IAI
Medioriente

Il vento egiziano su Gaza e Cisgiordania

17 Feb 2011 - Paola Caridi - Paola Caridi

Sotto sotto, nelle chiacchierate informali e nei conciliaboli, i palestinesi della strada sono in gran maggioranza molto orgogliosi di quello che gli egiziani hanno fatto al Cairo. L’Egitto – questa è la lettura popolare della rivoluzione del 25 gennaio – ha avuto un orgoglioso colpo di reni, ha rialzato la testa, ed è di nuovo, nell’immaginario palestinese, Umm al Dunya, la madre del mondo. E dunque la madre degli arabi. I ragazzi di Tahrir, insomma, hanno ridato corpo a una sorta di panarabismo popolare che era stato sopito dalle troppe sconfitte militari, politiche e anche morali degli ultimi anni.

Generazione perduta
Se, però, questo è il sentimento comune, casalingo si potrebbe dire, difficile trovare – sempre nella “strada” palestinese – qualcuno disposto a dire che sì, succederà anche da loro, una rivolta alla palestinese, una nuova intifada. Le ragioni addotte non riguardano solamente la Sonderweg palestinese, la presenza militare di Israele nei Territori Palestinesi Occupati, sia nella complessa definizione delle aree sotto diversi controlli formali in Cisgiordania, sia nel blocco impenetrabile, via terra e via mare, attorno alla Striscia di Gaza. Ci sono anche delle motivazioni tutte interne a una società araba dal destino singolare, come quella palestinese nel suo complesso, che a pieno titolo comprende volti e storie diverse di Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme est, diaspora e palestinesi con passaporto israeliano.

Piegata da una impasse socioeconomica e politica uguale a se stessa da oltre tre anni, la società palestinese, quella dei Territori occupati nel 1967, è come se vivesse ancora le conseguenze di una rivolta, come la seconda Intifada, che ha avuto un suo inizio, il 29 settembre del 2000, ma non una sua fine formale. Un confine flessibile, un terminus post quem, che non è ininfluente nelle dinamiche possibili palestinesi dopo la rivoluzione del 25 gennaio in Egitto. Quell’assenza di una data o di un anno che definisca la fine della seconda intifada descrive anche quello che è successo ad almeno una generazione, forse due, di giovani.

Una ‘generazione perduta’, come l’ha definita Sahar Khalifeh, importante scrittrice di Nablus. E se quella generazione è perduta, alle prese con la ricostruzione della propria vita dopo la fine delle speranze e magari un lungo periodo trascorso nelle prigioni israeliane, le altre generazioni che seguono sono ancora troppo giovani, con troppo poche energie, e – dicono alcuni – con una pericolosa crisi d’identità. Una possibile nuova intifada, dunque, non avrebbe i suoi protagonisti principali, assieme a una mancanza di direzione politica e di visione.

E allora? I palestinesi, la società storicamente più politicizzata dell’intera regione, potrebbero essere gli unici impermeabili a ciò che di rivoluzionario è accaduto al Cairo, e che – necessariamente dal Cairo molto più che da Tunisi – si irraggia come un virus nelle altre piazze arabe?

Transizione dimezzata
La risposta, per ora, è nella reazione di quelle élite politiche e – per così dire – istituzionali palestinesi che non hanno saputo e potuto gestire la propria transizione al potere dalla fine del 2004 in poi. Segnate dall’incapacità di condividere il potere e dalla conseguente, ulteriore divisione di un territorio già frammentato, le élite che guidano, separatamente, Cisgiordania e Gaza sono i principali bersagli del vento che arriva dal Cairo. Un vento che i protagonisti della politica politicante palestinese stanno cercando di gestire alle bell’e meglio, senza però ancora comprendere quali saranno i prezzi reali da pagare, per la caduta di Hosni Mubarak.

Le prime conseguenze sono già evidenti nei movimenti in corso a Ramallah. Nel giro di tre giorni, a metà febbraio, la cittadella politica palestinese ha visto tre eventi importanti, pur di diversa origine e di diverso significato. Le dimissioni di Saeb Erekat, storico capo dei negoziatori, e l’annullamento del suo ufficio sono, certo, conseguenze dell’uscita dei Palestine Papers, resi noti da Al Jazeera, e la Wikileaks palestinese ha avuto un potere dirompente nell’azzeramento di un ufficio che è stato coinvolto nel processo negoziale con Israele almeno per tutti gli scorsi quindici anni. Il rimpasto del governo guidato da Salam Fayyad, deciso rapidamente il 14 febbraio scorso, era nell’aria da mesi, frutto anche delle tensioni tra Fayyad (e il fayyadismo) e una Fatah in cerca di consolidamento e di consenso.

La stessa decisione del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) di indire elezioni presidenziali e politiche per il prossimo settembre (ma dove? Solo in Cisgiordania?) è frutto di una richiesta reiterata negli anni recenti per cercare di ridare la legittimità perduta alle istituzioni dell’Anp, già scadute e senza il necessario avallo dei cittadini-elettori.

Cautela di Hamas
Se le cause di tutt’e tre gli ultimi eventi di Ramallah sono staccate dalla Thawra, dalla rivoluzione egiziana, è comunque evidente che la rivoluzione del 25 gennaio ha trovato, tra Ramallah e Gaza, sguarnite le èlite della transizione ‘dimezzata’ palestinese, che temono – a questo punto – contraccolpi pesanti. A Gaza, la reazione di Hamas – cauta sino a che i ‘ragazzi di Tahrir’ non hanno vinto il braccio di ferro ingaggiato con Hosni Mubarak e con Omar Suleiman – si deve a due ragioni principali.

Una ragione storica, e cioè il tradizionale silenzio dello Harakat al Muqawwama al Islamiya (Hamas) nei confronti degli affari interni dei paesi arabi. Un comportamento che il movimento islamista palestinese ha sempre seguito in modo ferreo nei 23 anni della sua esistenza, in una differenziazione dal percorso seguito da Fatah e dall’Olp, che negli anni Settanta e Ottanta aveva causato contraccolpi pesantissimi, dal Settembre Nero ai costi sanguinosi nella guerra civile libanese, sino alla sconfitta dell’Olp del 1982 a Beirut. Hamas si è, dunque, guardata bene dal sostenere chiunque in Egitto, nelle ultime settimane, e non solo perché Hosni Mubarak, storico patron di Fatah, aveva un ruolo determinante nel destino di Gaza, ma perché si è sempre astenuta dal prendere posizione.

Non lo fece nel 1991, assumendo una posizione in parte ambigua, rispetto al chiaro sostegno di Yasser Arafat a quel Saddam Hussein che stava invadendo il Kuwait. Non lo ha fatto neanche nel 2011, distinguendosi dal sostegno deciso di Mahmoud Abbas a Hosni Mubarak. C’è poi un’altra ragione, contingente, geografica, nella estrema prudenza avuta da Hamas nei 18 giorni di rivoluzione egiziana, e cioè il timore – reale – di dover subire contraccolpi pesanti, come il vaso di coccio tra una Israele timorosa dei nuovi, futuri equilibri regionali, e un nuovo Egitto in fieri.

Vuoto negoziale
Hamas e Fatah, il governo di Hamas a Gaza e l’Anp a Ramallah, pur avendo timori di diverso tono e significato riguardo alla rivoluzione egiziana, condividono dunque la stessa incertezza per il futuro. Soprattutto perché la Thawra in corso sul Nilo ha per il momento sguarnito molti tavoli negoziali di uno dei suoi protagonisti, vale a dire Omar Suleiman. Suleiman mediatore non neutrale, anzi, decisamente di parte, come hanno mostrato i documenti di Wikileaks e i Palestine Papers. La sua assenza, però, rimescola pesantemente le carte sul tavolo della riconciliazione interpalestinese, e apre allo stesso tempo una finestra di opportunità che sinora era rimasta chiusa, o al massimo aperta con un piccolo spiraglio.

È infatti evidente, a leggere i documenti diplomatici divenuti pubblici, che Omar Suleiman è stato lo strumento primo per rinviare e rendere in tal mondo impossibile la riconciliazione interpalestinese, che significa – nella sostanza – la necessaria e ineludibile condivisione del potere tra Hamas e Fatah, superando in tal mondo la transizione ‘dimezzata’ palestinese.

Senza Omar Suleiman, dunque, aumenta paradossalmente la possibilità di una riconciliazione. Sempre che, ancora una volta, gli altri attori internazionali – Israele e Stati Uniti in primis – non continuino nel gioco del rinvio sine die di una ricomposizione della politica, della società, della geografia palestinese. Cercasi dunque mediatore, stavolta neutrale.

.