessaria per la sua entrata in vigore.

Israele ha partecipato attivamente al negoziato Ctbt negli anni novanta e lo ha sottoscritto; è pertanto politicamente vincolata. Non risulta, d’altronde, che abbia effettuato esperimenti nucleari. L’adesione dell’Egitto è legata a quella israeliana e alla situazione nucleare mediorientale. Ė da auspicare che le vicissitudini attuali non mettano a repentaglio la Conferenza, prevista per l’anno prossimo, sulla costituzione di una Zona priva di armi nucleari e di distruzione di massa in Medioriente, di cui proprio l’Egitto è stato il più deciso promotore.

Nodi asiatici
Gli esperimenti nucleari effettuati nel 1998 da India e Pakistan furono condannati dal Consiglio di Sicurezza e diedero luogo a sanzioni. La perdurante rivalità e il proseguimento dei programmi nucleari militari da parte di entrambi i paesi lasciano poche speranze che siano essi a fare un primo passo verso la rinuncia agli esperimenti. Né è probabile che cambi atteggiamento la Corea del Nord che, con le detonazioni effettuate nel 2006 e 2009, non ha esitato ad interrompere una moratoria internazionale di fatto sugli esperimenti che era durata otto anni.

A fronte di una situazione complessa e viste le difficoltà degli Stati Uniti, lo sguardo si rivolge anche alla Cina, l’altro paese militarmente nucleare riconosciuto dal Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp) che non ha ancora ratificato il Ctbt. Francia, Regno Unito e Russia, invece, lo hanno già fatto da oltre dieci anni. Ė apprezzabile il fatto che Pechino, analogamente a Washington, abbia firmato il trattato e che si sia impegnata a rispettare una moratoria sugli esperimenti.

Ratifica irrinunciabile
Ė anche vero che la Cina ha sin ad oggi effettuato un numero di esperimenti inferiore ai rimanenti paesi nucleari riconosciuti. Tuttavia ogni esplosione successiva al 1996 è stata condannata dal Consiglio di Sicurezza con il consenso dei suoi membri permanenti. L’organizzazione che assicura l’applicazione del Trattato, la Ctbto, di cui è già in funzione la Commissione preparatoria, è in grado di rilevare anche le esplosioni sotterranee.

Un ritorno agli esperimenti – si pensi solo agli effetti ambientali – verrebbe universalmente stigmatizzato: non è più un’opzione percorribile per un paese rispettoso delle norme internazionali. Una ratifica oggi equivarrebbe invece ad una manifestazione di lungimiranza e di leadership, un esempio per l’Asia e il resto del mondo. Si tratta di aderire a una norma che è già patrimonio del comune sentire.

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