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Immigrazione

La nuova ondata di sbarchi e gli accordi Italia-Tunisia

21 Feb 2011 - Jean-Pierre Cassarino - Jean-Pierre Cassarino

I recenti sbarchi in massa a Lampedusa di migranti irregolari provenienti dalla Tunisia hanno alimentato nuove tensioni tra l’Italia e il vicino paese nordafricano sul contrasto all’immigrazione irregolare, i controlli dei confini e la cooperazione per i rimpatri. Il ministro degli interni, Roberto Maroni, ha lamentato la scarsa cooperazione da parte delle autorità tunisine nell’arginare i flussi migratori e, con tono enfatico, ha messo in guardia l’Unione europea e gli Stati membri contro il rischio che l’”esplosione del Maghreb” impedisca una gestione concertata dei flussi migratori, i controlli alle frontiere e il rimpatrio dei migranti irregolari.

Il do ut des degli accordi con la Tunisia
Sin dal 1998, la Tunisia ha cooperato con l’Italia per il rimpatrio dei migranti irregolari di nazionalità tunisina e per un controllo più efficace delle frontiere marittime. A tal fine, sono stati conclusi tre accordi bilaterali. Il più recente è stato firmato da Maroni e dall’ex-ministro degli interni tunisino Rafik Haj Kacem il 28 gennaio 2009. L’accordo, tuttora in vigore, prevede una procedura accelerata per la riammissione attraverso una rapida ‘ri-documentazione’ degli immigrati senza documenti identificati dalle autorità italiane come cittadini tunisini. Prevede inoltre l’utilizzazione del Fondo Europeo per il Ritorno, attraverso cui vengono finanziati programmi per il “ritorno volontario assistito”, con l’obiettivo di sostenere la reintegrazione dei cittadini tunisini rimpatriati.

Ė importante sottolineare come la cooperazione con la Tunisia sui controlli alla frontiera e il contrasto all’immigrazione irregolare sia venuta sviluppandosi attraverso accordi flessibili: memorandum d’intesa, intese amministrative, cooperazione di polizia, accordi che includono una clausola sulla riammissione etc. Tali accordi hanno tre direttrici principali: 1) il contrasto all’immigrazione irregolare, inclusa la questione della riammissione; 2) il rafforzamento dei controlli alle frontiere, inclusa l’assistenza tecnica ad hoc; 3) la gestione congiunta dei flussi dei lavoratori migranti con i paesi terzi da cui essi provengono, inclusi gli aiuti allo sviluppo e le quote di ingresso.

Questi accordi hanno assunto un ruolo di rilievo nelle relazioni tra l’Italia e i paesi del Nord Africa: sono parte del contributo attivo che questi ultimi hanno offerto al rafforzamento del controllo dei confini esterni dell’Ue.

All’origine di questi accordi vi è un do ut des. Negli ultimi dieci anni, la Tunisia, così come il Marocco, l’Algeria e la Libia, era divenuta gradualmente consapevole del fatto che la cooperazione bilaterale per i controlli alle frontiere le permetteva di accreditarsi come attore efficiente nel gestire l’immigrazione e le frontiere, e di aumentare così la propria credibilità internazionale e la stessa legittimità del regime. Aveva inoltre ben compreso che, in cambio di questa sua disponibilità, poteva ottenere, nei negoziati sull’immigrazione, concessioni su altre questioni di suo interesse.

Cooperazione a singhiozzo
Senza dubbio, questo calcolo ha influito notevolmente sulle modalità con cui si è configurata ed è stata regolata la cooperazione per i rimpatri. Si sono privilegiati, in particolare, accordi flessibili, che passano più inosservati.

Inoltre, anche quando gli incentivi (ad esempio, gli aiuti allo sviluppo e le quote di ingresso concessi a certe condizioni) sono abbastanza corposi da indurre il paese di origine a cooperare ai rimpatri, quest’ultimo potrebbe trovarsi a sostenere, per tale cooperazione, costi non previsti, tali da spingerlo, a un certo punto, a venir meno agli impegni assunti. Di certo, le esperienze di cooperazione bilaterale per i rimpatri mostrano che gli incentivi non sempre assicurano un’effettiva cooperazione, soprattutto quando paesi terzi sfruttano la propria posizione strategica. La Tunisia non fa eccezione.

Nell’ultimo decennio, la Tunisia ha cooperato solo a singhiozzo per quanto riguarda il rilascio dei documenti di viaggio su richiesta delle autorità italiane. Per esempio, prima del summenzionato accordo bilaterale del 2009, le autorità consolari tunisine rilasciavano in media tre dei dieci documenti (o lasciapassare) richiesti dalle autorità italiane.

Dal 2009, tre fattori hanno contribuito a rinvigorire la cooperazione sui rimpatri tra Italia e Tunisia. In primo luogo, l’ex governo tunisino del Presidente Ben Ali puntava a rafforzare la legittimità del suo regime, nonché a stringere un’alleanza strategica con Francia e Italia, per ottenere dall’Unione europea il tanto sospirato ‘status avanzato’. In secondo luogo, le autorità tunisine erano disposte a cooperare alla “ri-documentazione” anche per ricevere i fondi previsti dal programma Ue per il “ritorno volontario assistito”. In terzo luogo, tra i migranti e i richiedenti asilo oggetto di provvedimento di espulsione dall’Italia vi erano ex oppositori politici e persone che avevano preso parte alle rivolte represse del 2008 nell’area mineraria di Gafsa, una zona economicamente depressa, caratterizzata da un’elevata disoccupazione giovanile e da una diffusa povertà.

A spingere il regime di Ben Ali a cooperare è stato dunque un misto di opportunismo, ricerca di alleanze strategiche con i paesi europei e volontà di soffocare il dissenso politico all’estero.

Impatto del cambiamento
Dal 14 gennaio 2011, la Tunisia sta attraversando un periodo di profonda trasformazione e di ristrutturazione delle relazioni tra stato e società. Sono in via di elaborazione una serie di provvedimenti legislativi e di misure politiche per venire incontro alle richieste più pressanti che vengono avanzate in vista delle prossime elezioni e aprire così la strada ad un autentico sistema multipartitico e al riconoscimento dei partiti politici di opposizione.

Ė da notare che Rafik Haj Kacem è stato arrestato circa due settimane fa, per decisione del successore, Farhat Rajhi, attuale ministro degli interni del governo di transizione, con l’accusa di cospirare contro la sicurezza dello Stato. Questa decisione è stata salutata positivamente in Tunisia. Rafik Haj Kacem è infatti molto impopolare: lo si ritiene, fra l’altro, responsabile delle repressioni e delle violenze della polizia durante il regime di Ben Ali.

Con le misure sin qui adottate, il governo di transizione mira a conquistarsi legittimità e credibilità. Si mostra così consapevole di dover rispondere dei suoi atti ai cittadini, qualcosa di inconcepibile sotto il regime repressivo di Ben Ali. Questo nuovo atteggiamento può avere però implicazioni importanti per le scelte politiche del nuovo governo in materia di immigrazione. Gli accordi sulle riammissioni non sono ben visti e potrebbero pertanto essere in contrasto con le priorità sociali, economiche e politiche immediate dell’attuale governo di transizione tunisino, che è alla ricerca innanzitutto di stabilità interna e di legittimazione popolare.

Questo nuovo atteggiamento del governo tunisino non può essere ignorato da Ue e Stati membri, cui spetta di sostenere il processo di transizione democratica in corso e le riforme economiche che il governo di transizione sta cercando di promuovere. Grazie ai cambiamenti in atto, si è aperta un’opportunità senza precedenti di cooperare con la Tunisia nel rispetto della volontà del popolo tunisino e dei diritti e principi fondamentali cui deve ispirarsi l’azione esterna dell’Unione europea.

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Vedi inoltre:

Ferruccio Pastore: Immigrazione e opinione pubblica, il caso Italia

Pietro Marcenaro: Piano nazionale per l’integrazione dei Rom