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Sicurezza internazionale

L’anno delle scelte

12 Gen 2011 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Il 2011 sarà un anno importante. Nei prossimi mesi si capirà con maggiore chiarezza se e come finirà la crisi economica, o se nuovi “mostri” minacceranno una ripresa ancora troppo lenta ed ineguale, alimentando spinte protezioniste in economia e conflitti politici. Sul piano della grande politica internazionale, il Presidente Obama avrà più di un anno, prima dell’inizio della nuova campagna elettorale, per affrontare questioni irrisolte e difficili mentre è ancora nella pienezza dei suoi poteri (e mentre i suoi rivali repubblicani, dopo la loro “mezza vittoria” elettorale, saranno preoccupati e divisi dalla scelta del loro candidato per le presidenziali e dalla necessità di consolidare il consenso).

Il Presidente potrà quindi, se lo vorrà, agire per il consolidamento della pace in Iraq, lo sblocco del negoziato israelo-palestinese, il contenimento dell’Iran, l’inizio del ritiro dall’Afghanistan, un nuovo rapporto con la Cina, eccetera. L’agenda è densa di rischi e di crisi in atto o probabili. Il problema non sarà tanto cosa fare, quanto cosa scegliere da un menù fin troppo ricco.

Livelli di guardia
È di gran moda parlare di “prevenzione” delle crisi, ma la realtà è che sono già in atto troppi processi conflittuali: saremo molto fortunati se riusciremo a contenerli e forse a ridurne la pericolosità, e nessuno avrà realmente il tempo e il modo per prevenire alcunché. Una recente lista pubblicata su Foreign Policy elenca 16 possibili situazioni critiche: sette in Africa (Costa d’Avorio, Zimbabwe, Sudan, Somalia, Nigeria, Guinea e Congo), cinque in America Latina (Colombia, Venezuela, Messico, Guatemala e Haiti) e quattro nel Medio Oriente allargato (Iraq, Pakistan, Tagikistan e Libano).

Altre se ne possono aggiungere facilmente, a cominciare dallo Yemen per finire nei Balcani, ancora tutt’altro che stabilizzati, passando per l’Indonesia, il Caucaso, il Centro Asia o le acque contese del Mar della Cina. Anche paesi apparentemente stabili potrebbero passare momenti difficili di conflitto interno (Cina? India? Arabia Saudita? la stessa Russia?) e naturalmente rimane la fondata speranza (ma non la certezza) che l’Unione europea sappia continuare a gestire con successo la tempesta economica e monetaria. Senza infine dimenticare conflitti in atto, come l’Afghanistan, Israele o la Corea del Nord e l’Iran.

Non è detto che ogni crisi debba necessariamente oltrepassare il suo attuale “livello di guardia”, ma per riuscire a prevenirle tutte sarebbe necessario un tasso di consenso e solidarietà internazionale tra le maggiori potenze che è ancora molto lontano. È invece più che probabile che almeno alcune di esse entreranno in una fase più acuta proprio nel 2011, obbligando la comunità internazionale a nuovi difficili impegni di gestione dell’emergenza. La cosa è resa più complicata dal fatto che gli impegni già presi dovranno continuare, poiché non sembra affatto che si annuncino soluzioni a breve termine in nessuno dei teatri attualmente aperti. Non sembra neanche che la comunità internazionale sia sinora riuscita ad elaborare una efficace strategia civile/militare per completare con successo le campagne intraprese: non in Afghanistan, né in Palestina né in Corea.

Pendolo e clessidra
È quindi molto probabile che il 2011 richiederà costi aggiuntivi, umani ed economici, che dovranno essere sopportati in massima parte dagli stessi paesi che già oggi sembrano soffrire di un eccesso di impegni e che vedono le risorse a loro disposizione diminuire rapidamente. Nessuno può affrontare allo stesso tempo e con efficacia tutte le crisi possibili, a meno di imporre al mondo sviluppato gli oneri di una economia di guerra, che verrebbe certamente osteggiata da larghe maggioranze elettorali. Sembrerebbe quindi che dobbiamo prepararci ad una fase di progressivo ripiegamento e ad un corrispondente aumento dell’anarchia e della conflittualità internazionali, con tutti i rischi che ciò comporta.

Non è una prospettiva incoraggiante, ma forse neanche inevitabile, e il 2011 può essere l’anno cruciale, quello che farà oscillare il pendolo nell’una o nell’altra direzione. Non solo Obama, ma anche tutti gli altri governi delle maggiori potenze hanno di fronte a sé un anno che, eccezionalmente, non ha grandi scadenze elettorali e durante il quale è quindi più facile coagulare un consenso politico più largo delle semplici, e a volte striminzite, maggioranze di governo, attorno a grandi scelte strategiche. In altri casi, ad esempio in Cina, dove è già iniziato il lento processo che porterà al rinnovo delle posizioni di vertice del partito e dello stato, la classe dirigente uscente potrà assumere decisioni difficili (dalla lotta all’inflazione alla piena convertibilità della moneta) che faciliterebbero l’azione del governo futuro e renderebbero più probabile una maggiore collaborazione tra Pechino e Washington anche in campo politico.

Anello mancante
La stessa abbondanza e gravità delle crisi annunciate o temute suggerisce l’urgenza di sfruttare questa limitata “finestra di opportunità” per affrontare con successo almeno alcune delle principali crisi in atto. L’avvio di uno sviluppo virtuoso della cooperazione internazionale eserciterebbe infatti un’influenza positiva anche sulle crisi ancora solo annunciate. Certo, tutto sarebbe più facile se nel frattempo anche l’Unione europea riuscisse a superare i suoi problemi di leadership per svolgere con successo quel ruolo globale che il suo peso economico e militare gli dovrebbero garantire, ma che è invece inibito dalle sue divisioni interne. La debolezza della voce europea si ripercuote negativamente sulle prospettive di una migliore governabilità internazionale. Ma ciò non cambia il fatto che nel 2011 saranno ancora possibili scelte e politiche positive che potrebbero diventare molto più difficili se non impossibili già nel 2012.

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Vedi anche:

P. Guerrieri: I rischi dell’economia italiana nel 2011

G. Gramaglia: Incognite e sfide del 2011

R. Aliboni: Medioriente in bilico

C. Merlini: Usa 2011, i dilemmi del declino