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Crisi nel Mediterraneo

L’incerta transizione della Tunisia

19 Feb 2011 - Maria Cristina Paciello - Maria Cristina Paciello

In questi ultimi giorni un numero senza precedenti di tunisini è sbarcato sulle coste italiane. Le ragioni di questa intensificazione dei flussi migratori dalla Tunisia vanno innanzitutto ricondotte all’aumento dell’incertezza politica e della precarietà economica che ha contraddistinto il primo mese di transizione democratica dopo la fuga dell’ex presidente Ben Ali. Il governo provvisorio gode infatti di scarsa credibilità, la sicurezza nel paese non è stata ancora ripristinata e il vecchio sistema di potere continua a coesistere con il nuovo, rallentando il processo di trasformazione politica.

L’esito delle elezioni legislative, che si terranno tra cinque mesi, è incerto e pieno di insidie, mentre le drammatiche ripercussioni economiche degli eventi politici degli ultimi due mesi hanno aggravato la situazione sociale del paese.

Deterioramento della sicurezza
Sin dal suo insediamento, il governo provvisorio, incaricato di organizzare le elezioni, è stato oggetto di continue critiche, che lo hanno reso debole ed instabile. Già il primo governo di transizione, composto da numerosi rappresentanti del vecchio regime collocati in ministeri strategici, era stato costretto a sciogliersi dopo dodici giorni di proteste popolari.

L’attuale governo di transizione rappresenta un passo avanti rispetto al precedente poiché ha ridotto il numero dei ministri vicini a Ben Ali e ha accolto alcuni membri della società civile indipendente. Tuttavia, continua a godere di scarsa credibilità, perché non ha rotto completamente con il passato.

Oltre al primo ministro Ghannouchi, che ha svolto lo stesso incarico sotto Ben Ali per undici anni, il governo accoglie altre personalità note per i legami con l’ex presidente e la sua famiglia. Ci sono state, infine, le dimissioni del ministro degli Esteri, seguite alla sua prima visita in Francia, ma è soltanto uno degli ultimi episodi che confermano la precarietà del governo di transizione, che sembra mancare, oltre che di credibilità, anche di una strategia chiara e condivisa.

Ripristinare la sicurezza in tutto il paese è una condizione imprescindibile per far sì che le elezioni nei prossimi mesi siano libere e trasparenti.

Da alcune settimane, la situazione di insicurezza nel paese, soprattutto in alcune regioni, sembra essersi aggravata. Bande armate, presumibilmente fedeli a Ben Ali e manovrate da uomini nel ministero degli Interni, hanno ripreso a seminare paura tra la popolazione. Questi gruppi sembra agiscano sia per paura di dover rispondere dei crimini commessi durante il precedente regime sia per discreditare il governo, che appare incapace di porre fine all’anarchia.

Lo stato di generale insicurezza che attraversa il paese dipende anche da altri fattori: solo pochi, o forse nessuno, dei 250.000 poliziotti in servizio durante il regime di Ben Ali hanno riconsegnato le armi; numerosi detenuti (circa 11.000) sono riusciti ad evadere dalle carceri durante i giorni delle proteste; e, in alcuni governatorati, i poliziotti si sono rifiutati di riprendere servizio perché mal visti dalla popolazione e mal pagati.

Di fronte a questi problemi, l’esercito appare poco equipaggiato ed in numero insufficiente per ristabilire l’ordine nel paese. Per questo, pochi giorni fa, il governo ha deciso di richiamare i riservisti.

Elezioni a rischio
Tra cinque mesi si terranno le elezioni legislative, il cui esito sarà cruciale per determinare la direzione della transizione politica. Affinché le elezioni siano trasparenti e rappresentative, è necessaria innanzitutto una riforma profonda dell’attuale legge elettorale, che fu ideata da Ben Ali per assicurare l’egemonia del suo partito.

Un’apposita commissione è stata istituita per elaborare la riforma. Anche se è presto per valutarne l’operato, molti tunisini esprimono dubbi sulla sua indipendenza. Non soltanto perché è stata nominata senza che siano state consultate le forze politiche e sociali indipendenti, ma anche perché vi fanno parte esperti di diritto notoriamente vicini all’ex regime.

Un’altra condizione indispensabile affinché il futuro parlamento sia rappresentativo è che tutte le forze politiche, vecchie e nuove, siano messe nella condizione di poter partecipare alle elezioni.

Tuttavia, le nuove formazioni politiche appaiono ancora molto deboli, disorganizzate, prive di risorse finanziarie, esperienza e solide piattaforme politiche. Non è chiaro, quindi, se e in qual misura queste nuove forze politiche saranno in grado di riorganizzarsi in soli cinque mesi. Molte di loro cominciano a dubitare che sia possibile farlo. Lo stesso leader del partito islamista moderato, al-Nahda, ancora in attesa di essere legalizzato, ammette che, dopo venti anni di assenza dal paese, la ricostruzione del partito ha bisogno di tempo.

Vischiosità del vecchio sistema di potere
Il vecchio sistema di potere continua a coesistere con il nuovo non soltanto perché erano figure di spicco del primo l’attuale presidente, il primo ministro e numerosi membri del governo. Gli uomini di Ben Ali non hanno abbandonato i loro incarichi nell’amministrazione, al ministero degli Interni, nella polizia, nei media, nella giustizia e nei governatorati. Per esempio, il sistema di sorveglianza ideato da Ben Ali per controllare gli oppositori politici sembra continui a funzionare. Nel tentativo di ridurre l’influenza degli uomini del vecchio regime al Ministero degli Interni, il governo si è limitato ad annunciare la pensione anticipata di alcuni funzionari.

La dissoluzione ufficiale del partito di Ben Ali, il Raggruppamento Costituzionale Democratico, annunciata tardivamente il 7 febbraio, non sarà sufficiente per smantellare il vecchio sistema di potere. Non è da escludere che alcuni membri del partito, quelli meno implicati, si riorganizzino in una nuova formazione politica. Il partito, secondo molti, è finanziariamente forte, ben organizzato e strutturato, e potrebbe quindi approfittare della debolezza delle altre forze politiche per conquistare voti alle prossime elezioni.

Tra le misure che potrebbero indebolire il passato sistema di potere, c’è la creazione di due commissioni: quella incaricata di investigare sugli atti di corruzione durante il regime di Ben Ali e quella volta ad investigare e punire gli abusi dei diritti umani commessi dalla polizia durante le proteste di dicembre e gennaio. Anche se è prematuro valutarne i risultati, la mancanza di risorse umane e finanziarie potrebbe, almeno per il momento, comprometterne l’efficacia, lasciando impuniti i membri del regime di Ben Ali.

Il macigno della situazione socio-economica
Le ripercussioni economiche degli eventi degli ultimi due mesi complicano ulteriormente un quadro sociale che era già difficile sotto Ben Ali. Il settore turistico, che contribuisce per il 6,8% al Pil e impiega circa 350.000 persone, ha subito un drastico rallentamento, con effetti prevedibilmente negativi sulle entrate del paese e sul mercato del lavoro. Tutte le attività economiche hanno risentito profondamente delle proteste, del persistente stato di insicurezza e del coprifuoco, mentre la disoccupazione giovanile, che sotto Ben Ali si attestava al 45%, è probabilmente aumentata in questi ultimi due mesi.

Il governo ha tentato di rispondere al drammatico deterioramento della situazione socio-economica introducendo un sussidio di disoccupazione per i giovani diplomati. Si tratta tuttavia di palliativi.

Per poter uscire dalla crisi socio-economica, ridurre la disoccupazione giovanile, attenuare le forti disparità regionali e diversificare la sua economia, fortemente dipendente dall’Ue, la Tunisia ha bisogno di misure strutturali, di una strategia coerente tesa innanzitutto a creare posti di lavoro per i giovani.

C’è il rischio che, mentre ci si focalizza sulla transizione politica, si perdano di vista le priorità economiche, tanto più difficili da affrontare in un quadro così incerto. Peraltro, un ulteriore aggravamento della situazione socio-economica potrebbe compromettere la transizione del paese verso la democrazia.

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