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Tumulti a Tirana

L’Albania si allontana dall’Ue?

7 Feb 2011 - Mario Arpino - Mario Arpino

Sebbene relegata in secondo piano dai fatti del Cairo, la tensione in Albania, dopo i moti del 21 gennaio a Tirana non accenna affatto a scemare. Il braccio di ferro tra il premier Sali Berisha e il suo oppositore Edi Rama, capo del partito socialista e sindaco della capitale, ormai sta spaccando in due il paese delle Aquile. Nessuno dei due sembra al momento avere la minima intenzione di recedere di un passo.

Il perdurare di questa situazione di stallo rischia di provocare un’involuzione del processo che stava conducendo l’Albania verso la piena integrazione nell’Ue, tanto più che, ancora prima degli ultimi eventi, la Commissione per l’Allargamento presieduta dal commissario europeo Stefan Fuele già considerava irrealistica la richiesta albanese di completare il processo di adesione entro il 2014.

Ad essere contestata continua ad essere la legittimità del governo in carica, con richiesta di elezioni anticipate dopo che lo scorso gennaio il vice primo ministro Meta era stato costretto a dimettersi perché accusato di corruzione. Anche le istituzioni portanti vacillano, se la magistratura, che aveva ordinato l’arresto di alcuni alti funzionari governativi ritenuti responsabili per i lutti nel corso dei moti di piazza, non è stata in grado di far eseguire l’ordine dalla polizia, che ha opposto un netto rifiuto. Analogamente a quanto sta facendo el-Baradei al Cairo, il carismatico Edi Rama, pur dichiarandosi contrario a ogni violenza, assicura che le dimostrazioni di piazza continueranno fino alla caduta del governo Berisha e all’indizione di nuove elezioni.

Cammino interrotto
I risultati delle elezioni politiche del giugno 2009, più volte rimandate, in realtà non erano mai stati accettati dall’opposizione socialista. C’era voluto più di un mese perché, dopo molte polemiche, fossero pubblicati e validati, nonostante gli osservatori della Ue e dell’Osce avessero parlato di elezioni svolte in modo libero e democratico.

Il contestato vincitore era stato il Partito Democratico di centro-destra di Sali Berisha, che allora ottenne 71 seggi su 140. Vittoria risicata, ma che ha comunque consentito al partito di Berisha di governare coalizzandosi con altre forze. Il 28 aprile 2009 l’Albania aveva presentato regolare domanda di adesione all’Unione europea, ma la labile situazione politica, della quale i moti di piazza della scorsa settimana rappresentano solo la manifestazione più esasperata, certamente non porta acqua al farraginoso mulino dell’integrazione. Ed è un vero peccato, perché negli anni successivi alla scomparsa del leader comunista Enver Hoxha (1985) il paese aveva compiuto molti passi avanti, e anche i cittadini oggi hanno maggiore consapevolezza dei limiti posti dalla situazione culturale generale e dallo scollamento che si può notare tra una classe politica elitaria e il popolo.

Finanziamenti
L’obiettivo dell’adesione all’Ue, visto con favore da oltre il 90 per cento della popolazione, è in cima all’agenda politica di tutti i governi che si sono succeduti dal 1991. L’adesione del paese alla Nato nell’aprile 2009 ha ulteriormente accresciuto questa ambizione. Anche l’Ue, pur attraverso le sue complesse procedure, si è sempre dimostrata disponibile a un graduale avvicinamento dell’Albania.

Il passo fondamentale, che ha mutato lo status del paese nei confronti dell’Unione è stata la firma dell’Accordo di stabilizzazione e associazione (Asa), il 12 giugno 2006. La firma era stata preceduta, già nel 1999, dall’inclusione dell’Albania, assieme agli altri paesi dei Balcani occidentali, nel Processo di stabilizzazione e associazione (Psa), che a Feira, l’anno seguente, avevano assunto lo stato di “candidati potenziali”.

Il processo, già nel 2001, portava all’applicazione anche per l’Albania del programma Community Assistance for Reconstruction, Development and Stabilizazion (Cards), rendendo disponibili alcune centinaia di milioni di euro per sostenere la stabilizzazione democratica, il rafforzamento del settore giustizia e affari interni, il miglioramento dell’amministrazione, lo sviluppo economico e sociale, l’ambiente e le risorse naturali.

Era stato successivamente attivato un altro piano, il cosiddetto Strumento di Assistenza pre-adesione (Ipa), dal quale ancora oggi, fino a tutto il 2013, l’Albania può continuare ad attingere fondi, in funzione dei progressi già compiuti e della loro valutazione da parte della Commissione.

Crescita e problemi
Progressi effettivamente erano stati ottenuti, specie nel settore dalla crescita economica, ma l’attuale messa in discussione della “chiarezza democratica” all’interno del paese rischia di bloccare un processo che sembrava bene avviato. Il presidente albanese Bamir Topi, che nella sua ultima visita in Italia si era dichiarato convinto che l’adesione a pieno titolo dell’Albania all’Unione fosse ormai vicina, aveva addirittura anticipato di due anni il premier Berisha, azzardando la più che ottimistica scadenza del 2012.

Oggi, invece, non gli resta che lanciare inviti alla calma. L’evidente scollamento tra classe politica e paese reale, posto tragicamente in luce anche dagli scontri di piazza, sembrerebbe tuttavia dimostrare come l’Albania non abbia ancora maturato piena consapevolezza del significato dell’adesione alla Ue, che non è solamente esenzione da visti e libera circolazione.

Sul fronte dell’Unione, dopo le ricorrenti accuse di corruzione emerse anche durante i recenti disordini, taluni ambienti della Commissione e del Parlamento europeo, già in parte scettici verso l’adesione dell’Albania, richiederanno a gran voce una scrupolosa verifica dell’impiego delle ingenti risorse sinora concesse.

Altri, tra i quali l’Italia, temono invece che i troppi ritardi allontanino pericolosamente l’Albania dall’Ue, lasciando così spazio – specie nel nord del paese – all’attivismo islamico, sempre latente. Come, per certi aspetti, sta accadendo in Bosnia e in Turchia. Ora anche la neonata diplomazia europea comincia cautamente a muoversi su questo fronte, visto che Miroslav Lajcak, attuale direttore del servizio europeo per i Balcani occidentali, è stato incaricato di esprimere una valutazione ufficiale della situazione.

Il ruolo dell’Italia
Il ministro Frattini, che a favore dell’Albania si è speso molto, in consonanza con Lady Ashton teme il peggio, e ha lanciato un appello alla calma ed alla ragionevolezza. L’Italia è il primo partner commerciale, primo investitore e, con un miliardo di euro, anche primo paese donatore dell’Albania. Secondo la Caritas, in Italia la comunità albanese, stimata in 430 mila regolari stanziali, è la meglio integrata per lingua, lavoro e livello di scolarità, con 84 mila alunni negli istituti di formazione, di cui 20 mila nelle università.

Nel marzo 2010 l’ambasciata italiana aveva lanciato un imponente programma di scambi culturali, che ha annoverato oltre ottanta eventi, nel quadro della stagione “Italia e Albania 2010: due popoli, un mare, un’amicizia”, mentre l’italiano si sta facendo rapidamente spazio come lingua straniera più diffusa.

È evidente tutto il nostro interesse ad adoperarci, pur senza interferire, alla soluzione di questa nuova crisi. Anche se è poco probabile che possa risolversi in presenza di personaggi come Berisha a capo del governo e Rama a capo dell’opposizione. Gli albanesi se ne rendono conto, e oggi non manca, nei due opposti schieramenti, chi comincia a prevedere uno scenario in cui, più o meno spontaneamente, entrambi i leader passino la mano.

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