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Crisi nel Mediterraneo

Libano a rischio guerra civile

27 Feb 2011 - Mario Arpino - Mario Arpino

Ancora stallo nel paese dei Cedri, ma si tratta di qualcosa di assai diverso da ciò che sta accadendo lungo la costa nordafricana. Diverso e, con buona evidenza, non collegabile. Qui non si tratta di reazione popolare al dittatore di turno. Né al-Qaeda e affiliati, battuti sonoramente e messi in fuga dalle forze regolari dell’allora capo dell’esercito libanese, Michel Suleiman, possono essere accusati di fomentare i disordini che qua e là continuano ad accendersi nel paese.

Come non c’entrano la disoccupazione, la fame, i problemi sociali o il desiderio di maggior libertà democratica. Fatto sta che, dopo la caduta del governo Hariri e il conferimento dell’incarico esplorativo al ricco Najib Miqati, non è stato ancora formato un nuovo esecutivo. In caso di fallimento – il Presidente del Parlamento ha già fissato il termine ultimo in 15 giorni – il mandato verrebbe rimesso nelle mani del presidente Suleiman, il quale, se non riuscisse a trovare un’altra personalità affidabile cui affidare l’incarico, potrebbe anche optare per un governo tecnico, fino a nuove elezioni.

Casus belli
La crisi politica in Libano trae origine da un fatto preciso: all’Aja il Tribunale Speciale, attivato sotto l’egida dell’Onu per far luce sull’assassinio del primo ministro Rafiq Hariri nel febbraio 2005 e presieduto dall’italiano Antonio Cassese, ha iniziato a esaminare l’atto di accusa che indizierebbe pesantemente alcuni capi dell’ala militare del “partito di Dio”, il movimento sciita Hezbollah sostenuto da Siria e Iran.

In questi giorni si sta esaminando se il processo debba svolgersi in base al diritto libanese o a quello internazionale, ma i nomi dei presunti responsabili – potrebbe essere una vera bomba – saranno resi noti solamente dopo la conferma degli atti di accusa e delle incriminazioni. Ovviamente Hezbollah, che nel frattempo aveva conseguito elettivamente posizioni di governo, è pronto a tutto pur di non finire sul banco degli imputati, e aveva persino preteso che Saad Hariri, figlio del defunto Rafiq e primo ministro del composito governo di unità nazionale, prendesse le distanze dal Tribunale Speciale, disconoscendolo. Anche la Siria aveva esercitato una forte pressione.

L’opposizione aveva offerto ad Hariri una serie di incentivi, ivi compresa l’assicurazione che sarebbe rimasto primo ministro qualora avesse bloccato le indagini del controverso tribunale. Ma Hariri ha giustamente rifiutato e Hezbollah ha immediatamente ritirato i suoi 11 ministri, determinando la caduta del governo dopo appena 14 mesi. La decisione di uscire dal governo è stata presa in modo plateale, con un comunicato all’agenzia di stampa britannica Reuters proprio nel momento in cui il primo ministro, in visita negli Usa, stava entrando alla Casa Bianca per il primo colloquio con Barack Obama.

Crisi istituzionale, quindi, con un parlamento spaccato: su 128 deputati, 57 sostengono Hariri, mentre altri 57 – 30 musulmani e 27 cristiani – sostengono la coalizione guidata da Hezbollah. Fino a una decina di giorni orsono restavano in sospeso gli 11 voti dei deputati del partito dei drusi di Walid Jumblatt che, dopo vari tentennamenti e numerosi viaggi del leader a Damasco, hanno deciso di passare all’opposizione, che così è improvvisamente diventata maggioranza. Anche qui, e siamo alle solite, circa la metà dei drusi disapprova la decisione, temendo di trovarsi, prima o poi, sotto schiaffo anche degli sciiti, oltre che dei sunniti.

Nuova coalizione
Assieme alla compagine del movimento armato, Hezbollah, ora fanno parte della nuova coalizione il Movimento Patriottico Libero del cristiano ex presidente Michel Aoun, il partito sciita Amal del presidente del parlamento Nabih Berri e il gruppo dei drusi. Un patto costituzionale del 1943, più volte emendato, prevede che il presidente sia sempre un cristiano, il primo ministro un sunnita e il presidente del parlamento uno sciita. Il parlamento deve essere formato per metà da deputati cristiani e per l’altra metà da musulmani, nelle varie componenti sunnita, sciita, alawita, ismailita e drusa, spesso in discordia tra loro.

La scelta per la sostituzione di Hariri deve comunque cadere su un candidato sunnita, che però, a questo punto, deve avere anche la caratteristica di essere gradito – se pur non necessariamente subordinato – alla coalizione di maggioranza. I recenti moti di piazza a Beirut e, soprattutto a Tripoli – che potrebbero ripetersi e allargarsi – sono stati originati appunto dalla protesta dei sunniti sostenitori di Hariri, che ritengono un golpe quello che noi ci limiteremmo a chiamare “ribaltone”. Naturalmente, l’attuale maggioranza si aspetta – ma non è detto venga soddisfatta in quanto non tutti sono d’accordo – che l’uomo prescelto si adoperi per il disconoscimento del Tribunale Speciale per il Libano. Ovviamente, la vecchia coalizione, quella pro Hariri, godeva del favore di Europa e Stati Uniti, mentre quella promossa da Hezbollah è sostenuta da Teheran e Damasco.

Il tentativo del miliardario
Il primo ministro incaricato, che ha ora il cerino acceso tra le dita, è il cinquantacinquenne miliardario sunnita – ma di fatto laico nella vita quotidiana – Najib Miqati, laureato alla prestigiosa università americana di Beirut e non nuovo all’esercizio del potere. Già ministro delle infrastrutture nel 1998, al tempo della ricostruzione, nel 2005, dopo l’assassinio del padre di Hariri fu nominato dall’allora presidente Emile Lahoud primo ministro di un governo ad interim, ricevendo ben 110 voti su un parlamento di 128. Evidentemente, era stato giudicato accettabile sia per il gruppo di Hariri che per l’opposizione guidata da Hezbollah.

Secondo Forbes, il patrimonio di Miqati supera i due miliardi e mezzo di dollari, il che lo colloca al 446° posto tra i più ricchi del mondo. Saad Hariri, con “solo” 1,6 miliardi, è “appena” al 552° posto. I sostenitori di Hariri sono scesi in piazza, ma, come si vede, in questo caso non si tratta proprio di lotta tra disoccupati diseredati, come in Algeria, in Tunisia e in Egitto.

Il presidente Suleiman ha conferito a Miqati l’incarico di formare il nuovo governo, ma il miliardario, che da un paio di settimane si era già messo al lavoro per le consultazioni, sta procedendo con estrema cautela. Amico personale del siriano Bashir Assad, ha cominciato col dichiarare che, pur riconoscendo di essere stato designato da Hezbollah, non si identifica pienamente con le loro posizioni politiche. Rivolgendosi poi agli Stati Uniti , si è dichiarato fiducioso che il sostegno al Libano possa continuare.

Una diplomatica presa di distanza dagli indiziati, che però sembra non sia stata bene accolta dal Partito di Dio, che sembra abbia già pronta una carta di riserva. Si tratterebbe del settantasettenne Omar Karami, ovviamente sunnita, anch’egli già primo ministro alla fine degli anno ’80 e, come Hariri, a suo tempo colpito negli affetti familiari da un assassinio politico. Ma in questa fase Hezbollah, attenta più che altro a salvaguardare il proprio potenziale militare ed abituata al lavoro di corridoio più che ad una pericolosa esposizione politica, dopo aver provocato il ribaltone, cerca di mantenere un basso profilo.

Filo di speranza
Tutto ciò significa che il Libano è e resta una polveriera. Comunque vada questo rimpasto di governo, la situazione, in termini di stabilità, continuerà a rimanere precaria, in una specie di gioco al massacro di tutti contro tutti. Con un ulteriore vantaggio di Hezbollah, che, oltre alla rappresentanza in parlamento, ha come braccio armato una forza militare assai più efficiente ed addestrata dell’esercito regolare libanese. Il quale, secondo la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, coadiuvato dai presidi della missione internazionale dell’Onu (Unifil), avrebbe il compito militarmente e politicamente impossibile di disarmare ogni milizia non governativa – leggi Hezbollah – e impedire il flusso di rifornimenti attraverso il confine siriano.

La stessa Unifil, tuttavia, all’interno del Libano è percepita come una forza schierata dall’Onu a protezione delle milizie armate contro l’irruenza di Israele, piuttosto che un’imparziale forza di interposizione. In queste condizioni, il rischio di una nuova guerra effettivamente esiste.

I mediatori ufficiali, anche per quanto riguarda la disputa sul Tribunale Speciale dell’Aja, sono l’onnipresente Turchia e il Qatar, mentre l’Arabia Saudita si sta defilando. Resta però ancora una speranza: Najib Miqati è uomo d’affari abile, accorto e di consumata esperienza. C’è quindi da augurarsi che gli interessi del business internazionale e il potere economico siano in grado di prevalere sulle lotte intestine della politica. In caso contrario, non è improbabile che il perdurare dello stallo porti all’accentuarsi dei moti di piazza e, di conseguenza, a una nuova guerra civile.

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