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Usa sulla difensiva

Wikileaks e il sabotaggio della diplomazia

2 Dic 2010 - Roberto Toscano - Roberto Toscano

I documenti pubblicati da Wikileaks sono al centro dell’attenzione dei media e dell’opinione pubblica internazionali, ma le valutazioni sull’impatto di questa colossale “fuga di notizie” sembrano essere non solo divergenti, ma anche confuse. La prima osservazione andrebbe fatta, ovviamente, sui contenuti. Ora, è vero che in molti casi chi segue professionalmente la politica estera, e spesso anche i semplici cittadini informati, hanno reagito alle “rivelazioni” con l’esclamazione: “Come se non lo si sapesse già!”. In effetti, non avevamo bisogno di Wikileaks per sapere che gli arabi sospettano l’Iran, che gli americani non si fidano di Karzai, che i servizi pakistani aiutano i talebani, e via “rivelando”. Eppure anche su questi contenuti, tutt’altro che sorprendenti, i documenti pubblicati aggiungono talora aspetti non privi di un potenziale impatto politico.

Implicazioni politiche
Penso, ad esempio, all’opinione espressa in conversazioni con gli americani da parte di alti funzionari cinesi, secondo cui Pechino potrebbe anche considerare in modo non ostile una riunificazione della Corea a seguito di una probabile crisi del regime nordcoreano. Penso al fatto che i dirigenti arabi risultano dai documenti pubblicati molto più “falchi” nei confronti dell’Iran di quanto non abbiano finora cercato di apparire, soprattutto per timore di suscitare pericolose reazioni di opinioni pubbliche certo non entusiaste del regime degli ayatollah, ma ancora meno entusiaste di un attacco a un paese musulmano e di un allineamento di fatto non solo con “gli imperialisti di Washington”, ma addirittura con gli odiatissimi sionisti.

Se vogliamo però riflettere sull’impatto politico, e non solo a breve termine, di questo straordinario evento di “penetrazione” e “controinformazione”, dovremmo andare oltre i contenuti e focalizzarci invece su altri aspetti.

Non si tratta di un attacco “neowilsoniano” contro la diplomazia segreta in generale, ma della rivelazione di una straordinaria debolezza del sistema di comunicazione degli Stati Uniti. Straordinaria e quasi inconcepibile: anche se è probabile che esistano altri collaboratori dell’attivista di internet, Julian Paul Assange, all’interno del sistema americano, si fa davvero fatica a credere (ma è proprio così) che un soldatino ventenne adibito in Iraq a funzioni di intelligence (si suppone di tipo sostanzialmente impiegatizio ) abbia potuto “svuotare” migliaia di cartelle, non solo e non tanto del Pentagono quanto del Dipartimento di Stato.

E allora, anche se i dirigenti stranieri nominati nei vari documenti potranno anche provare imbarazzo, e magari pagare anche qualche prezzo politico, il danno di gran lunga principale è per Washington, e più concretamente per l’attuale amministrazione. Non importa che i documenti si riferiscano anche a periodi precedenti all’elezione di Obama. Per gli americani quello che importa è che tutto questo succede “under his watch”.

Cyber-anarchici
I media parlano di “hackers”. In effetti Wikileaks nasce nell’ambito di una “cultura hacker”, e di lì vengono sia Assange sia i suoi collaboratori. Ma i files del Dipartimento di Stato non sono stati penetrati da hackers, bensì trasmessi a Wikileaks da soggetti autorizzati ad accedervi. In questo senso, è vero che, come lo stesso ex-analista militare Daniel Ellsberg ha affermato, i “controinformatori” di Wikileaks sono un po’ i nipoti di chi, come lui, aveva illegalmente fatto uscire dal Pentagono, al tempo della Guerra del Vietnam, i “Pentagon Papers”.

Ma chi è Assange, chi sono gli altri che collaborano con lui? La dietrologia si è già scatenata, e non pochi sono pronti ad alludere a diaboliche operazioni dei servizi di intelligence cinesi, o di altri paesi. Credo invece che Wikileaks sia sostanzialmente quello che dice di essere: un gruppo che si potrebbe definire di “cyber-anarchici”, nemici degli stati, di tutti gli stati, e soprattutto convinti che dietro il riserbo e il segreto di stato si nascondano i peggiori misfatti e la sostanziale vanificazione della retorica democratica.

Come nel caso degli anarchici “classici”, tuttavia, questa ispirazione ideale non significa che gli stessi personaggi non siano anche avventurieri e che non possano essere occasionalmente strumentalizzati. Entriamo quindi in un terreno gravido di rischi, di ambiguità.

Diplomazia e trasparenza
Per la diplomazia Wikileaks è un problema non da poco. Soprattutto, ovviamente, per la diplomazia americana, dato che d’ora in poi sarà piuttosto comprensibile che gli interlocutori dei diplomatici di Washington misurino le loro parole, nel momento in cui sorgono dubbi così pesanti sulla riservatezza delle comunicazioni americane. Più in generale questo attacco alla riservatezza delle comunicazioni diplomatiche solleva seri problemi.

Se tutto deve essere palese, si chiude infatti lo spazio per le mediazioni, per le ricerche anche non ortodosse (con l’accettazione di compromessi non facilmente difendibili di fronte alla retorica ideologica e nazionalista) di soluzioni alternative ai conflitti. E tutto diventa, anche in diplomazia, show, spettacolo, demagogia, populismo – dato che sempre il diplomatico deve tener presente che potrebbe parlare e scrivere non solo per i propri quartier generali e decisori politici, ma anche per i media e il pubblico.

Ma non siamo solo diplomatici e pubblici funzionari, ma anche cittadini, e allora il nostro giudizio, preoccupato e negativo sul fenomeno Wikileaks, forse andrebbe un po’ sfumato. Qui direi che dovremmo sollevare una questione che non è né ideologica né politica, ma etica.

Il diplomatico o il militare che rivela i segreti d’ufficio sta ovviamente realizzando una violazione, commette un reato. Ma che dire se la rivelazione avviene nel momento in cui il diplomatico o il militare, che sono anche cittadini, viene a conoscenza di un crimine (mi riferisco a crimini come genocidio, terrorismo, tortura), e non solo di fatti con cui non è politicamente d’accordo? Diffondere un quarto di milione di messaggi riservati, però, è un altra cosa.

Sabotaggio
È una sorta di sabotaggio a tappeto del meccanismo diplomatico, di sistematico attacco di tipo anarcoide al funzionamento di meccanismi che possono certo essere usati in modo empio e criminale (il che credo giustifichi il dissenso, l’obiezione di coscienza e anche quello che gli americani chiamano il “whistle blowing”, ovvero le “soffiate ”), ma che sono anche indispensabili per governare le relazioni internazionali in un mondo complesso e caratterizzato da tensioni e scontri di interessi.

L’unico orientamento, in questa come in qualsiasi altra attività umana, può esserci dato solo dalla nostra coscienza di cittadini, e di partecipi di una comune umanità. Wikileaks invece spara nel mucchio, procede a tappeto, non si pone questioni morali. In Wikileaks l’eversione – non priva di esaltazione e di hubris – prevale sul dissenso. E aggiunge un ulteriore elemento di disordine in un mondo già fin troppo disorientato.

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Vedi anche:

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