IAI
Il ritorno di Al-Sadr

Il cocktail esplosivo dell’Iraq

28 Gen 2011 - Mario Arpino - Mario Arpino

A poco più di un mese dalla nascita del nuovo governo iracheno a maggioranza sciita, è recentemente rientrato in Iraq il giovane mullah Moqtada al-Sadr, dopo alcuni anni di esilio volontario a Qom, in Iran, dove ha conseguito un “master” presso la massima Università coranica sciita. Per la stragrande maggioranza degli iracheni non si tratta di una notizia esaltante. Ma per come si erano messe le cose dopo che gli americani, tra un ripensamento e l’altro, avevano deciso di parteggiare per il leader sciita Nouri al-Maliki in preparazione delle elezioni del marzo scorso, il suo rientro era da mettere in conto.

Diverso sarebbe stato se l’”Iraqyia” laica di Iyad Allawi, che allora aveva vinto per solo due seggi, 91 a 89 su un totale di 325 parlamentari, avesse prevalso con margini superiori. Con ogni probabilità la lunga gestazione per la formazione del nuovo governo avrebbe potuto risolversi in tempi più brevi, con risultati migliori e con rischi inferiori. Ma è inutile piangere sul latte versato. Ormai Moqtada al-Sadr c’è e, sebbene inviso a curdi, sunniti e agli stessi sciiti, ha una sua rappresentanza in parlamento.

Acquisito il titolo di ayatollah e quindi anche il diritto di emettere pareri pro veritate (fatwe), dopo lunga assenza al-Sadr è nuovamente salito sul pulpito di Najaf dove – osannato dagli estremisti in festa – ha ripreso a lanciare proclami dal contenuto ambiguo e assai poco rassicurante. Nel suo primo discorso pubblico, ha tra l’altro affermato che “…noi siamo sempre combattenti e resisteremo sempre all’occupante, con la forza militare e con ogni mezzo … ma non toccheremo nessun iracheno”. Ha poi invitato la folla a scandire lo slogan “No, no all’America”. Non sembra proprio un buon inizio, anche se verso il nuovo governo a maggioranza sciita ha usato toni più moderati e possibilisti.

Governo sotto ricatto
La responsabilità di formare il governo si era trasferita da Allawi ad al-Maliki dopo che la Corte Suprema, interpretando l’art. 73 della nuova Costituzione, aveva stabilito che quell’incarico dovesse spettare non al leader del partito che ha vinto le elezioni, bensì al leader della coalizione maggioritaria che si forma “dopo” le elezioni. Così, al termine di lunghi negoziati, al-Maliki è alla fine riuscito a stringere un’alleanza numericamente forte, ma politicamente molto debole. Una specie di governo di unità nazionale, insomma, nel quale lo spregiudicato al-Sadr può controllare ben 7 ministri su 42 oltre a 39 deputati in un parlamento di 325. Una minoranza che è come una miccia innescata in una mina vagante, se nel discorso a Najaf al-Sadr ha potuto altezzosamente permettersi di offrire solo un appoggio condizionato, affermando che “… il governo è stato formato e, se sarà al servizio del popolo, saremo con esso”.

Ovviamente le condizioni per il sostegno vengono decise da al-Sadr stesso, caso per caso. Tra le tante combinazioni possibili – o impossibili – la coalizione di governo che al-Maliki è riuscito faticosamente a mettere insieme è costituita da formazioni quanto mai eterogenee, comprendenti il suo partito, “State of Law”, la “Iraqi National Alliance”, un gruppo confessionale sciita all’interno del quale i seguaci di Moqtada al-Sadr sono molto forti, il partito curdo e, pur con molti mal di pancia, anche la formazione laica, interconfessionale ed interetnica “Iraqyia” dell’ex primo ministro Iyad Allawi che, sebbene a capo del partito vincitore delle elezioni, si è visto costretto ad inghiottire l’assai amaro boccone di non poter guidare il governo.

Incognita al Maliki
Il profilo del vincitore finale, Nouri al-Maliki, si differenzia abbastanza nettamente da quello di Moqtada al-Sadr, che sembra destinato a diventare la principale spina nel fianco del governo,. Al-Maliki, l’uomo dalla cui abilità politica, diplomatica e gestionale dipende il futuro dell’Iraq, era stato eletto primo ministro già nel 2006 proprio in virtù di una sua presunta debolezza: non avere mai avuto milizie proprie e provenire da un partito sciita,, l’allora United Iraqi Alliance, profondamente diviso. Ciò nonostante era riuscito a diventare, nel bene e nel male, l’uomo di riferimento della politica irachena.

Gli americani, che alle ultime elezioni lo avevano sostenuto rispetto ad Allawi molto probabilmente perché era proprio con lui che avevano firmato l’accordo per il progressivo ritiro totale entro il 2011, cominciano ora a nutrire qualche sospetto su un personaggio che, come spesso avviene nei paesi arabi – si pensi al precedente di Sadat, in Egitto – partono deboli ma, rimanendo a lungo al potere, si rivelano poi sempre più autoritari. Le recenti concessioni di al-Maliki all’arroganza di al-Sadr e ai suoi rapporti preferenziali con l’Iran non fanno che accrescere queste perplessità.

Spina nel fianco
In quanto a Moqtada al-Sadr, sono certamente da ricordare la sua spregiudicata ascesa di stampo tribunizio e i guai che ha provocato anche al contingente italiano al tempo della missione “Antica Babilonia” e della battaglia dei ponti. Lo stesso al-Maliki lo aveva combattuto sanguinosamente nel 2008, nell’area di Bassora – era la prima operazione autonoma delle nuove forze irachene – costringendo il suo “Esercito del Mahdi” alla resa. Al-Sadr è di lontana origine libanese e suo padre, Sadeq al-Sadr, è stato una rispettabile figura del mondo sciita, assassinato nel 1999 a Najaf presumibilmente per ordine di Saddam Hussein, mentre il suocero era stato giustiziato dalle autorità irachene già nel 1980. Il cugino, l’imam Musa al-Sadr, era stato il fondatore e l’animatore dei primi movimenti sciiti libanesi, che avevano poi dato origine alle formazioni di Amal e, più recentemente, a quella politico-militare di Hetzbollah. Questo è l’uomo con cui il riconfermato premier dovrà fare i conti all’interno di una coalizione assai fragile.

.La riuscita dell’ardita manovra di alleanze tentata da al-Maliki nasconde tuttavia almeno due rischi. Il primo è rappresentato dalla maggioranza dei sunniti, più o meno confessionale, che ha supportato Iyad Allawi nelle elezioni e che, considerandosi vincitrice, difficilmente si lascerà confinare in posizioni marginali o sarà disponibile a subire ulteriori discriminazioni, come quelli già intentati da al-Maliki per accattivarsi le maggioranze sciite. Queste ultime, a loro volta, avendo al proprio interno la componente estremista contraria ad al-Maliki e al suo accordo con gli americani, potrebbero non volersi lasciar scavalcare dalla protesta. Lo stesso al-Maliki ne è pienamente consapevole se, all’atto della fiducia parlamentare, ha esplicitamente dichiarato: “… non posso dire che questo governo, con tutte le sue anime, soddisfi le aspirazioni dei cittadini e quelle dei blocchi politici, perché è stato creato in circostanze straordinarie”.

È utile ricordare che le formazioni sciite irachene, compresa quella moderata del Grande Ayatollah al-Sistani, sono per loro natura di carattere patriottico, e quindi contrarie alla politica di espansione iraniana verso lo Shatt al-Arab e oltre. Infatti, durante gli otto anni di guerra questi sciiti avevano combattuto lealmente contro le truppe khomeiniste, considerate di invasione. Le uniche forze sciite filo-iraniane su cui Ahmadinejad può far conto per tentare di destabilizzare l’area ai propri fini sono proprio i 20 mila armati “in sonno” di al-Sadr e, in Libano, le formazioni armate Hetzbollah di Nashrallah. Va anche notato, per meglio comprendere quanto insidioso si stia presentando il futuro, come entrambi questi partiti armati abbiano avuto l’abilità di portare in parlamento e al governo i propri rappresentanti.

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