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Medioriente

Libano in bilico

16 Feb 2011 - Lorenzo Trombetta - Lorenzo Trombetta

Beirut – Il presidente egiziano Mubarak è caduto e piazza Liberazione al Cairo si è gradualmente svuotata dei suoi vittoriosi occupanti. Anche piazza dei Martiri a Beirut è vuota e sembra ormai scomparso lo spirito di inedita coesione che sei anni fa portò i libanesi a metter da parte le diverse appartenenze confessionali e ad affluire in massa in quell’arena. Al contrario, il paese è oggi attraversato da un clima di crescente polarizzazione politica e confessionale tra sunniti e sciiti. Inoltre, a Beirut la caduta di Mubarak sembra favorire, almeno per ora, il rafforzamento dell’asse siro-iraniano a scapito di quello americano-israeliano.

Inverno libanese
Nel 2005 il “milione” di manifestanti di piazza dei Martiri, forti del sostegno delle cancellerie occidentali, riuscì a ottenere la fine, dopo 29 anni, della tutela politico-militare siriana nel Paese dei Cedri. Quella “primavera”, secondo alcuni osservatori destinata a sconvolgere gli equilibri di questo angolo di Levante arabo, si è presto trasformata in un autunno e poi in un inverno. Ed è ormai sepolta sotto la densa coltre di un crescente clima di scontro a sfondo confessionale tra il fronte sunnita, guidato dalla famiglia Hariri e appoggiato da Stati Uniti e Arabia Saudita, e il blocco capeggiato dal movimento sciita Hezbollah e sostenuto da Iran e Siria.

In questo contesto, lo scorso 14 febbraio si è svolta a Beirut, in un centro fieristico poco distante da piazza dei Martiri, la commemorazione del sesto anniversario dell’uccisione dell’ex premier libanese Rafiq Hariri, morto assieme ad altre 22 persone in un attentato compiuto sul lungomare della capitale.

Per tre anni, dal 2005 al 2008, le autorità siriane erano state da più parti indicate come i mandanti dell’attentato, ma Damasco aveva sempre fermamente respinto ogni ipotesi di coinvolgimento. Più di recente, secondo numerosi rapporti di stampa arabi e occidentali, (finora, però, mai confermati dagli inquirenti internazionali), l’impianto accusatorio si sarebbe indirizzato verso Hezbollah.

Ė dallo scorso luglio che i vertici del movimento sciita filo-iraniano sanno e anzi riconoscono pubblicamente di essere considerati tra i responsabili dell’assassinio di Hariri e degli altri attentati che hanno sconvolto il Libano fino al 2007. Sostengono però di esser vittime di un “progetto americano e israeliano”, che intende minare il fronte della resistenza contro il nemico sionista.

Il procuratore canadese Daniel Bellemare, attuale capo dell’inchiesta sull’omicidio Hariri, ha depositato circa un mese fa presso il Tribunale speciale per il Libano (Tsl), il primo atto di accusa confidenziale. Si attende ora che il giudice per le indagini preliminari della corte, che ha sede in Olanda, lo confermi, in parte o in toto.

Proprio a metà gennaio, i ministri del fronte politico capeggiato da Hezbollah si sono dimessi dall’esecutivo guidato da Saad Hariri, figlio ed erede politico dell’ex primo ministro ucciso, costringendolo alle dimissioni. Il giovane premier, fino ad allora capo della maggioranza parlamentare eletta nell’estate 2009, è stato inoltre ridimensionato a leader dell’opposizione, dopo che nelle recenti e concitate consultazioni la sua coalizione ha perso l’appoggio di alcuni deputati che fanno capo a Walid Jumblatt, leader della comunità drusa.

Il divide et impera di Damasco
Il leader druso, dal 2005 al 2008 feroce critico del regime siriano e pilastro della coalizione “anti-siriana” guidata da Hariri, è passato a sostenere il blocco di Hezbollah, che ora detiene la maggioranza, benché nel maggio di tre anni fa la sua incolumità fisica e quella di buona parte della comunità drusa fosse stata minacciata, a Beirut e nella Montagna, dalle armi dei miliziani sciiti.

L’atteggiamento di Jumblatt è perfettamente in linea con la sua storia politica, dettata dall’esigenza prioritaria di assicurare la sopravvivenza della propria comunità e della sua leadership.

Non ci sono dubbi che, dalla guerra del 2006 ad oggi, il movimento filo-iraniano Hezbollah sia diventato l’attore più potente, non solo militarmente, nella scena locale. E la Siria, sua alleata, è da circa due anni tornata protagonista nella gestione degli affari politici libanesi. Anche se i suoi interessi potrebbero in futuro entrare di nuovo in contrasto con quelli di Hezbollah e con i disegni di Teheran in Libano, Damasco mostra per il momento un atteggiamento “equidistante” e invoca la creazione di un “governo di unità nazionale”. Coerente alla sua tradizionale strategia, la Siria cerca di evitare che uno degli attori in lotta nel suo “cortile di casa” – nel caso specifico Hariri e Hezbollah – possa schiacciare e annullare l’altro.

Il ruolo di Damasco è ora inoltre facilitato dalle dinamiche regionali: la caduta del raìs del Cairo e le forti incertezze che avvolgono il futuro della monarchia di Riyad (assieme a Israele, l’Egitto di Mubarak e l’Arabia Saudita costituiscono da decenni i pilastri della strategia mediorientale di Washington), contribuiscono a indebolire ulteriormente il fronte americano-israeliano che si oppone a quello guidato dall’Iran. Con inevitabili ripercussioni nello scenario libanese, a scapito degli Hariri e a favore di Hezbollah.

A questo si aggiunge che il fronte dei cristiani maroniti libanesi continua a esser spaccato: tra chi sostiene l’ex premier, come le Falangi del clan Gemayel e le Forze libanesi dell’ascetico ed ex signore della guerra Samir Geagea; e chi invece, come l’anziano ex generale dell’esercito Michel Aoun, da cinque anni punta sull’alleanza con Hezbollah nella speranza – vana – di ottenere in cambio qualche vantaggio politico.

Il risultato è un indebolimento e una marginalizzazione politica dei cristiani, a fronte di una sempre più marcata polarizzazione confessionale inter-musulmana tra sunniti filo-Hariri e sciiti filo-Hezbollah. L’attuale braccio di ferro per la formazione del nuovo governo del premier incaricato Nagib Miqati non è che una delle battaglie in corso da tempo e che, tutto lascia presagire, caratterizzeranno la scena politica libanese nei prossimi mesi.

La gabbia del settarismo confessionale
Alla commemorazione del sesto anniversario dell’uccisione di Hariri padre, gli stati generali della nuova opposizione hanno affermato che “l’evento odierno è solo l’inizio di una mobilitazione che culminerà il 14 marzo prossimo…”, come a giustificare l’assenza dei raduni oceanici del passato a piazza dei Martiri.

“Riuniti qui oggi intendiamo rilanciare i valori della rivoluzione dei Cedri”, ha detto Marwan Hamade, uno degli esponenti della coalizione e scampato per miracolo, nell’ottobre 2004, al primo della lunga serie di attentati e uccisioni compiuti contro esponenti della coalizione “antisiriana”. “Questo sesto anniversario vede la rinascita dello spirito delle ‘Forze del 14 marzo'”, ha aggiunto Hamade. “Non siamo e non saremo mai contro una comunità, che sia quella sciita o altre. Gli sciiti libanesi sono una componente fondamentale del Libano”, ha rassicurato dal canto suo Hariri.

Dietro la retorica, il clima di questa nuova fase politica non invita però alla coesione tra libanesi attorno al concetto di “cittadinanza”, ma alla fedeltà ai leader confessionali attorno all’appartenenza comunitaria. A Sidone, Tripoli e Beirut, roccaforti del sunnismo ora impersonificato dal clan Hariri, erano apparsi, alla vigilia della commemorazione, poster in cui l’immagine dell’ex premier ucciso appariva circondata da fiamme e sormontata dallo slogan “Allahu Akbar!” (Dio è più grande).

A Tripoli, nei giorni in cui Hariri figlio perdeva la battaglia politica a favore del tripolino Miqati, erano apparsi striscioni con avvertimenti più espliciti: “Chi tocca Hariri, tocca i sunniti e gioca col fuoco”, oppure “Miqati traditore dei sunniti”. Il tono delle sempre più frequenti locuzioni in diretta tv del leader di Hezbollah, il sayyid Hasan Nasrallah, è altrettanto minaccioso nei confronti dei rivali sunniti e, tra le pieghe dei suoi apparenti inviti al compromesso, si nascondono continui avvertimenti a “non prender di mira” la comunità sciita libanese.

La questione della legittimità del Tsl appare così indissolubilmente legata allo scontro politico-confessionale: Hezbollah, che accusa di “collaborazionismo” chiunque sostenga la validità delle future decisioni della corte internazionale, chiama a raccolta i suoi seguaci usando la retorica del nemico esterno, mentre il fronte sunnita si compatta proprio attorno alla necessità di “far luce” sull’omicidio Hariri.

Intrappolata nella gabbia del settarismo confessionale, la società civile libanese è incapace di ritrovare lo slancio e la comunione d’intenti di sei anni fa. E piazza dei Martiri appare oggi come uno dei terreni meno fertili di tutta la regione dove si possa sperare che germoglino i semi di piazza Tahrir.

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