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La caduta di Ben Ali

La Tunisia in rivolta e il rischio dell’effetto domino

21 Gen 2011 - Silvia Colombo - Silvia Colombo

È stato soprannominato “Rivoluzione dei gelsomini” il movimento di protesta spontaneo che in un mese ha portato al crollo del regime di Ben Ali, in Tunisia. Da paese considerato stabile e avviato verso un progresso economico senza eguali nella travagliata regione del Mediterraneo, la Tunisia è divenuta il simbolo del fallimento non soltanto di un modello di sviluppo che ha permesso il radicamento di un regime oppressivo, autoritario e corrotto, ma anche della miopia delle politiche dell’Unione europea verso i paesi della sponda Sud del Mediterraneo.

Miopia dell’Occidente
Eppure i segnali erano chiari e negli ultimi anni numerose analisi hanno messo in evidenza i rischi di una situazione potenzialmente esplosiva. Ecco quanto, ad esempio, scriveva qualche tempo fa Claire Spencer, nota specialista di Mediterraneo e Medioriente: “gli interessi esterni in Nord Africa portano a focalizzare l’attenzione sulle manifestazioni di violenza che scaturiscono dall’assenza di sicurezza nella regione, sia che esse siano collegate al terrorismo, al contrabbando di sostanze stupefacenti e di armi o agli scontri tra la polizia e coloro i quali cercano di emigrare in Europa. Questa prospettiva, però, spesso non riesce a cogliere i fattori di instabilità che, seppure meno visibili, stanno assumendo un peso sempre maggiore all’interno di ciascun paese. Le vere minacce alla sicurezza non sono tanto di natura internazionale, bensì locali e legate al fattore umano. I sintomi di tutto ciò sono le crescenti divisioni socio-economiche provocate dalla disoccupazione endemica e dalla corruzione e il progressivo allontanarsi dei cittadini da pratiche elettorali che ricevono l’approvazione internazionale più di quanto riescano a essere rappresentative”(1).

Queste opinioni non hanno minimamente scalfito le politiche europee, incentrate su obiettivi di sicurezza che il regime di Ben Ali sembrava poter garantire. I recenti eventi in Tunisia hanno colto di sorpresa il pubblico e i politici occidentali abituati a un’immagine del paese che è in contrasto stridente con i suicidi di giovani disoccupati, le folle nelle strade al grido di “Ben Ali barra barra!” (“Ben Ali via via!”), i saccheggi e i pestaggi.

Problemi socio-economici
Fin dagli anni Ottanta la Tunisia ha costruito e proiettato all’esterno un’immagine di sé quale paese stabile, campione regionale nei campi della sanità, dell’istruzione e dei diritti delle donne e che ha saputo realizzare con successo una serie di riforme economiche volte alla liberalizzazione e privatizzazione del mercato. Tutto ciò è stato tuttavia compiuto al costo di una crescente regressione del sistema politico, orchestrata dal presidente Zine El-Abidine Ben Ali, al potere ininterrottamente dal 1987, e da una ristretta cerchia di familiari e amici, che ha reso la Tunisia uno dei paesi più autoritari e repressivi della sponda Sud del Mediterraneo.

All’origine, tra il regime e la popolazione esisteva un patto implicito: venivano concessi limitati diritti politici in cambio di un sistema economico in grado di distribuire benefici sociali alla popolazione. Questo patto ha iniziato a incrinarsi quando, a causa delle crescenti difficoltà economiche e della corruzione, il regime tunisino non è più stato in grado di adempiere ai suoi doveri di redistribuzione socio-economica.

Nonostante un tasso di crescita economica del 3,7% nel 2010 e una previsione del 5,4% per il 2011, il regime non ha saputo dare una risposta alla crescente disoccupazione, molto accentuata tra i laureati in seguito alla liberalizzazione dell’accesso all’università, che ha determinato un aumento della percentuale di giovani laureati in cerca di occupazione: dal 20% al 55% in meno di dieci anni. La disoccupazione ha continuato ad aumentare dal 18,2% nel 2007 al 21,9% nel 2009, mentre la creazione di nuovi posti di lavoro è calata da 80.000 nel 2007 a solo 57.000 due anni dopo.

Gli investimenti economici, inoltre, si sono quasi esclusivamente concentrati nelle zone costiere, trascurando il Sud e le zone agricole centro-occidentali. Non è un caso che le proteste abbiano avuto inizio a Sidi Bouzid, nel centro del paese, e che solo in seguito abbiano raggiunto la capitale. I fattori che hanno contribuito a rendere i problemi economici ancora più acuti sono l’eccessiva dipendenza dell’economia tunisina da un unico mercato, quello europeo, che è entrato in crisi provocando un rallentamento della domanda e il fatto che i paesi europei sono anche i principali destinatari della diaspora tunisina. Le politiche restrittive a livello comunitario hanno contribuito ad aumentare la frustrazione, eliminando una valvola di sfogo per il mercato del lavoro tunisino.

Il cuore della protesta, tuttavia, è di natura politica. Le promesse di Ben Ali, che aveva annunciato la creazione di 300 mila nuovi posti di lavoro, sono sembrate insufficienti e tardive e il disagio economico si è trasformato ben presto in una rivolta generalizzata contro il potere. La gente si è scagliata contro l’assenza delle libertà fondamentali e contro un sistema politico corrotto e oppressivo. Vista l’assenza di partiti di opposizione in grado di incanalare il malcontento e di spazi di partecipazione politica come elezioni libere e competitive, la strada è divenuta il palcoscenico di una rivolta che, oltre a cambiare il volto della Tunisia, potrebbe innescare un effetto domino nella regione.

Lezioni per l’Ue
Gli eventi tunisini sollevano una serie di domande sul ruolo dell’Europa nel Mediterraneo. In discussione è infatti la tenuta politica anche di altri paesi della regione, dominati da sistemi autoritari e oppressivi e che devono fare i conti con serie difficoltà socio-economiche.

I paesi europei hanno inizialmente reagito agli eventi tunisini con un misto di sorpresa e imbarazzo, che non è difficile da spiegare. Francia e Italia, i due principali partner, hanno da sempre sostenuto con un certo entusiasmo il “modello” Tunisia, visto come una garanzia contro l’islamismo e l’instabilità regionale. In effetti, la Tunisia sta attualmente negoziando un rafforzamento dei propri rapporti con l’Unione europea attraverso uno “statuto avanzato”.

Le politiche mirate al mantenimento della stabilità attraverso il sostegno a regimi autoritari hanno tuttavia creato le condizioni stesse dell’instabilità regionale, visto che i semi delle proteste scoppiate nelle ultime settimane covavano già da tempo sotto la superficie. Spetta all’Ue – ed è nei suoi interessi – fare tesoro della lezione tunisina e applicarla alle proprie relazioni con la regione mediterranea per poter contribuire alla stabilità della regione su basi nuove e più sostenibili.

(1) Claire Spencer, North Africa: The Hidden Risks to Regional Stability, Chatham House Briefing Paper, April 2009. Cfr. anche Silvia Colombo, The Southern Mediterranean: Between Changes and Challenges to its Sustainability, MedPro Technical Report, November 2010.

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Vedi anche:

R. Aliboni: Che fare dell’Unione per il Mediterraneo?