IAI
La disputa sull'estradizione

Il caso Battisti e il ricorso alla Corte internazionale di giustizia

10 Gen 2011 - Natalino Ronzitti - Natalino Ronzitti

In occasione della sentenza del tribunale supremo brasiliano che ha negato l’estradizione di Cesare Battisti, riproponiamo questo articolo di Natalino Ronzitti.
Il caso Battisti tiene ancora banco sulla stampa quotidiana e non poteva essere altrimenti, dopo l’intervento del Presidente della Repubblica a Ravenna e l’intervista rilasciata dal Ministro Frattini a Repubblica. Probabilmente il caso non è stato rappresentato con la dovuta efficacia alle autorità brasiliane o queste, come sembra più plausibile, non hanno adeguatamente soppesato le ragioni italiane. Finite le reazioni emotive, come la proposta di non ratificare l’accordo di cooperazione bilaterale nel settore della difesa – che farebbe la gioia dei paesi concorrenti – o i propositi di difficile attuazione, come il boicottaggio del Brasile, la vicenda sembra prendere una strada più conforme alle regole della diplomazia internazionale.

Italia isolata?
Per ora l’Italia si è trovata sola e non ha avuto il sostegno dell’Ue. Il portavoce della Commissione ha dichiarato che “l’affare” è strettamente bilaterale e non coinvolge l’Ue. Egli ha però dimenticato che la lotta al terrorismo investe gli interessi dell’intera Unione e che la cooperazione giudiziaria ha ormai raggiunto traguardi molto elevati con il mandato d’arresto europeo. Quantunque, nel caso concreto, si tratti di terrorismo interno, la dimensione internazionale è provata dalla fuga dell’imputato in Brasile, dopo aver soggiornato tranquillamente in un paese dell’Unione, la Francia grazie a “dottrine” più o meno interessate e all’influenza sull’opinione pubblica di alcuni intellettuali, cui non sono mancati sostegni altolocati (proprio in virtù del mandato d’arresto, la Francia ora non può più essere rifugio di terroristi).

Qual è la via proposta per l’estradizione dell’ex terrorista Cesare Battisti in Italia? Intanto si attende una nuova decisione del Tribunale supremo brasiliano, che dovrà decidere sulla sua scarcerazione. Non dimenticando, però, che la decisione finale dell’estradizione è di regola un atto dell’esecutivo (quindi del Presidente del Brasile), benché in questo caso non discrezionale, esistendo un trattato ad hoc tra i due stati.

Il Trattato di estradizione Italia-Brasile, concluso nel 1989 ed entrato in vigore nel 1993, obbliga ad estradare coloro che siano stati condannati a una pena superiore ad un anno. L’estradizione può essere rifiutata se la parte richiesta considera il fatto per il quale l’estradizione è domandata un reato politico.

Reato politico?
Qui sta il primo ostacolo. Il giudizio sulla politicità del reato è rimesso alla parte richiesta, nel caso concreto al Brasile. Ma il giudizio non può essere arbitrario: i trattati devono essere interpretati in buona fede, ed è difficile considerare come politici i reati a carico del Battisti, che includono due omicidi commessi durante altrettante rapine. Altri ostacoli all’estradizione previsti dal Trattato, come la pena di morte o la condanna in contumacia, non vengono in considerazione.

Tra l’altro la Corte europea dei diritti dell’uomo, cui il Battisti ha fatto ricorso, si è pronunciata per la conformità del procedimento contro Battisti ai parametri dell’equo processo previsto dalla Convenzione di Strasburgo.

Il motivo per cui il presidente brasiliano Lula non ha estradato Battisti è più sottile e tutto sommato meno documentabile: riguarda il rispetto dei diritti fondamentali, la cui trasgressione è prevista come causa ostativa all’estradizione. Secondo il Trattato questa non sarà concessa “se vi è fondato motivo di ritenere che la persona richiesta verrà sottoposta a pene o trattamenti che comunque configurano violazione dei diritti fondamentali”. Sul punto non c’è da spendere molte parole, quantunque episodi di trattamento non conforme ai diritti dell’uomo si possano sempre verificare. L’Italia è membro della Convenzione europea contro la tortura, che prevede un organo di controllo molto intrusivo, il Comitato europeo contro la tortura che ha accesso illimitato ai luoghi di detenzione, senza la necessità di un’autorizzazione preventiva. Il Comitato è composto da esperti indipendenti e non può includere il membro nazionale del paese ispezionato. Quindi le garanzie ci sono.

Le mosse dell’Italia
Cosa può fare l’Italia se dopo la pronuncia del Tribunale supremo brasiliano l’estradizione non ha luogo? E’ stato adombrato da più parti il ricorso alla Corte internazionale di giustizia. Addirittura è stata suggerita, da parte di una professoressa brasiliana, la richiesta di un parere, ma l’intervista è stata, con tutta evidenza, ripresa erroneamente dalla stampa quotidiana, altrimenti la giurista che l’ha rilasciata non supererebbe un esame universitario di diritto internazionale! Primo perché gli stati non sono legittimati a chiedere un parere alla Corte (possono chiedere solo una sentenza); secondo perché, anche se lo fossero, il parere, a differenza della sentenza, non sarebbe giuridicamente vincolante.

Prima di poter ricorrere alla Corte internazionale di giustizia che, è bene ricordarlo, può essere investita di competenza solo con il consenso delle parti in lite, occorre seguire una procedura le cui tappe sono indicate dal Trattato di conciliazione e di regolamento giudiziario tra Italia e Brasile del 24 novembre 1954.

Le tappe sono tre: – il tentativo di una soluzione della controversia per via diplomatica; – qualora il tentativo fallisca, le parti possono far affidamento su una procedura di conciliazione; – se anche la conciliazione non sortisce effetto, si può ricorrere alla Corte internazionale di giustizia.

Quindi non si può ricorrere alla Corte, se prima non sia stato esperito un tentativo di conciliazione. A supporre che la Commissione di conciliazione sia già stata istituita, come prescrive il Trattato del 1954 (ma non è detto), essa dovrebbe concludere celermente i lavori, avendo quattro mesi di tempo a disposizione, tranne che le parti si accordino per una dilazione. Dopodichè le parti hanno tre mesi di tempo per decidere se accettare le conclusioni della Commissione, le quali, trattandosi di conciliazione, non sono obbligatorie. Tra l’altro nella conciliazione le parti cercano un compromesso, nel caso concreto difficile da raggiungere a causa dell’oggetto della controversia.

Se le conclusioni della Commissione non sono accettate, è aperto il ricorso alla Corte internazionale di giustizia, a richiesta di una delle due parti. Ma il ricorso non è automatico: Italia e Brasile dovranno concludere un accordo che definisca l’oggetto della controversia. Qualora questo non possa essere raggiunto, ciascuna parte può unilateralmente ricorrere entro tre mesi alla Corte.

Evitare l’effetto boomerang
Come si vede, si tratta di procedure abbastanza complesse. Ma il punto essenziale è un altro e sta nell’efficacia della sentenza della Corte. La quale è giuridicamente vincolante, ma non è detto che si concluda con l’obbligo di estradare Battisti. Infatti dal Trattato del 1954 si evince che, qualora la decisione della magistratura brasiliana o di “qualsiasi altra autorità” sia in violazione del diritto internazionale (nel caso concreto il Trattato di estradizione), ma il diritto costituzionale della parte soccombente non consenta di cancellare le conseguenze della decisione presa, la parte vincitrice si dovrà accontentare di un’”equa soddisfazione di altro ordine”. Quindi niente obbligo di estradare Battisti, qualora l’ordinamento interno brasiliano non lo consentisse, essendo stata presa una decisione definitiva e non più sindacabile! Tra l’altro non mancano sentenze in cui la Corte internazionale di giustizia ha stabilito che la semplice constatazione della violazione della norma di diritto internazionale costituiva una forma adeguata di soddisfazione per lo stato leso.

Come si vede le cose non sono semplici: la procedura va attentamente studiata e non si può fare affidamento su facili entusiasmi fondati sulla bontà delle ragioni italiane. Altrimenti si corre il rischio di perdere la lite su questioni procedurali, come è avvenuto con il contro-ricorso presentato dall’Italia nei confronti della Germania, che ci ha convenuto dinanzi alla Corte dell’Aja per violazione del diritto internazionale poiché i nostri tribunali hanno condannato la Germania a risarcire i danni provocati dalle stragi commesse dopo l’8 settembre 1943. Le ragioni italiane erano, e sono, sacrosante. Ma il contro-ricorso è stato sonoramente rigettato dalla Corte internazionale di giustizia nel 2010 per una questione di procedura.

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Vedi anche:

N. Ronzitti: La Germania deve risarcire le vittime delle stragi naziste?